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Canto di un cane randagio
Scritto da leonardo deck
Categoria narrativa, genere altro
Scritto il 01/11/2017, pubblicato il 01/11/2017, ultima modifica il 01/11/2017
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- E adesso comprendo cosa vuol dire essere stanco di lavorare, ha detto il ragazzo assunto appena da qualche giorno.
- A proposito, ha aggiunto, quando è il giorno di paga? E le ferie, quando è che andiamo in ferie?
Noi vecchi ci siamo messi a ridere.
A ridere di lui e di noi e di tutti i datori di lavoro di tutto il mondo. Abbiamo riso anche di tutti i rimproveri che avevamo ricevuto durante tutta la nostra vita da operai in giro per qualche puzzolente fabbrica. Qualcuno di noi ha riso pensando agli uffici di collocamento e qualcun altro invece pensando alle segretarie che la danno via per avere un aumento di stipendio. La nostra fu davvero una gran bella risata.
- Basta! Questo lavoro non fa per me, ha detto nel primo pomeriggio il ragazzo appena assunto. - Mi licenzio, e ha smesso di lavorare. Si è alzato dalla sua postazione per tagliare il cuoio ed è andato a sedersi nella comoda poltrona di pelle del capo reparto che in quel momento non era in fabbrica. Poi, con calma, si è acceso una sigaretta.
Qualcuno di noi vecchi, quelli tra i più coraggiosi, ha smesso per un attimo di lavorare ed ha alzato su la testa dalla sua postazione.
- Cosa farai adesso che non hai più un lavoro?, gli ha chiesto.
- Non ne ho la più pallida idea. Per ora mi fumo questa sigaretta e se quando l'avrò finita non saprò ancora cosa fare adesso che non ho più un lavoro, ne accenderò un altra. Era semplice.
Una parte di me è andata a sedersi lì assieme a lui a fumare. La parte di me morta, invece, ha ripreso a lavorare. Anche questo era semplice da fare, più di quanto si possa credere.

Quando abbiamo finito le nostre otto ore di galera ho chiesto a Polvere se gli andava di bere una birra al “Free Time Bar”.
Polvere mi ha risposto che non poteva. Ha detto qualcosa circa sua moglie che lo aspettava a casa per le sette. Ha accennato ad un altra gabbia e ad un altra catena. Sapevo molto bene a cosa alludeva, avevo anch'io la mia gabbia dove tornare e la mia bella catena stretta attorno al collo, solo che la mia era un poco più lunga della sua.
A proposito di Melania, la padrona del mio cuore, domenica scorsa verso le undici del mattino è entrata in camera da letto reggendo un vassoio colmo di pasticcini. Era il suo modo per chiedermi scusa dopo il litigio che avevamo avuto la notte precedente. Il motivo della litigata era sempre lo stesso di sempre: lei pensa che io la tradisca con un altra donna.
La notte prima io ero rientrato a casa verso le cinque del mattino e Melania a quel punto aveva cercato di uccidermi con un coltello da cucina.
- Te lo taglio, urlava inseguendomi per la casa e alzava il coltello. - Te lo taglio, brutto stronzo, una notte mentre stai dormendo. Mentre magari la stai sognando.
- Quando fai così mi fai impazzire.
Delle notti, dopo aver finito di scopare, lei si chiude in bagno a chiave per delle ore.
- Quand'è che tutta questa pazzia finirà, grido colpendo a pugni la porta del bagno.
- Ti spezzerò il cuore, figlio di puttana. Ti spezzerò il cuore, come tu hai spezzato il mio, mi risponde lei gridando e la porta del bagno rimane chiusa.
Chiusa, come la porta dei nostri due cuori, penso.

Ecco, più o meno, come vanno le cose da queste parti. Vieni a farti un giro qui. Immergiti dentro i quartieri popolari. Vieni a vedere che faccia ha chi ha passato una vita intera a lavorare ma ancora non riesce a pagare l'affitto e non arriva alla fine del mese. Chi divide una camera da letto in quattro persone. Vieni dalle parti dove manca il lavoro, mancano i soldi, dove il sole splende meno che altrove. Dove la violenza è sempre presente. Dove l'amore che non si trova viene sostituito con qualsiasi altra cosa che ci faccia sentire un poco di calore.
E' così che vanno le cose dalle mie parti. In altre parti dicono che vada anche peggio.

Sono arrivato al Free Time Bar e al suo interno c'erano tre uomini che conoscevo di vista. Ogni volta che andavo in quel bar loro c'erano sempre, seduti negli sgabelli del bancone.
Sono andato anch'io a sedermi in uno di quei sgabelli. Ci siamo salutati con un cenno del capo. Poi è arrivata Vittoria, la barista.
- Come va?, mi chiede Vittoria.
- Sono ancora vivo, credo, e le faccio l'occhiolino.
- Cosa ti porto?
- Una vita nuova!
Vittoria sorride.
Ordino una birra. Mentre aspetto prendo dalla tasca dei pantaloni il telefonino e chiamo Honey, la mia amichetta.
- Pronto?, dice una voce di donna. Presumo sia la voce di sua madre, la mia amichetta vive ancora con i suoi genitori. Va a scuola e ha solo diciannove anni. Ne dimostra ventisei.
- Buona sera, mi può passare Honey, per favore. Grazie.
- Qui non c'è nessuna Honey, mi dispiace. Questo numero è di mio marito. Lei deve aver sbagliato numero.
- …
- …
- Cosa ha detto, scusi?
- Ho detto che lei ha sbagliato numero.
- No, non penso proprio di aver sbagliato. Lo so che lei non approva che io esca con sua figlia perché ho qualche anno più Honey, ma ascolti; lei non mi conosce, non mi ha neppure mai visto. Io e Honey ci amiamo, siamo una sola cosa. Perciò adesso non continui a fare la stronza e me la passi. Grazie.
- Adesso mi stia a sentire lei. Io non ho nulla in contrario che lei sia una cosa sola con questa Honey, ma le ripeto che qui non c'è nessuna ragazza che si chiama così. LEI HA SBAGLIATO NUMERO.

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