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1 Il simil-marmo pareva ghiaccio
Scritto da castagno1
Categoria: Narrativa - Altro
Scritto il 10/02/2017, Pubblicato il 10/02/2017, Ultima modifica il 10/02/2017
Codice testo: 1022017114831 | Letto 655 volte

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Nota dell'autore castagno1:
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La lampadina appesa al soffitto, bruciata da tre settimane, non era stata sostituita. L’abat-jour che nel frattempo avrebbe dovuto rimpiazzarla, presa a prestito dalla camera, non aveva mai funzionato. I pallidi raggi del sole settembrino - assieme alle occhiate indiscrete dei dirimpettai - s’infrangevano contro gli scuri accostati. L’ultima sorgente luminosa superstite nella stanza, un neon color del vino curvato a forma di cuore e fissato in qualche modo alla specchiera, riversava luce vermiglia sopra il lavandino, sopra l’asciugamano bianco gettato a terra, sopra due o tre iceberg di schiuma sul fondo della vasca da bagno, sopra le gambe della ragazza donando loro una parvenza d’abbronzatura.
Seduta senza pesare sull’orlo della vasca, la ragazza spazzolava via i nodi dai capelli umidi.
“E’ ora di finirla!” strillò una voce sguaiata.
“Basta! Basta con gli spettacoli osceni di quest’estate!” rincarò la dose una seconda voce, sgraziata quanto l’altra ma, se possibile, ancor più timpano-lacerante.
“Voi … voi … voi schifosi cumuli traballanti, gelatine informi …” proseguì la prima voce “è ora che siate voi, ciccioni, a dire basta! Basta a tut…”
La ragazza si alzò e zittì la radio strappando la spina dalla presa, posò la spazzola sul piano di finto marmo che incorniciava il lavandino e, puntando un piede e girando l’anca appurò, compiaciuta, che la cellulite non aveva più fatto breccia sul suo corpo. Si avvolse nell’asciugamano e con due allegri saltelli raggiunse la finestra. Cautamente schiuse mezza imposta: con sollievo - ma non senza rammarico - constatò che sui ballatoi non v’era traccia di curiosi, né di guardoni, e neppure di ammiratori clandestini. In punta di piedi tornò allo specchio e lo siglò con un dito. Anche l’autografo la lasciò soddisfatta: una giornata perfetta, quella che le si prospettava. Attaccò l’asciugacapelli nuovo alla presa di corrente da poco liberata e sparò il getto d’aria calda contro lo specchio appannato: il suono cupo, pieno, violento e compassato che soltanto un apparecchio di qualità può produrre inondò la stanza. Proprio una giornata perfetta, pensò, ed in preda ad un’irragionevole, incoerente, irresistibile euforia, si sorrise. Di tutto cuore.
La specchiera però, non ricambiò la cortesia.
Senza scomporsi, col sorriso ancora stampato in viso, la ragazza spense il phon e l’appoggiò con infinita delicatezza sopra una mensola, vicino alla boccettina delle lenti a contatto, stropicciò per bene gli occhi, si avvicinò di un paio di spanne allo specchio e vi fissò dentro lo sguardo.
Da principio il suo fu solo stupore, ma quando la mente recepì appieno il messaggio trasmessole dagli occhi, sentì il volto infiammarsi, le orecchie tapparsi, e dalle viscere un urlo risalire lungo la trachea fino alla gola, e lì bloccarsi, togliendole il respiro. Fu sul punto di svenire, ma non cadde: il simil-marmo pareva ghiaccio tant’era freddo, e su quel ghiaccio le sue dita erano rimaste attaccate, trattenendola in piedi. Impietrita.
Occorsero molti, lunghissimi secondi prima che il sangue riprendesse a scorrere e le dita si scollassero: allora, come scottata, la ragazza balzò indietro, urtando con l’avambraccio il phon e schiantandolo sul pavimento.
La radio prese a trasmettere una vecchia canzone.
La ragazza si rannicchiò sotto il lavandino.

“Ehi, tutto ok lì dentro?” domandò Emma, accorsa dietro la porta del bagno.
Nessuna risposta.
“Anna? Tutto bene?” chiese di nuovo, a voce alta.
Nessuna risposta, solo musica.
“Anna, va tutto bene? Mi senti?” urlò, picchiando col palmo addosso alla porta tamburata: “Anna, mi sent…”
Ti sento, provò a rispondere Annalisa, ma dalla bocca le uscì solo un rantolo, qualcosa come “i…e…tto”. Sentiva battere forte contro la porta. Sentiva battere forte il proprio cuore. Si accorse che stava tremando. Strinse le ginocchia al petto, indecisa se mettersi a piangere, poi respirò a fondo e balbettò: “Mi è ... solo ... caduto ... il phon ... stai tranquilla.”
“Sei sicura? Va tutto bene? Anna, stai bene?”
Annalisa Marini emerse da sotto il lavandino come un uccellino che mette la testa fuori del nido e i suoi occhi arrossati, a malincuore, si diressero verso lo specchio. Nulla d’insolito, a parte la sua aria stravolta. “E’ tutto a posto” rispose con voce ancora un po’ incerta “non ti preoccupare.”
Per non correre inutili rischi, Annalisa non volle indugiare oltre sull’immagine riflessa e gettò lo sguardo sul pavimento. Vide i poveri resti del phon, quindi notò la radiolina accesa. Emma si è decisa ad inserire le batterie, pensò. Spense la radio, questa volta usando l’interruttore, senza darsi pena di verificare l’esattezza della sua ipotesi.

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