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UNA PICCOLA ESITAZIONE
Scritto da Bondorello
Categoria: Narrativa - Altro
Scritto il 26/05/2007, Pubblicato il 16/04/2007, Ultima modifica il 26/05/2007
Codice testo: 11039357 | Letto 3875 volte

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Questa mattina ha tentato di buttarsi dalla finestra e non riesco a crederci.
“Sandra, ma cosa ti succede?” le chiedo.
“Non posso andare avanti così, Carlo.”
Siamo seduti sul divano, rintanati nel nostro appartamento. Abbiamo bisogno di parlare, di chiarirci un attimo le idee, e questo posto mi è sembrato l’unico adatto allo scopo.
“Perché hai tentato di fare una cosa del genere?” le richiedo.
“Perché non ce la faccio più, quante volte te lo devo ripetere?”
Sandra è sempre stata una bella donna. Alta, capelli lunghi e neri. Forte e decisa, non ha mai incontrato nessun ostacolo che abbia potuto in qualche modo infastidirla. E sono in molti ad affermare che è destinata a compiere qualcosa di veramente grande.
Ora invece ha chiuso gli occhi cominciando ad agitare la testa avanti e indietro. Mi accorgo di stare piangendo; a vederla in quello stato, ni sento davvero morire dentro, e mi sto chiedendo se l’idea di rinchiuderci in questa trappola per topi sia stata davvero così efficace. Avremmo potuto discutere all’aperto, camminando magari per le stradine del paese, o forse sulla spiaggia…
L’abbraccio delicatamente, sfiorandole la guancia con le labbra.
“Ho perso il controllo” fa lei. “Carlo, ho perso il controllo e il mio orgoglio. Non sono più la donna di una volta.”
“Perché dici così? Hai avuto dei problemi sul lavoro?”
Lei scuote la testa, con lo sguardo rivolto altrove.
Osservandola meglio inizio finalmente a capire. È pervasa da quel senso di smarrimento che qualche volta ho provato anch’io. Una sensazione strana, che ti fa sentire inutile.
Mi alzo, prendo la bottiglia di whisky dal tavolo e corro a svuotarla nel lavandino del bagno. Poi torno da lei.
“Ti ricordi quando andammo in gita a Verres, vero?”
Lei annuisce lentamente.
“Ti ricordi quando entrammo in quella chiesetta di legno?”
Lei abbozza un timido sorriso. C’eravamo conosciuti da appena qualche settimana, ma per lei era stato davvero un colpo di fulmine. Sentiva di amarmi, e quella strana atmosfera la convinse a dichiararsi apertamente nei miei confronti. Ed io accettai, facendole passare uno dei momenti più belli della sua vita.
“E ti ricordi quando l’abbiamo fatto per la prima volta?”
Sandra sospira. Stavamo ancora sistemando il nuovo appartamento, ed avevo appena cambiato la guarnizione ad uno dei rubinetti del bagno. Lei era entrata e, non appena mi aveva visto, si era messa a ridere; avevo un aspetto davvero buffo, che le ricordava quell’omino dei videogiochi che doveva uccidere le tartarughe. Ci chiamammo per nome ed io smisi di fare quello che stavo facendo. Lei mi sorrise e poco dopo ci ritrovammo abbracciati e sdraiati sul divano ancora da sistemare.
Lavorava nell’ufficio di un noto avvocato, ed era pagata piuttosto bene. Era molto brava a tenere i libri contabili e a fare i conti; in effetti, la sua materia preferita a scuola era proprio la matematica, e i suoi genitori si erano quasi convinti che la loro bambina avesse al posto del cervello una vera e propria calcolatrice. Eppure, nonostante questo, sentiva in lei che c’era qualcosa che non andava.
Il telefonino suona improvvisamente, e il mio flusso di pensieri viene deviato verso quella stupida suoneria che simula lo squillo di un telefono tradizionale. È da due giorni che continua a suonare di tanto in tanto, ma non ho nessuna voglia di rispondere. E neanche Sandra. Così lo abbiamo messo dentro il cassetto del comodino. Potremmo spegnerlo, ma qualcosa c’impedisce di farlo.
Sandra fissa il pavimento, ed io mi alzo dandole le spalle. “Sandra, io sono orgogliosa di te. Del tuo lavoro, del tuo modo d’essere… di tutto, capisci?”
Sandra annuisce. Una volta le piaceva avere a che fare con la gente. Poi, una mattina non si era sentita bene. Aveva avuto un forte mal di testa e le era passato l’appetito; da allora, stava continuando a dimagrire. Di chili quella settimana ne aveva persi altri due, e i vestiti iniziavano ad andarle larghi. Passava sempre più tempo a letto. Di notte dormiva poco o nulla, e i lavori di casa andavano a rilento. Di pomeriggio, appena tornata dal lavoro, si metteva di nuovo sotto le coperte e dormiva spesso fino a tarda sera. Io sono sempre andato a fare la spesa, ma comincio ad essere stufo. La tensione fra noi è sempre più palpabile, ed il nostro matrimonio è come un esile filo che sta ormai per spezzarsi.
Il telefonino suona di nuovo. Questa volta apro il cassetto del comodino e rispondo.
“Pronto?” dico.
“Ciao Carlo, sono Maria.”
“Ciao” rispondo con un tono freddo e distaccato.
“Lo sai che la figlia dei Marietti è in cinta? Se vieni a prendere un caffè da me nel pomeriggio ti racconto tutto…”
“Ah” rispondo io fingendomi sorpreso. “Davvero una bella notizia.”
“Sì, ma il padre non si è mai fatto vivo. Che vergogna.”
Conosco Lara Marietti fin da bambina. E preferisco non immaginare cosa stia passando in questo periodo, anche perché lo so fin troppo bene. Anche mia figlia Monica era nata nelle stesse ed identiche circostanze. La madre, una mia ex-compagna d’università, era sparita dalla circolazione nel giro di pochi mesi interrompendo perfino gli studi. Qualcuno in seguito mi aveva detto che era andata a Roma a lavorare in uno studio pubblicitario, ma non ne ero (e non lo sono tutt’ora) mai stato poi così convinto.
“Non posso venire oggi, Maria.”
“Stamattina, poi, ho saputo che il figlio dei Giacometti è stato bocciato all’esame di maturità” prosegue lei, come se non mi avesse sentito. “Se anziché perdere tempo al computer si fosse messo a studiare…”
“Capisco” replico io, che nel frattempo cerco inutilmente di rammentare chi sia quel ragazzo.
“Proprio non ce la fai a venire da me?” prosegue lei. “Guarda che forse vengono anche Elena e Mario. Potremmo chiacchierare tutti insieme e ascoltare un po’ di musica.”
“Non posso venire Maria, non insistere per favore.”
Fuori sta iniziando a nevicare e posso vedere i fiocchi di neve dalla finestra che cadono lentamente, quasi come se hanno paura di rompersi sull’asfalto.
“Oh Dio, nevica, hai visto Carlo?” dice Maria dall’altro capo del filo battendo più volte le mani.
“Sì, ho visto, ma adesso devo andare e ti prego di…”

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