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Una storia ( 1a parte)
Scritto da Enrico Ba.
Categoria: Narrativa - erotico/romantico
Scritto il 10/01/2018, Pubblicato il 10/01/2018, Ultima modifica il 10/01/2018
Codice testo: 101201817369 | Letto 198 volte

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La serata era di quelle piovose, umide e fredde tipiche di un novembre inoltrato a metà strada tra l’autunno e l’inverno, serate che era meglio passare a casa nel caldo rassicurante di un divano, di un televisore, della pigrizia di una lattina di birra e del cibo mangiato distesi. Invece noi avevamo deciso di andare oltre il Ponte della Libertà, in terra ferma nella sede del grande centro culturale per vedere la performance teatrale di un nostro amico scenografo agli esordi. Finito lo spettacolo, andammo a cenare nella pizzeria di fronte al centro culturale: io, Lisa la mia compagna, tutti i membri della compagnia teatrale compreso il nostro amico scenografo. Tutta una grande tavolata di simpatica gente, situazione che mi era sempre piaciuta molto. Si fa per dire, per usare una espressione eufemistica, essendo sempre stato una persona con grosse tendenze asociali direbbero i vari esperti di quella disciplina chiamata psicologia; era anche questo uno dei punti di contatto che avevo con Lisa, perciò mi stupii molto di vederla fare la compagnona in mezzo a quell’allegro gruppo di persone. Tutte rigorosamente agli esordi: attori ed attrici, regista, sceneggiatore, amico scenografo, tutti agli esordi. Avrei potuto far bella figura anche io, infatti mi consideravo scrittore agli esordi. Il demone della scrittura mi aveva preso da circa tre anni e mezzo dopo aver covato dentro di me per molto tempo, ora le sue uova si erano schiuse ed io stavo disperatamente cercando di farmi strada nell’ambito letterario, avevo già pubblicato qualche racconto in alcune riviste underground e mie poesie erano state inserite in alcune antologie con altri autori, avevo poi, cosa questa assai importante, anche il sostegno economico che mi derivava dalla rendita di alcuni immobili nella città dell’acqua, ottima cosa questa che mi dava la possibilità di dedicare tutto il mio tempo alla scrittura. Un altro demone poi si era impossessato di me: Lisa. L’avevo conosciuta quasi due anni fa ad una stupida inaugurazione di una mostra collettiva a cui mi ero trascinato per non mancare di rispetto ad un mio amico pittore che esponeva alcuni suoi quadri, stava in fondo alla sala isolata dagli altri partecipanti che guardava con una certa altezzosità, la notai dopo un po’che ero lì. La sua figura esile vestita tutta di nero, i capelli corvini e gli occhi di un azzurro profondo incastonati in un viso dalla pelle bianchissima facevano di lei una figura misteriosa dal portamento fiero e carismatico. Ne fui incuriosito e mi avvicinai all’angolo della stanza dove lei si trovava con la scusa di guardare un quadro. Scoprii che lei lavorava in quella galleria d’arte, era la curatrice delle mostre tra cui anche quella a cui partecipava il mio amico. Mi trattava con una disinteressata sufficienza mentre io cercavo di farmi passare per intenditore d’arte, materia di cui non capivo assolutamente niente. Il suo disinteresse ben presto si trasformò in interessato dileggio della mia persona. Avevo infatti definito come “crosta” un quadro esposto vicino a dove eravamo, dipinto da una pittrice francese che esponeva in quella mostra e che si trovava esattamente dietro di me quando pronunciai l’infelice frase. Una figuraccia davanti a molti dei presenti, anche perché pare che la suddetta pittrice fosse piuttosto in ascesa nel firmamento artistico. Altro non feci che defilarmi, mentre Lisa mi guardava divertita. Fu quella una situazione dalla quale difficilmente se ne esce vivi, pensavo infatti che non avrei avuto nessun altra possibilità di avvicinarla, mai più e questo mi disturbava. Era raro il fatto di