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Il lupo cieco
Testo segnalato dallo staff Scritto da redheadlove
Categoria altro, genere
Scritto il 01/02/2009, pubblicato il 01/02/2009, ultima modifica il 01/02/2009
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Sono cieco dall’età di 6 anni. Della vista ricordo i colori, e a volte confondo i loro nomi. Il solo luogo dove mi muovo sicuro è nel buio della mia casa, arredata su misura per me, so dov’è il telefono, la radio e tutto il resto. Mi muovo come se nuotassi nel niente. Sento trillare il campanello, immagino che il suono del campanello sia giallo, di un bel giallo vivo. Flutto silenzioso verso il citofono e alzo la cornetta.
“Chi è?”
“Mario, sono io” mi risponde Francesca, con la sua meravigliosa voce verde smeraldo.
“Arrivo subito!” le dico io con la voce arrochita dal fumo, sì, fumo, mi concedo almeno uno dei piaceri che mi posso permettere. Francesca è una ragazza che si offre per portarmi fuori la sera, un paio di volte a settimana, stasera andiamo a sentire un concerto di Jazz, la musica che a me piace di più, volo sulle sue note. E’ bello ascoltare musica senza vederci, la immagini come vuoi, la vedi coi suoi colori, non con le immagini, che portano la tua mente dove vogliono loro.
Vado in cucina, controllo che il gas sia chiuso, per farlo apro il rubinetto dove un sibilo nasce e subito dopo muore mentre una piccola ondata di odore mi accarezza le narici. Mi piace l’odore del gas.
Faccio una carezza a Pingo, il cane guida che mi accompagna al lavoro. Prendo il mio bastone bianco di alluminio, passo una mano sull’interruttore della luce, non l’accendo mai, non mi serve, controllo solo di non averla lasciata accesa. Esco e chiudo a chiave la porta. Entro in ascensore e mi avvolge una zaffata di chiuso, sembra di entrare in un baule, dove odore di vecchio legno e pelle stantia si fonde alle mille fragranze che la gente porta su di se.
Cammino spedito nel corridoio del condomino, facendo ticchettare la mia guida bianca davanti a me, non vorrei trovare qualcosa lasciata da qualcuno in terra. Mi giungono ovattati i rumori del traffico in strada. Giro la maniglia del portone, è fredda e liscia, come sempre.
Apro la porta e sono catapultato in una selva di odori e rumori che mi inghiotte, una selva caotica e marrone.
“Mario!” sento squillante e verde Francesca che mi prende una mano e mi bacia sulla guancia. Mi inebrio al suo profumo fresco e speziato, amaro al tempo stesso. Un profumo di qualità, da uomo. Alamut, penso, ma non glielo dico. Mi piace Francesca, è dolce, affettuosa, credo che una parte di se mi ami, e sono sicuro che anche una grossa parte di me lo faccia, in silenzio, al buio.
Prendiamo un digestivo al bar sotto casa, mi lascio cullare dalla sua voce, la ascolto mentre mi racconta le mille piccole cosa che costellano la sua giornata, le sue gioie, i suoi piccoli litigi, i suoi slanci. È dolce Francesca, un piccolo fiore delicato che non ha mai conosciuto grandi dolori o umiliazioni, non ha mai dovuto tirare fuori le unghie, la vedevo come un agnellino che portava a spasso un lupo cieco, perché questo, a volte, si diventa. Ci si incattivisce, passeggiando per strada e sentendoti deriso, o quando pesti una merda sul marciapiede non raccolta dal padrone del cane, o quando le tue ginocchia diventano nere perché cadi, o perché, di continuo, ti imbatti nella maleducazione dei vedenti, che parcheggiano ovunque, che se ne fregano di te.
Salimmo in auto, profumo di arbre magique alla vaniglia, un po’ stucchevole, per la verità…
Sento Francesca ridacchiare, le chiedo il perché, non me lo dice. Mi ha preparato una sorpresa, e non vuole che io la sappia in anticipo. Ok. Sento che dopo un po’ accosta, si ferma, ma non spegne il motore. “Scendi” mi dice dolce, e io lo faccio.
Il tepore arancione dell’abitacolo mi abbandona e un azzurro ghiacciato mi avvolge, odore d’erba intorno a me, e nessun rumore oltre a quello sommesso del motore. Mi prende la mano e mi fa sedere al posto di guida, mi mette le mani sul volante. “aspetta” mi dice, e si siede accanto a me, sento la ventola del riscaldamento agitarsi di più e sputarmi in faccia la sua aria calda e benevola. Tremo, e non dal freddo. Mi prende la mano destra e la appoggia su una palla di plastica accanto a me. “Hai tre pedali ai tuoi piedi, tieni premuto quello di sinistra, non lo lasciare, ok?” annuisco in silenzio, non posso parlare, il cuore va a mille.
La sua mano sopra la mia spinge avanti la mano sulla palla di plastica “prima” mi dice, poi la porta indietro, e la palla fa due scatti “seconda” mi fa col tono a cui si parla ad un bambino. Sorrido per la tenerezza e la gioia che mi da. Poi la sua mano mi lascia “Metti la prima ora” e io ubbidiente lo faccio “Bravo!” esclamò felice e io, dentro me, vedevo che sorrideva “adesso col piede destro schiaccia piano l’acceleratore… piano… ecco, così… “ alzò il volume della voce per sovrastare il ronzio “lascia piano la frizione… il pedale di sinistra…” feci come mi disse, ma la macchina sobbalzò, singhiozzò e morì.
