Cari autori, stiamo riscontrando problemi con l'invio delle email dal sito. Al momento sono quindi sospesi gli invii email delle notifiche di commenti e testi. Nel caso non riceviate l'email di conferma di iscrizione, potete scrivere a staff@alidicarta.it per la conferma manuale.




Ultimi pubblicati  |  Ultimi modificati  | Cerca un testo | Archivio degli autori  | Ricevi il feed dei testi di Alidicarta.it  Feed Rss dei testiRegistrati come autore!

Il twitter degli autori

Caricamento twitter... (reload in caso di blocco)
Fai il login per twittare
mostra/nascondi twitter degli autori


LA CASA DI MEZZO
Scritto da pennanera
Categoria: Narrativa - erotico/romantico
Scritto il 11/04/2018, Pubblicato il 11/04/2018 18.36.58, Ultima modifica il 11/04/2018 18.36.58
Codice testo: 1142018183657 | Letto 182 volte

Attendere caricamento dei dati...(reload in caso di blocco)

Torna alla prima pagina 1/2 Pagina seguente


LA CASA DI MEZZO



La strada non era asfaltata, ma bianca di una terra arsa di sole. Quando ci passava una macchina la polvere si sollevava e rimaneva nell’aria per parecchi minuti prima di ricadere.
San Rocco non era un paese, ma una piazza stretta e lunga dove a destra si rincorrevano tre case come tre vagoni ferroviari a due piani. A sinistra il capannone della falegnameria Buratto, protetto da una lunga recinzione di pietra e una rete metallica arrugginita. Su, in alto, sopra le linee orizzontali delle vigne, si scorgeva il tetto della scuola elementare e il campanile della chiesa. Al limite della piazza, grigio e abbandonato, il silo di un vecchio granaio che si diceva fosse appartenuto ai conti di Trezzo.
Di lì la strada cominciava a salire e a inerpicarsi tra le colline verdi di nocciole, piantagioni di pesche, vigne e campi di granone.
La casa di mezzo era proprietà di un mio zio di secondo grado. Lui aveva la pelle del viso raggrinzita, scura di sole e di fatica. La zia era di stazza robusta e ci vedeva poco. Nell’estate del ’56 ci passai una vacanza.
Ricordo una scala ripida e buia, un ballatoio stretto e lungo a pochi metri dalle acque sulfuree di un fiumiciattolo quasi in secca. Al fondo del ballatoio il cesso e poco prima l’ingresso dell’appartamento degli zii: una cucina con la stufa, un lavandino, una credenza, un tavolo con le sedie spaiate e un divano con la fodera rossa scucita e macchiata. L’altra stanza era la camera da letto. A me toccava uno stanzino a metà del ballatoio, dove lo zio aveva sistemato una branda e una sedia come comodino. Ci tenevano le mele, le nocciole e le mandorle.
Dall’altro lato il ballatoio si divideva in due, da una parte un fienile con le balle di paglia, le gabbie dei conigli e una grande varietà di attrezzi mai visti; dall’altra ancora un appartamento. Ci abitavano i Beltramin, una famiglia composta dal gestore della trattoria San Rocco, sua moglie e le due figlie di 6 e 14 anni: Sara e Rosalba.
Proprio all’inizio della piazza, nello scantinato della prima casa, lo zio svolgeva la sua attività di vignaiolo. Il suo dolcetto era rinomato, tanto che il sabato e la domenica mattina, le macchine che arrivavano dalle città vicine per acquistarlo, dovevano parcheggiare all’ombra delle gaggie e occupavano metà della strada.
Io trascorrevo gran parte del giorno con lui fino a che l’odore di vino che esalava dalle botti mi dava alla testa e mi costringeva ad uscire all’aperto per respirare e rimettermi dall’intontimento.
Spesso mi lasciavo trasportare dalla fantasia, allora oltrepassavo il silo, correvo, cercavo mete nuove, avventure sempre più lontane. Abbandonavo la strada e mi lasciavo avvolgere dai profumi e dai colori mai uguali. Inventavo agguati, duelli, recitavo la parte di un pilota, un indiano a cavallo, uno sceriffo con la pistola. A volte mi accorgevo di essermi allontanato troppo e tornavo di corsa per non fare tardi.
La sera, subito dopo cena e da quando c’ero io, Sara e Rosalba venivano a trovare la zia. Lo zio scendeva in piazza a fumarsi un sigaro con gli amici. Loro si sedevano sul divano, Rosalba prendeva una delle riviste che la zia teneva in una cesta di vimini e cominciava a sfogliarla e a guardare le figure. Sara le si sedeva in braccio e giocava con i capelli della sorella attorcigliandoseli tra le dita.
Io le guardavo, sorridevo, ma non sapevo cosa fare né cosa dire. Rosalba era carina, castana, magra e curiosa. Sembrava studiarmi.
«Che scuola fai?»
«Quest’anno farò la terza media.»
«È difficile?»
«Abbastanza. Per via dell’esame. E tu?»
«Io… io ho finito. Avrei dovuto andare ad Alba, dalle suore. Ho pianto due giorni e due notti. Aiuterò papà in trattoria.»
La zia aveva finito di ordinare la cucina, si era portata una sedia sul ballatoio e se ne stava seduta a godersi l’aria della sera.
Sara si era stufata di giocare con i capelli. La sua mano si era appoggiata al seno della sorella. Le unghie erano macchiate di rosso, lo smalto si era quasi staccato del tutto. Mi guardava con occhi assonnati. A un tratto girò il viso in su, guardò la sorella che abbassò la testa e la baciò. Prima sulla punta del naso poi sulla bocca.
Quello che mi sorprese e mi eccitò fu il modo con cui si baciarono: un bacio pieno, d’amore, con la lingua. Come se fosse un gioco, un gioco tra bambine. Durò un po’ troppo a lungo. Poi Rosalba mi guardò, sorrise, scostò la sorella e si alzò.
«Noi andiamo a letto.»