sentirmi attratto da una persona senza mai averla conosciuta in maniera approfondita, non mi era mai capitato, anche da questo punto di vista potevo definirmi un esordiente. Ebbi la faccia tosta di presentarmi alla galleria due giorni dopo, da fuori la vidi parlare con quella che doveva essere la titolare, aspettai allora. Quando la donna con cui stava parlando uscì, entrai io e quando mi vide rimase impassibile, l’espressione del suo viso non tradiva nessuna emozione tranne che per un leggero sorriso, segno questo che avrebbe voluto ridermi in faccia ma che probabilmente si stava trattenendo dal farlo. Rinunciai a fare giri di parole, che sono anche peggio quando si vuol uscire da una situazione di stallo, facendole chiaramente capire che ero interessato a conoscerla, cosa questa sì che la sorprese, come se volesse passare inosservata al mondo, sperando di essere quasi invisibile senza farsi coinvolgere con tutto quello che la circondava, tutto ciò era abbastanza ingiustificato da parte mia, era una persona di bell’aspetto e si vedeva che aveva personalità, quindi non c’era niente di strano se qualcuno si sentiva attratto da lei. Questa sua caratteristica, ispirata non da timidezza ma da diffidenza, che venne poi fuori in maniera più forte durante i nostri incontri successivi, mi spingeva ancora di più verso di lei nel rispetto della banalissima regola per la quale ciò che è misterioso attira. Cominciammo quindi a frequentarci, ci piacevamo ed avevamo interessi in comune: la letteratura, il cinema, ma non le mostre per le quali non nutrivo gran amore ed alle quali dovetti in parte adeguarmi dato il lavoro di Lisa. Così iniziò la nostra relazione, comune a quella che vivono tante altre persone, un modo per esorcizzare la solitudine ed il pensiero della morte dedicandosi al sentimento ed alla carne. Decidemmo, dopo un po’di tempo, di vivere assieme, visto che lei dimorava in una casa in affitto, io invece no ed a me faceva comodo avere una persona con cui vivere e dividere le spese della mia grande casa, troppo grande per una persona sola. Non parlò mai del suo passato e non riuscii mai a sapere nulla sulla sua famiglia, l’argomento era tabù tra noi, appena se ne accennava lei si chiudeva in un inquietante mutismo e spesso se ne andava in un’altra stanza o, se eravamo fuori, si allontanava da me, cosa questa che mi irritava molto, c’era qualcosa che non andava nel rapporto con i suoi genitori evidentemente, era un mistero che nonostante tutto mi sforzavo di rispettare; eravamo entrambi liberi di frequentare chi pareva a noi anche se non avevamo una grande moltitudine di amici, io da parte mia cominciai a scoprire il sentimento della gelosia proprio con lei, infatti nelle mie precedenti relazioni avevo sempre cercato di tenermi lontano il più possibile da questa pulsione che consideravo nefasta come una sorta di veleno della mente, ma con Lisa fu diverso, forse perché il sentimento che mi legava a lei si era presentato in una forma così subitanea da non essere calibrato nella maniera giusta, forse anche perché fu l’unica persona che dimostrò una reale comprensione della mia ambizione letteraria o forse una spiegazione a questo non c’era, quella persona esercitava un’attrazione enorme su di me punto. Scenate non ne facevo le consideravo patetiche, piuttosto mi tenevo tutto dentro e questo quando capitava mi logorava. Lisa aveva avuto una relazione durata anni con un’altra donna, questo me lo disse una sera dopo un nostro incontro, me lo comunicò con grandissima naturalezza, cosa questa che apprezzai molto ed accolsi in maniera del tutto neutra senza giudicare, notai anche che quando ne parlò le brillarono gli occhi, questo invece mi fece impressione, infatti mi sarebbe piaciuto molto se fra qualche anno, magari con un’altra persona, parlando di me avesse avuto la stessa reazione, quella che suscita un ricordo di una persona che è stata importante nel corso di una vita.
