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Una storia (2a parte)
Scritto da Enrico Ba.
Categoria narrativa, genere erotico/romantico
Scritto il 10/01/2018, pubblicato il 10/01/2018, ultima modifica il 10/01/2018
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Ritornai in cucina per bere un caffè e poi lavorare su alcune bozze di un mio racconto, lavorai concentrato su quei fogli di carta per molto tempo, quando sentii la porta dell’ingresso aprirsi e Lisa entrare in casa. Le andai incontro per abbracciarla e le dissi che il giorno successivo saremo dovuti andare a pranzo dal nostro amico scenografo per discutere i dettagli dell’operazione Peer Gynt, adesso invece era ora di festeggiare passando una serata assieme nel più totale isolamento rispetto al mondo esterno. Così le proposi e lei accettò con mio stupore, poiché ogni volta che le proponevo serate di questo tipo lei mi rispondeva che preferiva uscire per poi rincasare a tarda nottata e passare il resto della notte a casa. Fu un’ottima serata, trascorsa senza troppi pensieri sia da parte mia che da parte sua, tutti quanti lasciati fuori dalla camera da letto.
-Avanti su! Salite stando attenti a non rompervi l’osso del collo!- ci accolse con questo invito Gianni il nostro amico scenografo, aspettandoci con la sua barca attraccata ad una riva vicino Sant’Elena. Salimmo a bordo in maniera goffa, oltre a noi c’erano in ordine: l’amica di Gianni, il regista della compagnia di nome Renato e una attrice che avevo visto alla cena di due giorni prima. Stavamo abbastanza stretti su quella barca, Gianni ci comunicò con entusiasmo che ci saremo diretti all’isola di Sant’Erasmo e nel farlo faceva impennare la barca con la sua guida spericolata, non sapevo se aveva l’intenzione di farci passare l’intera giornata su quell’isola o di farci girare per tutta la parte nord della laguna, mi chiedevo però il motivo di tanto entusiasmo non solo da parte sua ma anche da parte del regista e delle due donne che li accompagnavano. Probabilmente tutto ciò era dovuto al fatto che la compagnia teatrale aveva accolto con soddisfazione il progetto di rappresentare il Peer Gynt, pensai; arrivammo a Sant’Erasmo dopo mezzora di navigazione, ci trovammo nel mezzo del nulla, l’autunno nelle isole aveva un sapore particolarmente malinconico, il paesaggio era portatore di una sua bellezza decadente che colpiva lo spirito degli animi sensibili, l’erba dei fossi e dei campi tendeva al grigio coperta come era da una coltre di foschia che faceva da filtro ai raggi del sole, il rosso delle foglie di alcuni alberi li faceva sembrare come delle torce in mezzo ad un mare impalpabile ma visibile di caligine. Ci incamminammo lungo una strada che costeggiava i campi verso la tenuta agricola di un amico di Gianni, lì avremo pranzato come ci comunicò con enfasi. L’umidità penetrava nelle ossa sotto il giaccone, ma l’atmosfera quasi onirica che c’era intorno riscaldava sia gli occhi che l’immaginazione del mio spirito artistico. Guardai Lisa, sempre vestita di nero, camminava lungo la strada facendo finta di ascoltare le altre due donne della compagnia, molto noiose nel loro logorroico ciarlare di nulla, ogni tanto si limitava a lanciarmi degli sguardi di rassegnata sopportazione, mentre il regista mi prese sotto un braccio e mi disse che a pranzo dovevamo parlare assolutamente di quello che, diceva lui, sarebbe stato il nostro progetto teatrale. Finalmente arrivammo al casolare, nel momento stesso in cui mi venne l’ispirazione per una poesia. Era una bella casa di campagna rustica circondata da vigneti e campi di carciofo, con galline ed altro pollame che liberamente camminava intorno. Il proprietario, Gustavo faceva di nome, era amico di vecchia data di Gianni e con la sua famiglia portava avanti la conduzione della sua