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IL MOSTRO DI PONTOGLIO
Scritto da Nulla
Categoria: Altro
Scritto il 01/02/2011, Pubblicato il 01/02/2011, Ultima modifica il 01/08/2017
Codice testo: 122011212410 | Letto 6210 volte

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Nota dell'autore Nulla:
Gli efferati delitti di Vitalino Morandini

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Vitalino Morandini adesso è un nome del tutto dimenticato, ma ai suoi tempi ebbe una grande e sinistra fama per tre motivi: l'efferatezza dei suoi delitti, il fatto che fu il primo serial killer italiano e l'unico omicida seriale degli Anni Cinquanta, tutto ciò unitamente al terrore che suscita un assassino che entra nelle case ad ucciderne gli occupanti dormienti. Per diversi mesi le sue imprese seminarono autentico terrore nelle provincie di Bergamo e Brescia.
Su di lui, in internet, sono sparsi solo diversi accenni imprecisi e talvolta errati.
Del suo primo delitto fu vittima il cugino Giovanni, che lo aveva denunciato per avergli rubato alcuni animali. Lo uccise col pomolo del retro di una scure, poi legò il braccio del cadavere alle corna di un torello, che quindi fece fuggire.
Tutti credettero a una tragica disgrazia causata dall'imprudenza della vittima, non erano infatti rari nel mondo agreste i casi di persone che per trattenere meglio un animale se lo legavano al polso, facendo talvolta una tragica fine se l'animale si imbizzarriva. Infatti i giornali titolarono: “Tragica imprudenza costa la vita ad un giovane di Adrara”.
Erano passati solo 11 giorni, quando Morandini, il 20 Novembre 1955 commise uno dei suoi più orrendi crimini: il massacro della famiglia Voltulini in una cascina isolata che poi incendiò. Le vittime erano: due donne, Maria e la nuora Angela, ed il figlioletto di questa, Fausto, di soli cinque anni. Li aveva uccisi a bastonate perché scoperto mentre rubava. Anche questa volta il delitto non fu scoperto (a suo modo era intelligente, aveva dovuto lasciare da bambino la scuola in quarta elementare per la povertà della famiglia, ma finché l'aveva frequentata i suoi risultati erano stati molto buoni.) Si credette fossero rimaste vittime dell'incendio.
Due coniugi: Carolina e Battista Oberti, furono le vittime del terzo delitto, uccisi a colpi di piccone il successivo 28 dicembre. Ma, dato che avevano avuto violenti litigi per motivi di interesse con i vicini con cui erano anche imparentati, fu arrestato un nipote di questi, anche a causa del fatto che l'assassino era entrato passando da una botola da cui si poteva avere accesso dalla loggia, possibilità che si ritenne che solo i vicini potessero conoscere. Nessuno ricordò che un tale di nome Vitalino Morandini alcuni mesi prima era stato chiamato per svolgere piccoli lavori in muratura...
Ma una forte inquietudine cominciò a diffondersi nei paesi del basso bresciano e della pianura bergamasca, quando il 21 Gennaio nella campagna furono ritrovati dei libretti bancari e documenti appartenenti alla famiglia della cascina incendiata, prova che qualcuno era stato in casa prima dell'incendio. Si cominciò a temere che un’ unica mano assassina avesse sterminato le due famiglie, anche perché l'inchiesta contro il nipote sospettato del secondo delitto si era avviata verso il proscioglimento.
In una gelida e tragica mattina del 23 Gennaio 1956, tutta Pontoglio e migliaia di persone dei paesi vicini, erano assiepate sotto la finestra della casa della famiglia Breno, proprietaria di una tabaccheria, dove si vedeva, sulla finestra, l'impronta della mano insanguinata della figlia del tabaccaio, uccisa nel disperato tentativo di aprirla per chiedere aiuto.
Le vittime di questo nuovo delitto erano: il tabaccaio, Cesare, che un tempo era stato capo croupier al Casinò di Campione, il quale dormiva con una rivoltella sotto il cuscino che purtroppo non gli era servita, essendo stato sorpreso nel sonno, sua moglie Carolina, e la figlia Emilia che dormiva in un’ altra stanza. Colpiti i genitori, Morandini era entrato nella sua stanza colpendola alla testa, poi era rientrato in quella dei genitori per finire la madre che si era messa a gemere; la ragazza, sebbene ferita, era accorsa in soccorso della mamma riuscendo poi a raggiungere la finestra dove era stata finita.
Le vittime erano state uccise con un sasso infilato in una calza, anche se al momento si poté solo intuire quale fosse stata l'arma del delitto. Infatti i cani seguirono le tracce dell'assassino fino ad una roggia che fu subito prosciugata presumendo vi fosse stata gettata l'arma usata per il crimine, ma l'assassino aveva estratto il sasso dalla calza che fu portata via dall'acqua, mentre la pietra restò irriconoscibile fra le altre sul fondo.
Particolare che sollevò orrore, sdegno, esecrazione e commozione, fu che si scoprì che l'assassino aveva compiuto atti sessuali col cadavere della ragazza uccisa, il cui corpo fu ritrovato nudo.
Per una vastissima zona si diffuse il terrore; al calar della sera la gente si barricava in casa. Decine di ladruncoli e piccoli pregiudicati furono arrestati, così come chiunque venisse sorpreso nelle campagne senza giustificati motivi. In particolare su di uno, Vincenzo Volsi, soprannominato Soldatù (soldatone) "colpevole" di essere un omone dalla forza erculea, caddero forti sospetti. L'atmosfera da incubo fece cessare persino i furti in una vasta area; nessuno osava più avvicinarsi ad una casa di notte per timore d'essere accusato dei delitti.
Come nei precedenti crimini, l'assassino di Pontoglio aveva poi derubato le vittime, una somma di denaro e piccole cose di poco conto, fra cui, in questo caso, lenzuola e federe.
Tutte le case di Pontoglio furono perquisite una ad una.
Nella casa delle zie di Morandini vennero trovate delle federe con ricamate le stesse iniziali di altre, rimaste nella casa degli assassinati.
Ma Morandini era sparito. (Non si sa se si trattasse di una latitanza vera e propria, o se fosse una naturale assenza dovuta all'abitudine del soggetto di alternare i soggiorni dalle zie con periodi senza fissa dimora, o più probabilmente le due cose assieme, dato che è probabile che pur non pensando d'essere sospettabile, si doveva comunque essere preoccupato per il clamore suscitato dai suoi delitti.)
Gli inquirenti non allarmarono le ignare donne (bisogna ricordare che non era stato divulgata la notizia che l'assassino aveva rubato della biancheria.)
Un carabiniere in borghese affittò la casa davanti a quella delle zie, un altro finse di fare la corte ad una loro figlia; i giornali, falsamente informati dagli investigatori, parlarono di serrate indagini a Lecco, da dove affermavano fosse partita la banda degli assassini.
Nel frattempo era stato individuato un altro rifugio di Morandini, la casa di una prostituta a Brescia, che interrogata, dichiarò che dal giorno del delitto di Pontoglio, questi non faceva che parlarne. Però anche da li aveva preso il largo, anche se ormai era questione di ore.
La sera di Venerdì 9 Marzo 1956, erano passati 45 giorni dall'ultima strage, quando Morandini ritornò a Pontoglio cadendo nella trappola, tutto il paese era assediato dai carabinieri, dato che gli inquirenti sapevano che stava per giungere in corriera. Fu arrestato in strada a pochi metri dalla casa del delitto. Nella notte, dopo una breve resistenza ad’ammettere l'evidenza dei fatti, confessò il delitto di Pontoglio.

