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La fine di uno Stato perfetto
Scritto da Djambo
Categoria: Narrativa - giallo/noir
Scritto il 11/06/2018, Pubblicato il 11/06/2018 01.14.54, Ultima modifica il 14/06/2018 22.53.44
Codice testo: 116201811454 | Letto 135 volte

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Nota dell'autore Djambo:
Un omicidio come tanti compiuto dalle forze dell'ordine. Ma la negligenza, a volte, si paga. Occhio al finale.

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1a parte

- ‹‹Patetico.››
Esordì così una delle guardie.
Lo avevano trovato da solo quel lurido ramingo, in un angolino buio e senz’aria. Stava provando a nascondersi, com’è usanza d’altronde tra i delinquenti senza onore. Non gli fu concesso più di qualche secondo. Passato questo esiguo lasso di tempo, le sentinelle potevano già complimentarsi tra loro per l’ottimo compito svolto, portato a termine con le solite maniere brusche, i modi sbrigativi, “alla vecchia maniera”, ma sempre con efficacia.
- ‹‹Avete iniziato voi.››
Fu tutto ciò che ebbe il tempo di dire il colpevole. Poi scomparve per sempre, la lotta numericamente impari lo aveva sopraffatto. Erano in 10 contro 1.
Grandi e grossi, forgiati sin dai primi istanti della loro esistenza per il combattimento, il conflitto, l’ostilità contro ogni essere che non fosse riconosciuto come innocuo. Non accettavano estranei. La parola “ospite” era sgradita. Ah, ma non era colpa loro, era il sistema ad averli formati così. Tipi da cui è conveniente girare alla larga in qualunque situazione.
Se non sei della loro stessa terra, se sei un povero malcapitato sul loro suolo, hai smesso di esistere. Non importa come, né quando, né perché tu sia lì. Il trattamento è uguale per tutti, sono democratici, LORO! Ti inseguono in ogni angolo del loro territorio, sembrano spinti da un odio feroce che non conosce limite, ma soprattutto non conosce motivazione apparentemente logica.
Ah, no, la motivazione ce l’hanno, dicono loro. Devono difendere la Patria, costi quel che costi. Non passa lo straniero. Non usano mezzi termini, questi esseri sanguinari hanno la belligeranza come unico scopo di vita, una vita per altro non lunga, ma totalmente dedicata a questo “nobile sacrificio”. È chiaro, c’è sempre necessità di gente fresca per questo incarico che tutti gli onesti cittadini e lavoratori letteralmente osannano, proprio loro, i cittadini (!), i più a rischio quando le sentinelle perdono colpi.
E capita, eccome se capita. Ma la colpa è condivisa in questo caso. Si, stavolta vanno esautorati dall’infamante nomea di portatori di distruzione. Diventano solo l’espressione di un malessere generale, si limitano ad esserne parte. Non ragionano nemmeno qui, la loro voce si esprime solo nell’azione violenta e mantengono questa linea fino in fondo. Perlomeno, sono coerenti.

