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4 Ottobre 1995
Scritto da Simona Antares
Categoria: Narrativa - horror/thriller
Scritto il 10/07/2018, Pubblicato il 10/07/2018 14.23.33, Ultima modifica il 10/07/2018 14.23.33
Codice testo: 1072018142333 | Letto 152 volte

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“Dove stai andando, tesoro?”
“Oggi è il 4 Ottobre”
“Ah, è vero. Me ne ero dimenticata. Porta dei bei fiori a papà, mi raccomando”.
“Si, mamma. Tornerò per pranzo. Ciao.”
Elsa stava camminando avvolta dai suoi pensieri. Era il quattro di Ottobre, anniversario della morte di suo padre. Lo amava, era un uomo sensibile, dolce, ironico, estroverso e follemente innamorato della sua famiglia.
Dopo la sua morte sua madre non si era più ripresa dal dolore, trascurando lei e sua sorella.
Andava spesso al cimitero, di solito con sua madre ma oggi era un giorno molto importante e voleva parlare solo con lui, ricordare con serenità i momenti trascorsi insieme senza che i suoi pensieri fossero continuamente interrotti dai singhiozzi disperati di sua madre.
Eccolo lì, il cimitero. Stranamente quel luogo non le ha mai dato una sensazione di paura, di tristezza, di oppressione come di solito avviene ma le ha sempre ispirato tranquillità come se solo in questo posto su tutta la Terra il tempo si fosse fermato e avesse richiuso dentro di sé ogni sguardo e ogni sorriso delle persone amate.
Eccola la lapide grande e di colore bianco, ormai lì da dieci anni. Vederla per lei era sempre come la prima volta. Si avvicinò, appoggiò delicatamente i fiori sul freddo marmo: orchidee, i suoi fiori preferiti.
“Oh papà, come vorrei che tu fossi ancora qui con me. Adesso magari mi staresti a insegnare a guidare la macchina. Sai papà, te ne sei andato via da tanto tempo e io adesso ho quasi diciotto anni. Giulia ne ha quindici, te la ricordi ancora, vero? Era molto piccola quando sei andato via. Mi manchi caro papà, tanto. Lo sai che mi sono diplomata? Al liceo classico. Per me è un modo per sentirti vicino, il più possibile. Papà, so che forse stai meglio lì dove sei ma se potessi passare di qui, anche solo per un istante, per poterti vedere e riabbracciare, ne sarei felice. Come si sta in quel posto? Dammi una risposta. Lo sai che ieri ho sentito ancora una volta la mamma piangere? Mi sono avvicinato alla sua stanza e l’ho vista piangere sul cuscino. Fa sempre finta che vada tutto bene, ma non è così. Mi manchi, papà”
Cominciò a pregare; forse anche solo una preghiera le avrebbe potuto dare sollievo, pensò. Non seppe quanto tempo passò da quel momento fino a che non guardò l’orologio: era quasi mezzogiorno.
“Forse è giunta ora di tornare a casa” disse tra sé.
Si voltò e vide una figura poco lontana dalla tomba di suo padre che fissava una piccola lapide, probabilmente quella di un bambino. Era quasi sicura che prima non ci fosse.
“Come mai è sola quella bambina?” disse ” Avrà non più di otto anni, quali genitori irresponsabili lasciano una bambina sola in un cimitero?
Si avvicinò piano e la osservò a lungo. Aveva una pelle bianchissima, quasi trasparente, una bocca rosa e un nasino all’insù e non sembrava nemmeno aver notato la sua presenza.
“Ehi, piccola, che ci fai qui tutta sola?” le chiese con un sorriso.
Lentamente la misteriosa bambina si girò verso di lei. Il suo viso, non più in penombra, sembrava ancora più pallido. Elsa lo osservò meglio, era pieno di tagli e ogni traccia di felicità sembrava svanita per sempre, così come dai suoi occhi, belli e grandi ma inquietanti. Le chiese come si chiamava.
“Micaela”
Una voce timida ma ferma.
“Dove sono i tuoi genitori?” le chiese.
“Sono morti.”
A quelle sue parole Elsa sentì un istintivo legame con lei.
“Posso chiederti come sono morti?”
“Un incidente. Il 4 Ottobre 1995”
Il fiato le si bloccò in gola. Era lo stesso giorno in cui era morto suo padre.
Stava per farle un’altra domanda ma lei cominciò a parlare:
“Era mattino presto, scuro, con molte nuvole. Mamma mi svegliò: “Tesoro, è ora di svegliarci! Dobbiamo partire!” Felice mi alzai per fare colazione con la torta di mele che mi aveva cucinato la sera prima. Era il giorno del mio compleanno.” disse con un triste sorriso sulle labbra.
“Ci avvicinammo alla macchina di papà. Io ero seduta sulla sua grande valigia nera. Mi sedetti in macchina e mangiai un panino con il prosciutto che la mamma mia aveva preparato per merenda. Partimmo e la mamma, come se fosse l’ultima volta, mi diede un bacio sulla fronte”.
Elsa si guardò attorno, il cimitero era completamente avvolto nell’oscurità. Come era possibile? Quanto tempo era passato?
“Poi fu tutto un attimo. Un grande rumore. Sentivo la voce della mamma che mi chiamava, che urlava il mio nome, vidi i suoi occhi e poi più nulla.”
Sentii il mio respiro mozzarsi in gola. Il 4 Ottobre 1995. L’incidente in cui morì anche suo padre. Ricordava ancora il servizio televisivo, un uomo in giacca e cravatta sul luogo dell’incidente, la macchina di suo padre scontratasi con una Fiat punto bianca. Nessun sopravvissuto allo schianto.
Un momento, nessun sopravvissuto? Come è possibile? Dieci anni dopo. Guardò Micaela che non poteva avere più di otto anni.
“No, non può essere…”
La osservò di nuovo, poi rivolse lo sguardo alla pietra davanti a lei.
Deglutì. La targa recitava così: “Micaela Morici. 04 Ottobre 1988 04 Ottobre 1995”
La bambina le sorrise. Un sorriso triste, di chi sa già il suo destino.
“Giulia ha bisogno di te” disse con la stessa voce timida ma ferma.
Elsa sentì gelarsi il sangue nelle sue vene.
D’un tratto non vide più la bambina, era scomparsa nel nulla. Un’improvvisa vibrazione nella tasca interna della sua giacca la fece sussultare. Osservo il display: tre chiamate perse da sua sorella Giulia.
Corse verso l’uscita del cimitero e per l’ultima volta chiuse quel cancello.

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