tenuta agricola nota per la produzione di vino bianco e carciofi, era una persona piacevole e gioviale, ben piazzata fisicamente, dal viso rubicondo e dai capelli biondi, molto interessata al teatro e grande sostenitore di Gianni, del quale conosceva tutti i suoi lavori quasi come fosse un critico. Insieme a lui ad accoglierci c’era la moglie Marisa, una donna robusta ed allegra, e le due figlie: Viviana la maggiore di professione decoratrice di mobili ed Enza la minore che dava una mano ai genitori nella conduzione della tenuta. Ci accomodammo nella rustica cucina di legno, dove una robusta tavola era stata preparata apposta, io mi sedetti tra Gianni e la sua amica, Lisa vicino a me e di fronte a noi Renato il regista e l’attrice che lo accompagnava. Mangiammo pietanze tutte a base di carciofo: pasticcio al carciofo, tagliatelle al carciofo, pollo ai carciofi. Il cibo era ottimo ed anche il vino che veniva servito a fiumi, Gianni e Renato bevevano senza sosta insieme alle loro amiche, io cercavo di trattenermi curioso come ero di cominciare a sapere qualcosa sulla mia partecipazione come sceneggiatore alla realizzazione della rappresentazione teatrale. Su mia sollecitazione cominciammo a parlarne. In sintesi mi dissero che avevo venti giorni di tempo per fare una decente sceneggiatura basata sulla storia di Peer Gynt di Ibsen, che la paga dipendeva molto dagli incassi dell’opera e che avevano in mente di fare una tournée per gran parte dell’Italia, che per accettare o rifiutare la loro proposta avrei avuto al massimo tre giorni di tempo. Io accettai tranquillamente, non ero assillato da problemi economici fortunatamente, senza considerare che la voglia di farmi conoscere nell’ambito artistico letterario era rimasta enorme. Il pranzo continuò con la stessa atmosfera scanzonata di prima, tutti erano ormai su di giri per la grande quantità di vino bevuta, anche io cominciavo a risentire dei fumi dell’alcol sebbene avevo cercato di contenermi nel bere, ma l’atmosfera goliardica mi stava contagiando ed osservai stupito il fatto che le uniche persone che non erano coinvolte da tutta quella baraonda furono Lisa e Viviana la figlia di Gustavo il proprietario della tenuta. Tenevano un atteggiamento distaccato, estraneo agli eventi: Lisa spesso guardava la comitiva con uno sguardo lontano e sprezzante, Viviana con meraviglia e stupore. Devo dire che non era niente male come aspetto, sembrava uscita da un quadro di Botticelli, portava dei lunghi capelli biondi tenuti assieme in un grande treccia, i suoi occhi di colore verde ed il viso pulito la facevano sembrare una specie di Madonna nel vestibolo dell’inferno. Finito il pranzo uscimmo dalla tenuta in uno stato pietoso, l’unica che aveva preservato la dignità rimasta era Lisa che camminava avanti il nostro gruppo di sbandati che faceva fatica a mettere in fila due passi. Di quello che successe dopo, durante quella giornata, non ho ricordi molto precisi, sicuramente posso ricostruire le ore successive attraverso deduzioni basate su ciò che ha conservato la mia memoria, quelle ore che poi segnarono i successivi venti giorni. Arrivammo barcollando alla barca e lì fu subito un problema decidere chi avrebbe dovuto guidare, nessuno di noi era in condizione tranne Lisa, che dovette per forza offrirsi a condurre quel pezzo di legno in porto. Del ritorno mi ricordo il freddo umido che entrava nelle ossa e la nebbia che stava salendo dalla laguna, un paesaggio spettrale si stagliava davanti a noi. Non mi ricordo con precisione il seguito, ero mezzo addormentato, le immagini davanti ai miei occhi non erano niente altro che visioni sfuocate e come tale, ancora oggi, mi appare la figura che fu invitata a salire sulla nostra barca fatta attraccare alla riva delle Fondamente Nuove, il resto è nebbia nella mia mente.