Uscimmo dalla pizzeria quasi sbattuti fuori dai proprietari, l’orario di chiusura era passato da un pezzo e noi ci eravamo intrattenuti oltre ed eravamo gli ultimi clienti rimasti. Nell’uscita dal locale la compagnia, molto alticcia ed in alcuni suoi elementi pesantemente ubriaca, si divise sbraitando saluti e frasi senza senso. Noi ( io, Lisa ed il nostro amico scenografo insieme ad una sua amica attrice) ci avviammo dalla parte opposta rispetto al resto della compagnia. Lisa era abbastanza su di giri ed io avevo bevuto parecchio, camminavamo barcollando abbracciati per non cadere percorrendo la strada per andare all’autobus che ci avrebbe riportato a Venezia. Lungo la strada fummo attratti dal suono di un piano. In un angolo nascosto della grande piazza lontano dalle luci dei lampioni un po’ in penombra, c’era una persona che suonava su una pianola quelli che sembravano all’orecchio dei notturni. Avvicinandoci notammo che era una giovane donna dai capelli rossi ed io riconobbi la musica: erano notturni di John Field. Ci avvicinammo, suonava bene, non era per niente male come pianista ed io le diedi qualche soldo buttato lì nella custodia aperta della pianola; io, l’amico scenografo e la sua amica ci allontanammo ballando una sorta di ridicolo can-can tenendoci per le braccia, un ballo sgraziato fatto da gente che aveva bevuto, con questo ritmo ci avviammo alla fermata dell’autobus. Non ci accorgemmo che Lisa era rimasta indietro, molto indietro, ferma a parlare con la pianista, almeno era quello che vedevo io una volta giratomi. La chiamai ripetutamente urlando, essendo lei dalla parte opposta della piazza dove mi trovavo io, alla fine lei mi sentì, salutò la donna e corse verso di me barcollando. Le andai incontro ed insieme a fatica raggiungemmo l’autobus ed una volta saliti e presi i nostri posti, ci dirigemmo a Venezia casa nostra. Eravamo sfiniti ma con ancora la voglia di fare casino dovuta all’alcol nel nostro corpo, cantavamo sbattendo piedi e mani spaventando quei pochi passeggeri che c’erano a quell’ora della notte nell’autobus, noi tre almeno ci comportavamo così, Lisa invece se ne stava in disparte mezza addormentata. Arrivati a destinazione salutammo il nostro amico e la sua amica, salimmo su un vaporetto diretti a casa nostra; avevo una voglia matta di stare con Lisa, prenderla e tenerla vicina a me tutta la notte, che cominciai a baciarla per poi metterle una mano in mezzo alle sue gambe, mentre lei sorrideva leggermente prendendomi la mano, interrompendo la sua marcia verso il paradiso, quasi provocandomi ad andare oltre, a non scoraggiarmi al primo ostacolo. Arrivati alla nostra casa, le cose andarono come dovevano andare: ci prendemmo a vicenda. Lei, però, non mi sembrava molto coinvolta dal rapporto, anzi pareva quasi soprapensiero e distratta, non mi guardava, mi baciava svogliatamente come se aspettasse solo il momento in cui giungevo al punto più alto del mio piacere. Una volta consumato il rapporto rimanemmo immobili ed i nostri corpi separati, Lisa accettò solo di stringere la mia mano mostrandosi indisposta ad abbracciarmi, ciò mi sembrò un po’ strano al momento, ma non ci feci caso perché caddi in un sonno profondo.
La mattina mi svegliai solo a letto con la testa che mi girava e con una cattiva sensazione, non sapevo spiegarmi l’origine di questa e da che cosa fosse dovuta, era come una sorta di cattivo presentimento che fluiva dentro di me facendomi temere per qualcosa di indefinito che sarebbe successo nel futuro. Cercai di togliermi di dosso questo fastidioso presentimento immergendo la testa per alcuni secondi nel lavandino del bagno pieno di acqua gelata, poi andai al piano inferiore a fare colazione. Trovai Lisa seduta al tavolo con la colazione già preparata per due, mi stava aspettando, odiava iniziare la mattina da sola. Mi sedetti di fronte a lei, mi versai il caffè nella tazza e lei fece lo stesso automaticamente, per alcuni minuti ci fu un lungo silenzio tra noi due. – Si chiama Doortje, è olandese, viene da Utrecht - ruppe il silenzio Lisa. Io a quelle frasi trasalii, chi era quella donna di cui stava parlando? Perché mi stava dicendo una cosa del genere? Era per caso una confessione, si era invaghita di un’altra persona? Andai un po’ nel pallone, cercai di controllarmi chiedendole chi era questa signora di cui lei mi parlava. Era la pianista di strada vista nella piazza di Mestre la notte precedente, l’avevo già dimenticata e non capivo perché Lisa me ne parlasse, probabilmente l’aveva colpita o non so che altro. – Perché me ne parli?