Per gli altri delitti, invece negò spavaldamente per una settimana, poi d'improvviso riconobbe la sua colpa aggiungendo l’omicidio del cugino (anche se rimase il forte sospetto che la madre di questi, Elisabetta Bresciani, caduta nel 1947 da una roccia, potesse anch'essa essere stata sua vittima, cosa che egli non ammise.)

Affermò che, tranne che per l'omicidio del cugino, lo scopo delle sue imprese era il furto, e che uccideva per timore di poter essere riconosciuto. Alla domanda cosa provasse nell'uccidere, rispose: “Come tirare il collo alle galline.” Gli fu anche chiesto se potendo tornare indietro avrebbe ricommesso il massacro della famiglia Breno. Rispose: "Onestamente, credo di sì."
Lo stupore fu notevole; si trattava di un ometto, apparentemente innocuo, soprannominato Angel, che aveva la caratteristica, fra l'altro, di rimproverare chi diceva una bestemmia o una parolaccia, anche se gli abitanti del suo paese d'origine avrebbero potuto affermare che fin da giovanissimo aveva mostrato scarsa propensione per il lavoro, contro una spiccata tendenza a campare di furti e furtarelli.
Condannato a quattro ergastoli, si impiccò nel carcere di Pisa dove era in transito per raggiungere Porto Azzurro. Erano le 13,45 del 10 Giugno 1960. Non aveva ancora compiuto quarantaquattro anni, essendo nato il 3 Settembre 1916.

***Un ringraziamento a Fabio Colasante, Lucia Volpe e “Spadaccina” per le correzioni ed integrazioni che mi hanno permesso di apportare***

Stefano Cattaneo
stcat2008@gmail.com

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