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LA MATURITA' PERDUTA
Scritto da paolo s.
Categoria: Epistolare
Scritto il 12/01/2018, Pubblicato il 12/01/2018, Ultima modifica il 12/01/2018
Codice testo: 121201812739 | Letto 227 volte

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La storia si basa su avvenimenti reali accaduti tanti anni fa. La vittima, studente liceale nello stesso istituto dove frequentavo il primo anno, era prossimo alla maturità e condividevamo lo stesso treno sia all'andata che al ritorno verso casa dopo le lezioni. La cronologia dei fatti è quanto successe realmente per averne una conoscenza diretta, quanto accadde all'interno è frutto dell'immaginazione e delle tante dicerie che agitarono la vita di un paese sconvolto dagli avvenimenti. Rivivendo i fatti in prima persona ho inserito ricordi ed episodi della mia sfera privata.
* * * * * * * * * * * * * * * *
Lunedì, 13 marzo
Un rallentamento improvviso accompagnato da un clangore assordante di ferraglie ci avvisa che la destinazione è prossima, mi alzo, raccolgo i libri dalla retina sopra il sedile, stringo la cinghia elastica che li tiene assieme, mi dirigo verso l’uscita salutando i compagni. Fabio mi guarda perplesso, la sgarbata risposta al suo petulante allarmismo non incrina la sua preoccupazione sui rischi che corro.
Il treno è fermo, passo davanti alla locomotiva che ansima sbuffando in attesa di ripartire. Sono le due del pomeriggio, raffiche improvvise di maestrale mi spingono verso casa a consumare il pasto pronto lasciato da mia madre. A quell’ora l’appetito latita, si mangia solo per nutrirsi, senza piacere alcuno.
Sono indeciso se percorrere il vicolo, lei sicuramente sarà alla porta o alla finestra come fa sempre da tempo immemore salutandomi e sorridendo con particolare calore, sorprendente in un’estranea. Le parole di Fabio fanno capolino a rallentare il mio dubbioso incedere.
La torva apprensione causata dai rimproveri del professore di matematica ottunde qualsiasi segnale d'allarme. La carenza in algebra e trigonometria è risultata con tale evidenza da essere ripreso davanti a tutti con particolare acrimonia giustificata, secondo il professore, dalle mie notevoli capacità di studio colpevolmente trascurate con superficiale presunzione. In effetti la materia non mi ha mai affascinato ed è l’unica a richiedere impegno costante e ore di studio a casa, insolito per altre materie, e questo disturba l’aura di primo della classe raggiunta senza essere un secchione.
La verità è che sto nutrendo seri dubbi. L’assoluta necessità di raggiungere la maturità, verso la quale tutti mi spingono convinti delle mie capacità, non è scontata come sembra. La depressione che ultimamente mi avvolge sussurra melliflua con maggiore insistenza la vacuità e l’inutilità dell’impegno. Tenta di convincermi che con la ripetizione dell’anno tutto sarà più facile, con più scioltezza ed esperienza maturata con sofferenza. So che se mi arrendo mi ritirerò definitivamente, aborro l'idea di ripetere l'anno e fare da chioccia a compagni più giovani e sbarbatelli.
Sono a un bivio.
La strada maestra è davanti a me, dove raffiche di vento mi spingono.
Il vicolo è alla mia sinistra. Deserto e silenzioso, dove il vento non penetra.
L’unica casa con ingresso nel vicolo è sua, il retro delle altre abitazioni fa da contorno e riparo a interferenze che possano modificare ciò che nel profondo ho già deciso. Da un’idea di tranquilla sicurezza abbreviando il percorso al riparo dalle raffiche, con la presenza ammaliante di lei a offrire un rifugio alla mia inquietudine.
La convinzione che in me ci sia qualcosa di profondamente sbagliato si fa strada improvvisa e devastante.
Perché la maggior parte delle donne che dimostra interesse nei miei confronti con approcci espliciti e inequivocabili sono donne mature? C’è qualcosa di infantile nel mio aspetto e nei miei atteggiamenti che suscita i loro istinti materni? Mi sento penalizzato nell'autostima e nella convinzione che la maturità sessuale acquisita esclusivamente con donne mature abbia dato sicurezza alle avances verso le compagne. Quasi sempre con successo, ma mai finalizzate fino in fondo.
L’idea che qualcosa di infantile mi appartenga sconvolge la presunzione di una maturità fisica e mentale che ritengo già definita.
Sono ormai nel vicolo. Lo percorro con passo lento e titubante. Covo la segreta speranza che lei non ci sia, proseguire spedito verso casa finalmente rinfrancato, iniziare un percorso catartico che mi liberi definitivamente da angosce e paure riportando alla luce il vero io. Colui il quale non si sarebbe mai fatto riprendere dai professori, rimarcando con intelligenza e abilità la superiore capacità di studio. Colui il quale, sabato precedente, messo di fronte alle spudorate voglie di lei ne sarebbe uscito ilare e divertito, riportando in una clownesca dimensione la lascivia di quella donna.