“Dai riprova!” Riprovai, e questa volta l’auto partì. Avanzava a scossoni, davo gas e scattava “Bravo! Così!” strillava felice Francesca “ora, premi la frizione, lascia l’acceleratore e metti la seconda!” feci come disse, o così almeno credetti di fare, l’auto, evidentemente, non era troppo d’accordo, e reagì con un rumore tremendo, come una grattugia, poi la seconda entrò e l’auto proseguì la marcia. Avevo le mani dure e strette sul volante “ Gira gira gira!” mi fece lei “Dove!” le chiesi impaurito ed eccitato “A deeestra! Destra destra destra!” girai il volante e detti gas, sentii che la macchina si muoveva in modo strano con un grande stridio di gomme.
Francesca rideva accanto a me, ed io ridevo pure, ridevo ed ero eccitato da morire, non avevo mai guidato l’auto, e in quel momento potevamo essere dovunque. Ci fermammo in un punto imprecisato dopo aver girato ancora un po’.
Spensi il motore, le mie mani rimasero ferme sul volante, sudate. Avevo il corpo invaso dall’adrenalina, il cuore pulsava forte, Francesca rideva al mio fianco. “ti sei divertito?” “Cacchio!” le risposi entusiasta “Adesso però guida tu, che è megl..” mi zittii. Le sue mani erano sulle mie spalle e cercavano il mio collo. sentivo il suo respiro sulla mia faccia, il suo fiato caldo e profumato mi accarezzava il viso rasato di fresco “Ma…” “Shhh!” mi zittì lei e mi immaginai che si fosse portata un dito sulle labbra. Labbra che si appoggiarono calde e bramose alle mie, labbra rosse che mi baciavano, che mi regalavano brividi mai provati, mentre le sue mani si addentravano nelle pieghe dei miei vestiti cercando la mia carne che fremeva. Le mie mani sono molto sensibili, delicate. Le passai le dita sul collo, leggero, aveva un collo vellutato e tenero, le toccai il viso, non l’avevo mai fatto a lei, i miei polpastrelli dipinsero nella mia testa il suo volto, lo dipinsero con vernici di pelle sulla tela di carne.
Immaginai i suoi occhi, ma non mi sovvenne il colore, toccai i suoi capelli corti, apprezzai la rotondità della sua testa, le sue orecchie piccole ed aderenti, il suo naso che trovai perfetto, comunque esso fosse stato in realtà. È questo il bello di non vedere, ti puoi immaginare le persone come vuoi, senza vincoli visivi. La baciai sul collo, cercai i suoi seni e li trovai, pieni e sodi, glieli… fummo interrotti bruscamente dal bussare sul finestrino dell’auto. Io rimasi fermo, anche se, d’istinto, mi voltai verso il rumore.
Francesca invece si ritrasse e strillò. Sentii la portiera aprirsi e fui scaraventato a terra, fu solo allora che mi accorsi di essere su un piazzale di ghiaia, che mi entro in bocca, che mi offese le già martoriate ginocchia. “Cosa..” farfugliai e mi zittì un calcio allo stomaco. Rimasi a terra per un po’, mentre sentivo Francesca che strillava, ed io ero lì, impotente, rantolavo sentendo il sapore del mio sangue avvolgermi ferrigno la bocca. In quanti erano? Cosa le stavano facendo dove eravamo? Queste erano le domande che mi affollavano la mente. Mi misi in ascolto. Nessuna voce oltre agli strilli di lei, un solo odore di sudore rancido nell’aria che si mischiava ai nostri odori. Uno. Doveva essere uno. Mi raggomitolai per alzarmi, cercando di non far rumore. Ignoravo se ci fosse o meno luce nel posto in cui eravamo, speravo non ce ne fosse, sarebbe stato un punto a mio favore. Mi ritrovai rannicchiato, pronto ad alzarmi. Tastai intorno a me per ritrovare i miei occhiali neri, ma non li trovai. Non che fossero importanti.
Mi aspettavo un calcio in bocca, invece non accadde nulla. Lei stava continuando a chiedere aiuto, la sentivo davanti a me, e io ero rannicchiato, doveva essere uno. Sentivo il rumore del respiro di lui, la voce di Francesca era rivolta da un’altra parte, lui le ansimava da dietro. Mi alzai, in silenzio. Nulla cambiò. Mi avvicinai alle sue spalle, cercando di capire a che distanza da me si trovasse. Quando pensai che fosse a portata di braccio, cercai di trovare, ad orecchio, il suo bacino. I colpi provenivano da lì, era più facile per me localizzarlo. Credetti che fosse il momento giusto. Allungai entrambe le mani e la mia destra fu la prima che raggiunse i suoi testicoli, la sinistra li raggiunse subito dopo. Trasalì, si trovò alla sprovvista, e tanto mi bastò. Lo tirai letteralmente indietro per le palle, lui tentennava seguendo le mie mani, evidentemente i pantaloni abbassati non lo agevolavano, bene. Cominciava ad agitarsi troppo, strinsi quello che avevo in mano con tutta la forza che mi dava la rabbia. Sentii qualcosa esplodermi sotto le dita, e l’uomo cadde in ginocchio urlando, poi su un fianco, gemendo. Mi ritrovai in ginocchio, e mollai la presa, mi alzai, era buio, ma io ero il re delle tenebre. Sentii da dove venivano i gemiti, calciai quella testa come si calcia un pallone, colpii, colpii e colpii. La testa si era fatta umida di sangue e saliva, io colpivo. Francesca piangeva sommessamente. Sentii che si avvicinava a me, mi prese la mano mentre scalciavo. “Basta, è finita, è morto.” Gli tirai altri due calci e mi fermai. L’abbracciai e piangemmo entrambi per non so quanto. Francesca trovò i miei occhiali grazie ai fari dell’auto, li mise in tasca e andammo a casa.

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