Mi risvegliai la mattina tardi di una Domenica nebbiosa ed umida. Ero totalmente intontito che probabilmente avevo dormito dal giorno precedente, con gli abiti stropicciati buttato sul letto come un sacco di fagioli, qualcuno mi aveva tolto le scarpe e poi abbandonato lì. Avevo saltato la cena del giorno prima, mi sentivo terribilmente affamato ma anche mentalmente confuso, cominciai a dubitare perfino del posto dove mi trovavo, ero o non ero a casa mia? Dopo essermi sforzato di riprendermi da questo iniziale sbandamento, iniziai a realizzare che mi trovavo a casa mia, che ero solo e non sapevo dove fosse andata Lisa, che dovevo assolutamente mangiare qualcosa e ciò decisi di fare prima di capire tutto il resto. Mangiai quasi un’intera scatola di biscotti al cioccolato per poi buttarmi sotto la doccia e lasciare che l’acqua scorresse sul mio corpo portandosi via gli ultimi fumi del vino, lavando le ultime incrostazioni della sbornia del giorno precedente, ebbi anche svariati conati di vomito ma purtroppo non risolutivi o decisivi quanto avrei voluto. Lavatomi per bene infilai una tuta da ginnastica e mi buttai sul divano del salotto aspettando, non sapevo cosa, ma una certa mia sensazione mi avvertiva che qualcosa sarebbe successo, era questione solo di aspettare e basta. La porta dell’ingresso si chiuse all’improvviso con uno scatto secco, un rumore sordo, saltai sul divano ed aspettai seduto mentre il rumore di passi che si stavano dirigendo dal corridoio d’ingresso all’interno della casa si stava facendo sempre più vicino. Si sentiva il camminare di più persone. Io continuavo ad aspettare senza muovermi, stoico e quasi rassegnato al mio presentimento che di lì a poco sarebbe successo qualcosa di inaspettato. Lisa apparve sulla soglia del salotto e mi disse senza emozioni: - Ti devo parlare.- Dentro quella frase c’era tutto quello che sarebbe successo. Rimasi in parte scioccato da quello che mi disse: la persona fatta salire sulla barca, di cui io avevo un vaghissimo ricordo, era la pianista olandese bisognosa di un passaggio, fino a qui nulla di strano. La cosa stravagante venne quando Lisa, dopo lungo silenzio a cui rispondevo senza dire nulla ma solo guardandola, disse che aveva avuto la geniale pensata di ospitare questa persona a casa nostra, o meglio mia, dato che la poverina non aveva un posto dove andare, avendo esaurito i soldi anche per un ostello. Io rimasi allibito da una richiesta del genere, ma cercai di non rivelarlo troppo limitandomi a rispondere che se fosse stato per qualche giorno la cosa si sarebbe potuta anche fare. Ero curioso fino a dove questa faccenda sarebbe arrivata e nello stesso tempo volevo che si spegnesse la fiamma della curiosità verso quella persona da cui Lisa pareva avvolta, così diedi il permesso per far introdurre la pianista olandese dall’ingresso, dove stava aspettando, al salotto. Quando mi vide si gettò ai miei piedi ringraziandomi per poi abbracciarmi, scena questa piuttosto imbarazzante, soprattutto quando mi chiese se il cd che le avevo comprato mi fosse piaciuto. – Vi conoscete?- chiese Lisa stupita. Le raccontai dell’incontro avuto il giorno prima e del cd comprato; - Meglio così, sarà tutto più semplice, fammi avere poi quel cd, intesi?- mi rispose Lisa con aria quasi indifferente, che non riuscivo a capire. Doortje fu sistemata in una stanza che sarebbe dovuta essere per gli ospiti, ma che in realtà era stata trasformata in sgabuzzino e che per metterla un po’ in ordine mi ci volle quasi un’ora di lavoro e imprecazioni, mentre le due donne si divertivano a parlare e mangiare. Per loro il pranzo, per me il lavoro da sguattero per ordinare la stanza. Eravamo agli inizi di questa specie di convivenza ed ero già stufo marcio, quando finii il lavoro e mi sedetti a tavola per mangiare le due donne mi guardarono e Lisa mi chiese dove avevo messo il cd, aveva voglia di ascoltarlo. – Tieni eccolo qua, vattene ad ascoltarlo da un’altra parte e lasciami mangiare!