Sabato, 11 marzo
Le lezioni terminano un’ora prima. Arrivo in stazione col treno precedente.
Un acquazzone violento e improvviso mi costringe sotto la pensilina del suo ingresso.
Mi conduce in casa.
La condizione fradicia mi intimidisce. Sentirmi obbligato da debiti di riconoscenza mi indispone.
La sua invadente premura nel porre rimedio ai danni della pioggia si scontra col mio riserbo.
Non demorde. Mi arrendo infine alle sue attenzioni. Indosso una vestaglia di lana sulla biancheria intima.
Sono a disagio, mi sento ridicolo così abbigliato, raccolto in un angolo del divano la osservo mentre col ferro da stiro asciuga i miei vestiti.
Il perfetto ovale del viso, incorniciato da una nuvola di capelli ricci e ramati, è addolcito da lineamenti delicati e gentili, quasi fanciulleschi. Il suo aspetto florido non penalizza il fisico agile e scattante, attraverso il vestito che indossa intuisco il guizzare dei lombi e il vibrare del seno ancora alto.
Mi rammenta le figure femminili nei dipinti di Tiziano, forse ha il doppio dei miei anni.
Mi porge una bevanda calda e si assenta.
Lo sciroppo di rosa attenua e addolcisce l’irritazione, le membra finalmente si rilassano e nel torpore che mi avvolge immagino di offrirle un mazzo di fiori, pregustando sviluppi imprevedibili in un prossimo futuro.
Riappare seduta al mio fianco, voltata a fissarmi con profondi occhi nocciola scrutando le reazioni a una vicinanza troppo sospetta.
Indossa una vestaglia cinta alla vita da cui si intuisce la mancanza di altri indumenti. Il ginocchio scoperto fa capolino da un lembo della vestaglia poggiandosi distrattamente sulla mia gamba.
Sono sorpreso e intimidito. In altre occasioni avrei padroneggiato la situazione, in quell'ambiente estraneo, riscaldato eccessivamente da una stufa a kerosene in un diffuso sentore di petrolio, mi sento insicuro. Alzo le difese a protezione in un cul de sac senza scampo.
Le guardo il viso in cerca di rassicurazioni, noto per la prima volta una costellazione di efelidi che attraversa il viso da uno zigomo all’altro, quasi invisibile nella sua pelle rosea e delicata.
Solleva la mano sul mio viso. Non è una carezza, è un puntello per la sua testa che si abbassa sicura di centrare l'obiettivo.
Le labbra sono tumide e carnose. L’alito pesante mi infastidisce.
Non ho più spazio per arretrare, sono in trappola.
Mi convinco di dover pagare pegno per ricompensare la sua ospitalità. Respingo un moto di repulsione e ricambio i baci a labbra chiuse.
E’ il segnale che aspetta.
Si adagia su di me. La lingua forza le mie labbra, perlustra a fondo tutta la cavità inondandomi di saliva e di umori non graditi.
La mano apre la vestaglia, percorre le cosce fino a fermarsi sull’uccello rattrappito. Il riflesso incondizionato mi spinge all'indietro, ma lo spazio è esaurito.
Percepisco il calore della mano attraverso il tessuto delle mutande. Il sangue riprende a circolare nei corpi cavernosi.

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