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Il castello maledetto
Scritto da Simona Antares
Categoria: Narrativa - horror/thriller
Scritto il 10/05/2018, Pubblicato il 10/05/2018 13.51.04, Ultima modifica il 10/05/2018 13.51.04
Codice testo: 105201813514 | Letto 159 volte

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“Accidenti, credo proprio di essermi persa!” disse una giovane donna dai lunghi capelli castani e dagli espressivi occhi color nocciola.
Era un pomeriggio d’inverno. Antonella, una giovane giornalista, era alla ricerca della sua auto dopo che aveva girato un servizio sulla fauna locale per la sua testata giornalistica.
La ragazza aveva freddo, sentiva le gelide folate di vento che le sferzavano le gambe appena coperte da un vestito a fiori.
Dopo aver girato in lungo e in largo per un antico sentiero, la ragazza si ritrovò in uno sperduto bosco.
Non aveva mai visto quel luogo prima d’ora. Rimase profondamente colpita da ciò che la circondava, dallo stato degli alberi e delle piante, completamente rinsecchiti. Si avvicinò a un albero e notò che, sparsi qua e là sui rami, c’erano dei piccoli insetti morti.
Nonostante fosse da poco passato mezzogiorno, la nebbia oscurava il cielo e la visibilità.
“Ma che in razza di posto mi sono andata a cacciare?" chiese tra sé, stringendosi nel giubbino di pelle che aveva indossato sul suo vestito a fiori.
Per un attimo Antonella esitò, poi si fece coraggio e cominciò a inoltrarsi nel bosco.
Mentre camminava, la ragazza aveva l’impressione di essere seguita ma quando si girava per vedere chi vi fosse dietro, tutte le volte non vedeva mai nessuno.
Camminò per un tempo che le sembrò eterno, fino a giungere ai piedi di un castello.
Antonella si fermò. Rivolse il viso verso l’alto. La magnificenza di quel maniero la immobilizzò dalla paura e dalla soggezione.
Il castello aveva quattro torri, ma una di loro, la più alta, la colpì particolarmente. Si avvicinò per osservarla meglio; era di un rosso vermiglio e spiccava nettamente sulle altre, tutte completamente nere.
“Ma guarda un po’ che strano" mormorò, tirando fuori la sua macchinetta fotografica. Mentre si apprestava a fotografare la torre, notò che a una delle finestre del castello c’era un’ombra che la stava osservando.
Abbassò la macchinetta fotografica dal suo viso, guardando verso la finestra con aria interdetta. Si avvicinò al massiccio portone di legno, ma appena lo sfiorò con il palmo della mano destra, questi si aprì, cigolando lentamente.
Antonella rabbrividì. Entrò cautamente nel castello. Si guardò attorno; le pareti erano macchiate di sangue.
Rivolse lo sguardo verso l’anticamera, cercando qualcosa che potesse in qualche modo farle capire cosa mai fosse accaduto in quel luogo solitario ma mentre era alla ricerca, notò una lunga rampa di scale. Su quelle scale, ritta in piedi, c’era una bambina. Aveva lunghi capelli biondi, occhi cerulei e una pelle color dell’avorio
Quando la vide, Antonella trasalì.
“Chi sei tu? Cosa ci fai in questo posto così solitario? Come sei arrivata fin qui?” le chiese con voce titubante.
“Il mio nome è Azzurra” rispose la bimba, fissandola con i suoi occhi color del cielo primaverile.
“Dov’è la tua mamma?” chiese Antonella, salendo lentamente le scale e avvicinandosi così a lei.
“La mia mamma non c’è” disse laconicamente la bimba. Poi, d’improvviso, le voltò le spalle e iniziò lentamente a salire le scale.
“Aspetta, ma dove stai andando?” chiese la ragazza, seguendola su per le scale.
Mentre saliva, Antonella udì delle voci provenire da ogni parte del castello, voci che le ripetevano come una nenia:
“Non salire le scale della morte…non salire le scale della morte…non salire le scale della morte…”
Antonella si sentiva come stordita; erano voci spettrali, voci che le facevano tremare ogni membra del suo corpo.
Non sapeva cosa la trattenesse lì; anche se provava un’intensa paura, una forza misteriosa e irresistibile la spingeva a proseguire.
Giunta alla fine della rampa di scale, vide che alla sua sinistra c’era un enorme stanza con al centro un trono dorato e dal velluto rosso su cui era seduta la piccola Azzurra.
“Cosa…cosa ci fai tu qui? E’ la tua stanza per caso?” chiese Antonella con inquietudine sempre maggiore.
La bambina non rispose. La fissò con occhi carichi di odio e di disperazione.
“Tu hai osato oltrepassare la scala della morte, avrai la punizione che meriti per questo!”
In un attimo, una forza misteriosa la colpì dietro la nuca. Antonella cadde a terra, stordita dal colpo ricevuto.
Sentì delle braccia che la sollevavano da terra e la trasportavano in un luogo oscuro e freddo .Era una prigione sotterranea.
Antonella gridò.
“No, vi prego! Ma cosa ho fatto? Io sono innocente! Sono innocente!”
Nessuno diede ascolto alle sue grida. Rimase in quella prigione per otto lunghi mesi. All’alba del nono mese, la porta della prigione si spalancò e alcuni uomini apparvero sulla soglia.
“Siete stata condannata a morte! La sentenza verrà eseguita questa mattina stessa!”
“No, no! Aspettate! Condannata per che cosa? Io non ho fatto nulla! Vi prego, vi prego!”
Antonella si inginocchiò a mani giunte, pregando che la sua vita le fosse risparmiata, ma per tutta risposta quegli uomini sconosciuti le legarono mani e piedi e la chiusero a chiave in una gabbia.
Antonella non vide più nulla, sentì soltanto che la stavano sollevando e portando in un luogo non molto distante da quella prigione.
Dopo un lasso di tempo a lei interminabile, intravide nell’oscurità due occhi rossi iniettati di sangue.
Antonella gridò; l’essere misterioso si avvicinò a lei, divorandola.

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