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Una vecchia storia. La ragazza di un mio amico
Scritto da castagno1
Categoria: SELECT NOME FROM CATEGORIA WHERE ID = 2SELECT NODO FROM CATEGORIA WHERE ID = 2Narrativa
Scritto il 12/01/2018, Pubblicato il 12/01/2018, Ultima modifica il 12/01/2018
Codice testo: 121201818286 | Letto 205 volte

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In questa dannata stazione quasi nessun treno fa fermata. C’è traffico sì, ma è solo di passaggio. Transitano perfino gli scintillanti convogli dell’alta velocità, ma sfrecciano via come signore impellicciate davanti al mendicante. E’ per questo che non la utilizzo, pur non trovandosi distante da dove abito: perdessi il treno, mi toccherebbe aspettare almeno un’ora prima del passaggio del successivo. In realtà poche persone frequentano questa stazione. Pure i tossici l’hanno abbandonata, da quando la polizia ha iniziato a pattugliarla con una certa regolarità.
Io c’ero all’inaugurazione, alcuni anni fa: linda e luminosa, con le pareti bianche bordate da bande gialle, pareva dovesse diventare il fiore all’occhiello della zona, elevare il quartiere malfamato in cui vivo. Ora di lindo è rimasto ben poco e le pareti sono diventate un enorme affresco: non è rimasto nemmeno un angolo libero sul quale i writers possano esprimere la loro arte.
Alcune opere mi piacciono: ad esempio, mi colpisce uno sguardo di donna, dipinto in bianco e nero, e anche quella rappresentazione geometrica, una sorta di foresta di cristalli dai colori abbaglianti, mi comunica emozioni. Vero è che ci sono pure tanti scarabocchi, e scritte di cui non comprendo il significato. E poi bestemmie, insulti tra tifosi, disegnini osceni. C’è di tutto insomma. Il bello ed il brutto, senza soluzione di continuità. Verrei più spesso, come visitatore, ma occorrerebbe che qualcuno di tanto in tanto pulisse la lavagna, per così dire, in modo da rinnovare l’esposizione. Non mi dispiace questo posto. Credo stia di casa qui la mia solitudine, ed infatti anche adesso me la sto godendo. Aiuta il fatto che la stazione sia deserta. Ovvio, considerato l’orario: non credo fermerà un treno prima che trascorrano altre tre o quattro ore.
Se proprio dovessi trovare un difetto a questo luogo, direi che è diventato un po’ troppo buio: pure i neon sono stati dipinti, e la tinta predominante è il blu. Per poco non inciampavo su di un clochard avvolto dentro una coperta di cartone. Mai invadere la solitudine altrui, specie di chi l’ha portata alle estreme conseguenze. Non si sa mai come potrebbe reagire.
Mi accendo una gitanes senza filtro, e mi chiedo perché diavolo ho comprato queste sigarette invece delle mie solite chesterfield blu; poi assaporo l’aroma e penso di aver fatto bene. Già, ho fatto bene. Ma se ho fatto bene, perché mi sento così di merda? Non parlo delle sigarette, quelle mi raschiano solo un po’ in gola. Parlo dell’essermene andato via come un ladro.
Lei era stupenda. Come sempre, del resto. Come lo era la prima volta che l’ho incontrata. Saranno trascorsi sei o sette mesi da quel giorno; di più, una decina probabilmente, ricordo che era primavera. Avevo accettato di sostituire il suo ragazzo, il mio amico Renato, in una gita. Lui era rimasto invischiato in una brutta vicenda, e non poteva perdere tempo con una scampagnata. Era troppo impegnato a salvarsi il culo. Ma, da ragazzo sensibile quale egli era ed è, gli rincresceva per lei, che aveva affrontato un viaggio solo per incontrarlo. Si sentiva in colpa a rispedirla indietro senza la promessa gita. Così aveva pensato a me. Sapeva che, nonostante l’assenza di preavviso, io non mi sarei rifiutato. Non di andare a spasso con una bella ragazza. E sapeva pure di potersi fidare. Non gli avrei mai fatto uno sgarbo. Oltretutto all’epoca ero pure fidanzato, e da più di un anno. A dire il vero lo sono ancora, ma stasera ho capito che non lo sarò per molto. Forse avrei dovuto intuirlo prima, ma non sono un tipo sveglio.
Fu una giornata memorabile. Questa è un’altra storia però. Un’altra storia da dimenticare alla svelta.
Da allora ci siamo rivisti parecchie volte, chiaramente sempre alla presenza di Renato. Lei, pochi giorni dopo la gita, ha preso casa dalle nostre parti. Una decisione programmata, niente a che vedere col mio amico. La incontravo quasi più spesso della mia ragazza, che invece vedo soltanto durante i fine settimana: anche lei è di un’altra città, così quando esco al giovedì con tutta la compagnia, di cui fa parte anche Renato, io sono un single.