2a parte


Se ne stava accucciato lì, in attesa di tempi migliori.
Un tipo con un grande potenziale, tale si reputava. Ma uno come tanti in fin dei conti. Ce ne sono a bizzeffe, nati con numerosi talenti, sempre sul punto di esplodere definitivamente, da un momento all’altro. Beh lui era uno di questi. Per quelli che davvero contano qualcosa, però, lui nemmeno esisteva. ‹‹Ancora per poco››. Era solito ripetersi, quando ci pensava. E ci pensava spesso, era il suo pallino. ‹‹Vendetta››, meditava. Meditava vendetta tra sé e sé.
Un paesaggio di desolazione era quello che lo circondava. Non che gli dispiacesse, a dire il vero. Sapeva bene, e se lo ribadiva da sempre, che non si nasce forti, ma con le capacità per diventarlo. E chi non le sa sfruttare non merita di esistere. Ci si tempra nelle difficoltà, c’è quasi un gusto edonistico nell’affrontare un ambiente ostile e nell’uscirne vincitori. Ne era convinto, ed era diventata la sua filosofia di vita.
‹‹È l’ora di cominciare a lastricare la strada verso il trionfo.›› Acquattato nel suo cantuccio, si rinvigoriva alla vista di uno spazio circoscritto in cui solo lui sapeva come sopravvivere. Nessuno lo avrebbe mai cercato in un luogo così inospitale. Poteva comodamente maturare il suo dolce piano di folle rivincita.
Aveva un’arma, molto potente. Tutti quelli come lui sanno come produrla, ma soprattutto come usarla. Un’arma dagli effetti devastanti, capace di far saltare in aria un intero Stato nei suoi punti più nevralgici: nella catena di comando. Sì perché quest’arnese di morte non era la solita dimostrazione di forza. Sapeva coniugare scaltrezza, intraprendenza, tattica e soprattutto indiscrezione. Chi l’aveva testata, così si diceva, aveva riscontrato esiti indescrivibilmente positivi. Si poteva ragionevolmente definire un “missile intelligente”.
Il suo piano era semplice dopotutto. Quel posto dimenticato da Dio, quell’anfratto senza pace era il luogo più sicuro per cominciare la rivoluzione. Bastava sfruttare abilmente il tempo a proprio vantaggio, per ottenere il fine prefissatosi. Quei maledetti sorveglianti dovevano pagare una volta per tutte le loro malefatte. E insieme a loro, tutti i cittadini.
Ne era a conoscenza, lui. Il popolo non ha alcuna speranza di sopravvivere senza i suoi difensori. E nemmeno senza la catena di comando. Ma privati di quest’ultima, nemmeno le guardie hanno più senso di esistere. E allora la via che, a prima vista, poteva sembrare la più difficile da percorrere era in realtà quella migliore da intraprendere. C’era una falla nel sistema, e lui la stava sfruttando a dovere.
Si mise all’opera. Non li ci volle nemmeno tanto. Quando sai perché lavori, il tempo è il tuo miglior alleato. In pochi giorni riuscì a crescere nella maniera più appropriata, nutrendosi dove nessuno trovava ristoro. Si sentiva unico e invincibile. Stava cominciando ad autoproclamarsi “il resiliente”, e ne aveva ben donde. Passo dopo passo guadagnava in energie, mentre il mondo intorno pian piano abbozzava un timido ritorno alla forma abituale, quella dove i comuni cittadini sogliono svolgere le loro quotidiane mansioni. Ma era tempo di guerra e per quelli, al momento, non c’era più aria.
Poco dopo, fu quasi tutto pronto. Fervevano gli ultimi preparativi per la costruzione dell’arma.

3a parte
“Come ci sei finito qui, papà?”
“Non lo so, figliolo. Sono stati attimi concitati.”
“Cioè?”
“Ero a casa, nient’altro da specificare. Poi d’un tratto, non chiedermi come, mi sono ritrovato catapultato in una landa desolata, lontano dai miei affetti, lontano da ciò che mi faceva sentire sicuro”
“E poi?”
“Ho fatto fatica a realizzare cosa mi stesse accadendo. Ciò che posso dirti, e di questo ne sono certo, è che adesso sono qui, con te, piccolo mio”.
“Ce la faremo, papà?”
“Andrà tutto bene, vedrai, nessun papà mente al proprio figlio.”
“Mi sento soffocare, papà”
“Sta tranquillo, vieni di qui… ma piano, senza far rumore.”
“Ok. Ehi papà, cos’è quella cosa che tieni lì dietro?”
“Quale? Ah, ho capito. No, niente, è tipo un giocattolo.”
“Davvero? Posso giocarci?”
“Ehm, no, vedi. Questo è un giocattolo molto particolare. Solo pochi lo sanno usare, non sei ancora pronto, sei piccolino.”
“E un giorno lo potrò usare?”

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