Due giorni dopo, nell’afa del fine pomeriggio, trovai Rosalba da sola nel fienile. Leggeva un fotoromanzo. Mi salutò con un gesto della mano senza alzare la testa.
Io entrai e mi avvicinai.
Era seduta su una vecchia sedia con il piano di paglia sfondato. Era scalza e i piedi poggiavano su di un listello che sembrava cedere da un momento all’altro.
Indossava un vestito leggero a maniche corte, con piccoli fiori rosa un po’ sbiaditi. Era macchiato in più punti e scucito sotto l’ascella sinistra.
Gironzolai attorno alle gabbie dei conigli senza troppa convinzione. Ogni tanto la guardavo e sembrava che lei percepisse il mio sguardo perché smetteva di leggere e subito i suoi occhi si fissavano nei miei e rimanevano quasi imprigionati. Io arrossivo, lei abbozzava un sorriso e tornava a concentrarsi nella lettura.
Era bella come la corsa di una lepre tra i filari di granoturco, selvatica e fiera. E indovinavo il suo corpo in quel correre armonioso: le gambe magre, la schiena curva, le braccia a comporre svolazzi nell'aria.
Sentii che buttava la rivista sopra dei sacchi ammucchiati.
«Mi fai ballare?»
Ricordo che il cuore ebbe un battito in più. Mi sentii a disagio.
«Non… non sono capace. E poi non c’è la musica.»
Sorrise e gli occhi mandarono riflessi di cristallo.
«La musica la facciamo noi. Quella che vogliamo. Dammi la mano, ti porto io.»
Si alzò, si avvicinò, mi prese la mano e cominciò a modulare le note di Accarezzame. Mi guidava stringendomi le dita, mi faceva girare, si faceva più vicina. Sentivo il suo profumo, qualcosa di dolce che si era spruzzata addosso e che si confondeva con l’odore della pelle, della stoffa e dei capelli.
Poi mi si fece contro. Mi passò una mano sulla spalla e l’altra, stretta alla mia, se la portò al seno. Mi strinse forte e si appoggiò con la testa al mio petto.
Il cuore mi batteva troppo in fretta.

Torna alla prima pagina 1/2 Pagina seguente



Menu

Home Page
Iscriviti come autore
Scrivi il tuo testo
Forum
Cerca


Pubblicità

Su di noi

Strumenti

Help

© 2001-2018 - Layout, grafica e contenuti sono protetti da diritto d'autore
Vietata la riproduzione - PI:02102630205 Hosting www.dominiando.it