L’intesa tra me e la ragazza di Renato non si è mai affievolita anzi, credo sia cresciuta ad ogni incontro, a partire da quel primo. Al punto che spesso, senza nemmeno accorgercene, andavamo in giro abbracciati, ridendo. E Renato dietro. Non sono un così buon amico a pensarci bene, ma giuro che non c’è mai stata malizia. Sapevo benissimo che era innamorata di Renato, me l’aveva pure detto, e capivo altrettanto bene che, a prescindere, io non le piacevo, se non come amico. Non ero il suo tipo. Sul fatto che lei non interessasse a me, in effetti qualche dubbio potevo anche farmelo venire. Comunque quegli abbracci erano uno spontaneo desiderio di contatto, nulla di più.
Ovvio che prima o poi dovessi beccarmi una scenata di gelosia. Se ci ripenso però, mi viene da ridere. Non che Renato non avesse ragione, ne aveva da vendere, l’ho già detto, ma io sono fatto così. Forse sono poco sensibile, ma queste cose hanno un gusto tragicomico che mi fa scompisciare. E’ come se vi assistessi da fuori, anche quando sono protagonista. Ed esser in scena in una specie di melodramma mi par cosa assai ridicola. Ho rischiato di ridergli in faccia infatti, ma sono riuscito a trattenermi. Meno male. Il mio amico, se s’incazza davvero, diventa una bestia. Pericolosissimo. Comunque, dopo la scenata, mi sono tenuto alla larga dalla compagnia.
Si sono lasciati. E’ successo ieri. Renato è devastato. S’è reso conto di cosa ha perso. Così, insieme ad altri due amici, stasera l’abbiamo portato fuori. E’ voluto andare al parco, a fumare. E lì giù ad urlare, imprecare. Non è che la cosa m’abbia toccato più di tanto. Forse sono davvero insensibile. E’ che, come ho detto, non amo le sceneggiate. Ci tengo agli amici, ma queste esternazioni mi paiono eccessive. A che servono poi? Anzi, se devo dirla tutta, mi intristiscono. Così, dopo averlo riportato a casa, ho deciso di fare un giro e sono finito al solito disco pub. Avevo bisogno di distrarmi un po’. Scrollarmi di dosso l’amarezza. E poi oggi è venerdì, e vado lì quasi ogni venerdì. Perché tradire le buone abitudini?
Non so per quale strana coincidenza, l’ho vista quasi subito, in mezzo alla gente che affollava il locale. Era già in pista, assieme ad alcune amiche che conoscevo di vista. Indossava un abitino rosso, semplice, cortissimo, e tacchi alti. I tacchi mi fanno uscire di testa. Aveva raccolto i capelli. Stava benissimo. Si muoveva appena, ed in mano reggeva un bicchiere.
Una passione in comune, io e lei, l’abbiamo. L’alcol. Così non ci ho visto nulla di strano quando mi ha preso per mano e condotto al bar. “Cosa prendi?” mi ha chiesto, senza salutarmi. “Tu cosa stai bevendo?” le ho risposto, anche se già lo sapevo. “Long island” mi ha urlato nell’orecchio, perché il volume della musica s’era alzato improvvisamente.
A giudicare dal suo sguardo liquido doveva essere almeno il terzo. “Va bene anche per me” le ho detto con aria di sufficienza, e l’ho ordinato anch’io. “Vieni a ballare?” mi ha chiesto mentre mi veniva servito il drink. “No, non ora, prima bevo.” Così s’è colata d’un fiato quello che rimaneva nel suo bicchiere, quasi a lanciare una sfida che però io non ho raccolto, ed è tornata dalle amiche.
Sono maldestro. Andare in pista con un bicchiere in mano avrebbe potuto significare un sacco di guai. Mi sono posizionato di lato, vicino ai divanetti, non lontano da dove si balla e nemmeno dal bancone. Pazienza se non riuscivo a vederla.
Comunque, di lì a poco, assieme alle sue amiche è venuta ad un paio di metri da dove mi trovavo. E dopo ancora un attimo è uscita dalla pista e si è messa a ballare di fronte a me. Non l’avevo mai vista danzare in quella maniera, in tante volte che siamo andati a ballare. Si muoveva sinuosamente, le sue curve erano evidenti come mai le avevo notate prima, mi sfiorava di continuo, col braccio, con la gamba, col sedere, e quando la canzone diceva alcune particolari parole, incollava i suoi occhi ai miei e le ricalcava con le labbra. Io me ne stavo impalato, e anche un po’ imbarazzato perché il mio corpo aveva recepito il messaggio fin troppo bene.
Terminata la canzone mi ha buttato le braccia al collo. I nasi quasi che si toccano. Mi ha sorriso, poi è tornata seria e se possibile s’è accostata ancor di più. Il suo corpo premuto contro il mio. L’ho allontanata.
Si può essere così coglioni? Perché diavolo non mi sono presentato sbronzo al disco pub? Sarà che era troppo fresca la serata al parco, sarà che avevo parlato al telefono con la mia ragazza poco prima di entrare, sarà appunto che sono un coglione, ma l’ho allontanata. Non sono riuscito nemmeno a guardarla mentre lo facevo. So già che non si presenteranno altre occasioni, ma adesso, in questo momento, nemmeno m’interessa. Non mi importa di nulla quando sto con la mia solitudine. Potrei anche prendere un treno e partire. Ma in questa dannata stazione quasi nessun treno fa fermata…

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