- dissi brutalmente, dopo essere andato a prenderlo. Lei si alzò quasi offesa per il mio tono e fece cenno alla nostra ospite di seguirla, io mi voltai a guardarle sparire lentamente quasi inghiottite dalla scala che portava al piano superiore, dove vicino alla nostra stanza da letto c’era una specie di mansarda adibita a mio studio e fornita di impianto hi-fi. Voltai la testa e ritornai a guardare quel piatto di spaghetti scotti e freddi al pesto e mentre mangiavo cominciai ad elucubrare. Era la prima volta che non reagiva ad un mio accenno di aggressività, sembrava quasi che volesse far bella figura con la nostra ospite, tremavo al solo pensiero di come poteva svilupparsi quella situazione, Doortje non mi sembrava molto a posto con la testa e Lisa mi sembrava troppo coinvolta da quella conoscenza fatta per caso. Scossi la testa come per cacciare, anche fisicamente, quei pensieri. Mi alzai, presi dal frigorifero un’altra lattina di birra, la aprii insieme ad un sacchetto di patatine che presi dalla credenza e me ne andai su in camera, salendo le scale non sentivo alcun rumore, trovai la porta della mansarda aperta e mi fermai a guardare: Lisa era seduta con le cuffie sulle orecchie ad ascoltare la musica del cd, Doortje stava invece curiosando tra i libri appoggiati sulle mensole del mobile di fronte alla scrivania. Si accorse che stavo guardando e mi sorrise, non contraccambiai e andai in camera chiudendo la porta dietro le mie spalle, mi distesi a letto a bere birra e mangiare patatine fritte guardando fuori dalla finestra il cielo grigio d’autunno, cominciai a pensare alla sceneggiatura che avrei dovuto scrivere, mi sarei letto il Peer Gynt per fare un buon lavoro, un ottimo lavoro anzi, non volevo lasciare nulla al caso, il lavoro doveva essere organizzato nei minimi dettagli. Per fare tutto ciò avrei avuto bisogno di un ambiente tranquillo ed ordinato, invece di trovarmi nella situazione di ospitare una sconosciuta non sapendo minimamente le intenzioni della mia partner, i motivi che l’avevano spinta a portare in casa nostra quella che io consideravo una spostata. Comunque era Domenica e sicuramente non avrei cominciato a battere una singola lettera sulla tastiera proprio in un giorno di festa, avrei atteso il giorno successivo per mettermi all’opera, nel frattempo mi sarei crogiolato nella noia festiva di un giorno autunnale. Dopo un po’ entrò in camera Lisa e si distese vicino a me, sembrava pensierosa. Le chiesi che cosa avesse e mi rispose che non aveva mai sentito una musica simile ed un’interpretazione dei vari compositori così originale, era poi stata colpita dalla traccia numero 12 del cd: il suono di quel piano e l’arpa si fondevano creando una magica dolcezza che giocava nel toccare le corde più nascoste della propria sensibilità tanto era struggente la melodia. Era esattamente ciò che pensavo io di quella traccia, ma non incoraggiai ulteriori slanci emotivi nei confronti di quell’estranea, che già veniva esaltata abbastanza senza motivo alcuno e francamente ne avevo le scatole piene delle considerazioni sulla sua precaria situazione, sul suo viso pallido che faceva risaltare i suoi capelli rossi, su come erano logori i suoi vestiti e su come, secondo me, avrebbe dovuto farsi una doccia, cosa che la invitai a fare una volta alzatomi dal letto ed uscito dalla stanza. – Non essere troppo severo con lei- mi disse Lisa quando rientrai nella stanza da letto e mi stesi di nuovo. La guardai con rabbia continuando a mangiare le patatine ed a bere birra, finché mi addormentai completamente. Mi svegliai che era l’ora di cena; non mi era mai capitato di affrontare una