- le chiesi. – Così, non so, pensavo ti interessasse la storia delle persone, sei uno scrittore, dici sempre che gli individui sono la materia prima per uno che scrive - mi rispose. Ciò era anche vero che l’avevo detto, pur non amando troppo il genere umano, bisogna riconoscerne la potente ispirazione che se ne trae dalla sua complessità, senza di esso nessun tipo di letteratura sarebbe potuto nascere. Ma quella pianista non mi era proprio rimasta in mente, come i tanti musicisti di strada che suonano in giro. Non capivo perché Lisa era rimasta così colpita da quella persona. Mi sembrava essere un particolare così insignificante della serata appena passata, immaginavo che probabilmente neanche i nostri amici se la ricordavano. – Devo andare in galleria - questa fu l’unica cosa che mi disse in maniera piuttosto fredda, quasi seccata, dopo che le dissi cosa pensavo della pianista da strada. Pensai che si era alzata di cattivo umore e sorvolai sull’argomento, lasciandolo completamente cadere anche perché non mi interessava un granché. Quella mattina era un venerdì, non avevo voglia di iniziare ad occuparmi di alcune mie faccende proprio a ridosso del fine settimana, quindi optai per un inizio tranquillo di giornata: rivedendo alcune bozze di un racconto che stavo ultimando, telefonando ad un mio inquilino per sollecitarlo nel pagamento dell’affitto, programmando una visita al mio amico scenografo per complimentarmi personalmente per lo spettacolo della sera precedente. Risolto quello che dovevo fare a casa, uscii ed andai dal mio amico. Abitava in una zona della città vicino ai Giardini per andare verso sant’Elena, arrivai da lui in tarda mattinata. Mi ricevette ancora in vestaglia e con una faccia di uno che aveva passato una notte di bagordi. La sua amica era seduta in cucina, mezza nuda stava bevendo un caffè e mangiando dei biscotti da un piatto sul tavolo. Fui invitato a sedermi. Iniziammo a parlare del più e del meno, il discorso poi virò su una questione più interessante: una proposta di curare una sceneggiatura per uno spettacolo ispirato alla figura di Peer Gynt del drammaturgo Ibsen. La cosa mi parve un’ottima occasione per avere un po’ di visibilità ed emergere dall’ombra, l’opera sarebbe stata portata in scena dalla stessa compagnia teatrale con cui avevo fatto festa la sera precedente. Il mio amico mi disse che aveva pensato a me per questo compito per due motivi: gli erano piaciuti alcuni miei racconti letti in qualche rivista o su alcuni siti internet dedicati agli autori emergenti, non aveva nessun sceneggiatore a cui rivolgersi perché quello che collaborava spesso con la compagnia era impegnato in altro lavoro. Ci salutammo con l’accordo che il giorno successivo ci saremmo incontrati per andare a pranzare fuori. Uscii dalla casa in una sorta di stato di grazia, il mondo girava intorno a me, decisi di dirigermi da Lisa alla galleria perché volevo condividere con lei questa ottima notizia. Quando arrivai la trovai occupata alla propria scrivania a prendere note su un foglio, si seccò un po’ di vedermi, non voleva essere distratta dal lavoro che stava portando a termine; la seccatura però ben presto sparì, quando le dissi quello che mi era successo, sparì dal suo viso anche quella indifferenza e quella espressione distaccata e pensierosa che aveva tenuto all’inizio della mattina appena svegli, ci abbracciammo salutandoci, promettendo di passare la serata insieme. Me ne andai con l’intento di bighellonare tutta la giornata, se si ha una gioia questa va spremuta tutta come un’arancia bevendone il succo e buttando via la buccia, tanto poi queste occasioni passano ed arrivano i problemi, che come sciroppi amari vengono somministrati a profusione agli uomini da qualche forza superiore. Andai al Lido a passeggiare sulla spiaggia. Mi piacevano le spiagge d’autunno, avevano un fascino crepuscolare e decadente dopo la baraonda dell’estate in cui sono tirate a lucido come quelle vecchie prostitute che si fanno belle per i clienti di un bordello e poi si lasciano andare sfatte dopo nottate di gloria. Quel clima da dopo sbornia estiva mi attirava, il mare grigio che rifletteva la luce plumbea del sole ed il vento secco e freddo che sferzava le onde irridendo ai bagnanti inesistenti, erano qualcosa che trovavo assolutamente dolce e malinconico, un’immagine potente di una grande, pacifica ispirazione. Camminavo dunque con la sabbia che saltellava tra le scarpe, guardavo fisso l’orizzonte come se volessi sapere cosa si nascondesse aldilà di quel sipario tra cielo e mare, quale sarebbe stata la prossima scena dello spettacolo, il mio pensiero fisso andava agli sviluppi futuri che avrebbe potuto prendere