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Lanvin
Scritto da ANDREA OCCHI
Categoria: Narrativa - Altro
Scritto il 11/07/2018, Pubblicato il 11/07/2018 13.29.24, Ultima modifica il 12/07/2018 09.18.56
Codice testo: 1172018132924 | Letto 87 volte

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Nota dell'autore ANDREA OCCHI:
mi pare frettolosa...

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La sobrietà non gli si addiceva. Sin da bambino aveva subito il fascino dagli eccessi e delle stravaganze, benchè fosse timido e introverso.
Solo il suo vestire poteva essere definito sobrio, nonostante una nota di eccentricità moderata ed elegante che chiosava sempre la sua indole.
Indossava camicie, a volte orribili, oggettivamente orribili, come quella verde con elefanti bianchi che vestiva con un abito in fresco di lana color salvia, ma indosso a lui parevano di fine sartoria.
Adorava le cravatte non comuni. Ne aveva riesumate alcune del padre, confezionate negli anni 50. La preferita era una lingua di seta rosso acceso con grandi disegni, tipo maglie di catena, incastrati due a due: uno di colore bianco, uno di colore blu. Nel cappuccio era impresso il simbolo di una prestigiosa ed antica casa di moda parigina: una donna ed una bambina che ballano un girotondo tenendosi per mano, come all’interno di un vortice.
Si era rimirato allo specchio prima di uscire ed aveva ravvivato il taglio di capelli passandovi un poco di cera.
Si sentiva in perfetta forma per la serata. A casa di qualcuno che non conosceva, invitato da una tipa che non conosceva, con un tatuaggio sull’interno dell’avambraccio: “Treguna mekoides trecorum satis dee” con la quale aveva solo scambiato due parole nel piccolo negozio di prodotti ortofrutticoli a chilometro zero a fianco dell’antico forno sulla piazzetta di Porta Montanara. Era una ragazza carina, ma quanto parlava! Anche più di me, pensò con autocritica. Però quel leggero vestito di lino bianco corto al ginocchio, le donava, come il cranio rasato e il lieve rotacismo. Non un filo di trucco, se non appena un leggero ombretto mat intorno agli occhi verdi. Una sfera campeggiava al centro della lingua. Una cicatrice impertinente come un bacio le sorrideva allo zigomo destro. Stava comprando fragole, come lui. La coincidenza scatenò l’inevitabile chiacchiericcio banale. E parla che ti parla, e ascolta che ti ascolta, lo invitò per uscire quella sera; le mancava un compagno per partecipare ad una conferenza il cui tema era “Mutazioni Composte”. Sarebbe passata lei a prenderlo.
Vibrò il telefono. Sul display: “ti aspetto qui…nel parcheggio”.
“Permesso…” Aprì la portiera della BMW X2 gialla e un profumo antico lo avvolse. Notò sentori agrumati, di pesca, gelsomino e sandalo; quest’ultima essenza non usuale per un profumo femminile. Era splendida in un vestito color lavanda stretto nei punti giusti. Guidava scalza, le scarpe decollete arancioni con tacco dieci erano appoggiate sul tappetino.
“Complimenti, sei…”
“Non dirlo, ti prego, non dirlo…” – lo interruppe - “Non comportarti come gli altri, ti prego!”
“Sei in ritardo, cazzo!” – imprecò in tono serio.
Trattenne a stento una risata gonfiando le guance. La cicatrice, ora, appariva in tutta la sua delicata violenza come se fosse una parte viva.
Fermi al semaforo allungò una mano alla cravatta, la girò e, con curiosità, ne guardò il cappuccio e sorrise.
“Che c’è?” – le chiese.
“Lo sai che profumo ho sulla pelle?” – la domanda non richiedeva una risposta.
“Arpège!” – disse alzando il sopracciglio sinistro con un’espressione malandrina a fronte dell'altra, attonita.
La strada diveniva sempre più stretta attraverso campi coltivati a pesco ed albicocco.
Non distoglieva mai lo sguardo dalla strada.
Le rondini sfioravano i prati di erba spagna.
Nell’invito, in cartoncino bianco, era stilizzato, con tratto nero, il fronte di una ampia villa del ‘700 con la tipica fisionomia delle ville venete sormontata dalla facciata di un organo a canne su cui si leggeva “sesquialtera”.
La villa, dietro un’alta cancellata in ferro battuto le cui decorazioni si ergevano leggere come ricami sul verde dello sfondo, pareva una nobile sperduta, circondata dalla rozza campagna che la abbracciava avidamente, con invidia.
Parcheggiata l’auto lungo una folta siepe di bosso, lo guardò e gli chiese:
“Potresti baciarmi, per favore?”
Le labbra si sfiorarono appena, ma la cute di lui fu sorvolata da una piacevole onda anserina.
“Potrei sapere il tuo nome?” – chiese lui.
“Margherita” – rispose “E tu?”
“Andrea”
Attraversata la serliana d’accesso percorsero il corridoio a destra che conduceva alla sala delle feste ove il vociare veniva amplificato dal soffitto decorato a grottesche.
Un uomo, un frate francescano, le venne incontro e la accolse in un abbraccio forte e intimo al contempo.
Margherita era la relatrice principale: il suo nome era al centro del tavolo degli oratori.
Andrea sedette in prima fila con lo sguardo colmo di ammirazione, lui sarebbe morto piuttosto che parlare in pubblico, e curiosità.
Quando si fu seduta, picchiettò il microfono, per richiamare l’attenzione del pubblico che, educatamente, prese posto.
Dopo i convenevoli di rito, Margherita iniziò a parlare, a braccio; altra circostanza che per lui sarebbe stata quasi impossibile.
“Il vento elemento invisibile, tuttavia percepibile, soffia in noi la sua voglia di armonia. Siamo canne d’organo separate, parallele, ma unite da radici che affondano nel medesimo somiere. Abbiamo anima, labbra e desiderio di oscillare tra i vari registri. Io ho trascorso un periodo della mia vita in cui non oscillavo più, avevo smarrito i miei registri; precipitavo, come un grave immerso in un liquido e il fondo pareva inesistente. Ero sporca, rinsecchita arida come una foglia autunnale, poi quell’uomo – disse indicando il frate – è apparso, improvviso come il vento di primavera, un ciclone che mi ha pulita. Mi ha teso la sua mano e tratto dalla strada in cui “vivevo”, mi prostituivo tra alterazioni anche alcoliche e mi ha donato la sua convinzione per la sacralità del vivere con gioia, la sua passione per la musica e l’amore incondizionato di un padre. Ciascuno di noi necessita di cicloni per la felicità. Ora scrivo libri, storie per ragazzi, avventure ove i protagonisti, una famiglia, vivono in una astronave marina, esplorando l’universo degli sconosciuti abissi. Il padre, capelli bianchi ed occhi azzurro intenso, si chiama Albino, come il mio salvatore. Questa sera sono qui in compagnia di un ragazzo il cui nome, Andrea, l’ho saputo poco fa; ci siamo conosciuti questo pomeriggio dal fruttivendolo, entrambi stavamo acquistando fragole, indossa una cravatta di Lanvin, io mi sono profumata con “Arpège”, famosa essenza creata per Madam Lanvin; uno dei due profumieri si chiamava Fraysse, André Fraysse. Io mi chiamo Margherita. Le coincidenze danzano in cerchio, il ciclone cui non posso non abbandonarmi soffia nella canne la sesquialtera. Non so quale sia il sentimento, ma sono felice, mi sento volteggiare come satin nero...la felicità è ciclonica”.

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