domenica così grigia e squallida, passata a letto, non che in generale le domeniche siano giorni entusiasmanti soprattutto in autunno o inverno, ma questa aveva superato il livello di noia di tutte le altre, con in aggiunta un discreto livello di incazzatura che mi aveva turbato non poco. Scesi giù in cucina, dove Lisa stava preparando la tavola, mentre Doortje era seduta su una delle sedie con lo sguardo assente, trasalì quando io battendo le mani proposi di andare a mangiare una pizza fuori. Tutte e due accettarono volentieri ed io ero molto sollevato di non dover mangiare le cose preparate da Lisa, che era un mezzo disastro in cucina. Andammo in una pizzeria vicino casa nostra, tutto era avvolto in una grigia coltre, la vita che poteva esserci attorno veniva solo avvertita dai rumori dei passi o dalle voci delle persone sulla strada, rese ancor di più percepibili dalla nebbia. Ci sedemmo al tavolo ed ordinammo da mangiare, la serata sembrava indirizzata verso un tranquillo finale, una classica cena allargata e niente più. Invece nel momento più gustoso, quello del dolce, Doortje, che aveva bevuto abbastanza, si sciolse con noi e cominciò a raccontarci parte del suo passato, che ovviamente era triste, contornato di episodi violenti commessi dal suo patrigno, visto che suo padre se ne era andato via di casa o era stato cacciato via di casa, adesso di preciso non ricordo, dalla madre a causa dell’amore che aveva per le bevande alcoliche. Era venuta in Italia per cercare una sua vecchia zia che abitava in Toscana e magari anche trasferirsi a vivere con lei. Purtroppo però la vecchia zia era deceduta da tempo, lasciandola in balia degli eventi in un paese straniero. Girava di città, in città, con la sua pianola suonando i classici della musica che aveva imparato al conservatorio del suo paese, raccogliendo pochi soldi da aggiungere a quelli che si era portata dietro. Esauriti i soldi che le permettevano di potersi permettere il soggiorno in pensioni ed alberghetti in giro per la penisola, aveva cominciato a frequentare ostelli fino all’ultimo livello della scala delle strutture ricettive: i dormitori pubblici. – Adesso hai svoltato- le dissi tra il serio ed il divertito, visto che anche io non mi ero tirato indietro in quanto al bere. Lisa mi lanciò uno sguardo rabbioso carico di risentimento, mentre la ragazza, non sembrava aver capito quello che le avevo detto. Pensai a questa situazione, era una bella grana piovuta dal cielo, in questo momento molto importante per me. Ero diventato egoista, bastava solo che non mi seccasse con quelle sue storie strappalacrime e, per quel che mi riguarda, l’olandese poteva stare a casa nostra, non per sempre ovvio. Quella sera andai a letto appena arrivato a casa dalla pizzeria, la mattina dopo infatti avrei dovuto procurami il libretto del Peer Gynt per poi leggerlo e cominciare la sceneggiatura, cosa questa che spiegai a Lisa. – Sei schifosamente egoista, ma non hai sentito le sofferenze che ha dovuto patire quella poveretta?- mi rispose con un tono della voce che faceva trasparire tutto il suo coinvolgimento emotivo. – Lo stesso tipo di sofferenze ed abusi che forse hai subito tu e di cui non me ne hai mai parlato?- le risposi acido, mentre lei rimaneva in un attonito silenzio senza dire più una parola; forse fu quella risposta che fece incrinare il nostro rapporto, o forse fu quello che successe dopo che da un lato fece esplodere la mia creatività ed ispirazione, dall’altro mi fece piombare in uno dei periodi più neri della mia vita e che in seguito mi fece pentire molto per quella frase cattiva che dissi a Lisa. Mi addormentai sognando la gloria letteraria e sottovalutando il dolore che le parole possono infierire alla pari di armi da taglio affilate.

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