la mia avventura letteraria. Mentre ero distratto in questi pensieri sull’esistente, i miei occhi furono catturati dalla figura di una persona seduta su uno sgabello sopra una specie di terrazza che sovrastava i tavolini e le sedie deserte di un bar. Era una donna ed aveva una pianola davanti a sé con la quale suonava alcune melodie che ad orecchio riconobbi essere di Sibelius. Perché una persona si metteva a suonare Sibelius nel bel mezzo del nulla? Era una scena assolutamente surreale, ottima per fungere da ispirazione per scriverci sopra qualcosa e nella mia testa continuavo a chiedermi le ragioni per cui una persona dotata di raziocinio si metteva a suonare musica classica per pianoforte nel mezzo del niente. Mi diressi sopra quella specie di terrazza, avvicinandomi alla donna notai che era la stessa che avevo visto suonare la sera precedente nella piazza di Mestre, mi fermai ad ascoltarla, era veramente brava come pianista, sicuramente aveva studiato al conservatorio o in qualche scuola di musica; ai suoi piedi aveva la borsa della pianola con in bella mostra dei cd delle sue musiche, che vendeva per pochi soldi, ne presi uno. Era vero si chiamava Doortje come mi aveva detto Lisa ed era olandese, le parlai dopo che ebbe finito di suonare. Parlava abbastanza bene l’italiano, veniva effettivamente da Utrecht e, se devo dirla tutta, non mi sembrava granché normale di testa, mi dava l’impressione che avesse un qualcosa di squinternato e di disperato nel profondo dell’anima, che cercava di tenere nascosto, almeno questa era stata la mia impressione tradita anche dal suo aspetto un po’trasandato. Misi il cd nella tasca laterale sinistra del giaccone e me ne andai, dopo averla salutata chiedendole dove passava le notti. – Non lo so!- mi rispose quasi urlando e sorridendo, io presi la mia strada senza voltarmi e mi allontanai, rafforzandomi nell’idea che quella donna aveva qualcosa che non andava, forse aveva assunto qualche tipo di sostanza o magari era solo un’anima in pena che cercava la sua strada, chi può saperlo e soprattutto chi ero io per giudicare? Mi avviai sulla via di casa, di cose per la testa ne avevo parecchie e mentre il vaporetto lentamente si trascinava sull’acqua, pensavo alla scena a cui avevo assistito poco fa e decisi che non avrei detto nulla a Lisa, con lei volevo passare una serata di festa e la fissazione con cui aveva parlato di quella pianista la mattina durante la colazione non mi piaceva per niente ed anzi, se devo dirla tutta, mi rendeva nervoso, pieno di brutti pensieri istigati dalla gelosia. Il cd nella tasca, perché poi lo avevo comprato? Avrei voluto buttarlo in acqua ma non lo feci per una qualche oscura ragione, forse la stessa che mi aveva spinto a comprarlo. Poi c’era la proposta della sceneggiatura del Peer Gynt che mi portava verso una stato di esaltazione, lontano da tutti i cattivi pensieri che potevano accumularsi nella mia testa. C’era l’incontro con il mio amico scenografo il giorno successivo, in cui avremmo parlato sicuramente di questo mio futuro incarico presso la compagnia teatrale nei dettagli e poi c’era Lisa, l’unica persona con cui mi sarebbe piaciuto condividere questo stato di grazia. Arrivai a casa per l’ora di pranzo, Lisa mi aveva nel frattempo mandato un messaggio nel mio telefonino avvertendomi che si sarebbe fermata in galleria fino al tardo pomeriggio. Pranzai e mi sedetti comodamente in poltrona, tirai fuori dalla tasca del giaccone il cd e lo ascoltai con le cuffie. Erano melodie eseguite in maniera egregia: Sibelius, Rubinstein, Grieg, Mozart, Field. In realtà quello che mi colpì non furono queste ottime musiche di grandissimi compositori del passato, ma la traccia numero 12 l’ultima della serie. Era una musica che non avevo mai sentito, probabilmente l’aveva composta la donna olandese; una melodia dolcissima con punti di enorme intensità emotiva, il pianoforte che verso il finale andava quasi spegnendosi in note sempre più basse mentre in sottofondo si faceva strada il suono di un’arpa, che con i suoi accordi accompagnava la fase conclusiva della musica verso un malinconica conclusione, che io associai nella mia mente al dipinto di un tramonto i cui colori sfumavano lentamente verso la notte. Mi ripresi da quell’estasi riaprendo gli occhi, accorgendomi che erano umidi ed il mio corpo scosso da leggeri brividi, dovuti all’emozione prodotta dall’ascolto di quella musica; riavutomi completamente presi il cd e lo nascosi nei meandri di un cassetto della mia scrivania. Non volevo rivelare a Lisa l’esistenza di quel disco.

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