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Le mie droghe
Scritto da Lapis
Categoria: Narrativa - Altro
Scritto il 12/05/2018, Pubblicato il 12/05/2018 16.14.19, Ultima modifica il 12/05/2018 16.15.05
Codice testo: 1252018161418 | Letto 115 volte

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Nota dell'autore Lapis:
N.B. alcune sono forzature narrative. Per esempio la marijuana non so nemmeno come sia.

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Il termine droga deriva, come sostiene il Treccani, dall'olandese Droog, che significa secco.
Infatti in cucina vengono definite droghe certi aromi naturali, e quasi sempre essiccati, quali la cannella, noce moscata, pepe, vaniglia, garofano, prodotti che, per la loro provenienza, erano detti in passato anche “coloniali”.
Ma le droghe delle quali voglio parlare io sono quelle sostanze, o situazioni, o persone, con quanto ne consegue, il cui uso è talmente piacevole da renderti schiavo di quella abitudine.
Deleterie, dicono i normo dotati intellettivamente, gli inquadrati di ogni sistema, gli aderenti integralisti di certe, o forse tutte, le religioni. Dannose, sostengono i medici. Antisociali, i sociologi, sostanze dubbie, i filosofi di svariate tendenze.
Bene, io di queste droghe ne ho una caterva, termine che se andate a sbirciare nel vocabolario, troverete con questa definizione: Moltitudine confusa, per lo più in senso dispregiativo, tipo caterva di ladri, o persone di malaffare.
Ecco perché l'ho usato questo termine, perché una caterva di droghe ben rappresenta il concetto che voglio esporre.
E' un concetto difficilino da capire, quindi i minus habens, i deboli di cervello, chi insomma ha una scatola cranica da cardellino, farebbero bene a passare al post successivo, più consono alla loro Weltanschauung.
L'elenco della mia caterva è abbastanza lungo. In ordine sparso direi che le mie droghe sono: alcool, in particolare certi vinelli che non sto nemmeno a descrivervi, basti dire che li ottengo con scambi culturali, in pratica fornisco prestazioni di vario genere, sempre tuttavia intellettuale, in cambio di certi “rosoli”, poi viene il fumo, ottenuto con misture di mia fabbricazione a partire da miscele di tabacchi, che in seguito mi ingegno di far bruciare nelle mie pipe in radica. A queste due prime droghe aggiungerei: sesso tantrico, senza alcun contatto fisico, in pratica solo la parte iniziale della filosofia che lo sostiene, poi cucina tradizionale, con prodotti più che biologici, unici, e infine la contemplazione delle bellezza della natura in assenza di suoni o altri disturbi, anche per immortalarli con fotografie. I posti migliori sono: sott'acqua, in profondità, in alta montagna, uscendo da sentieri praticati, nel deserto, magari in una notte stellata, nelle campagne sperdute della bassa mantovana dove nell'arco di uno sguardo umano a trecentosessanta gradi si vedono solo coltivazioni di frumento o mais, o anche in barca sul Po, o in alto mare.
Credete a me: prima di morire dovete provare a perdervi in una campagna, quelle francesi in mezzo a campi di lavanda sono le migliori, in alto mare, quando girate lo sguardo intorno e non vedete che un cerchio di acqua blu, o in alta montagna, mentre cercate funghi in una pineta sconfinata non percorsa da ruscelli che vi diano alcun riferimento.
Tra le tante droghe che non ho elencato, ce ne sono due particolari: la Nutella, che mangio a barattoli prima di ogni gara di nuoto, e la marijuana.
Oggi voglio intrattenervi sull'ultima, che negli anni del '68 consumavo a carriolate- unità di misura del fieno maggengo-: la Maria Giovanna.
Oggi, con l'età, non ne consumo più; ho pure finito di bere, di avere rapporti sessuali tantrici, fumare, ma nemmeno gli altri, insomma non ho più una che è una droga, se escludiamo un bicchiere di vino buono e la Nutella.
La marijuana l'ho sostituita con la papaverina, o rosolaccio. Mentre sto scrivendo ho ancora il suo dolce sapore sulle labbra, avendone mangiata una belle padella abbondante.
E veniamo al dunque di questo scritto, che in pratica è una ricetta di alta cucina, dulcis in fundo di una premessa forse lunga, ma necessaria.
Il piatto l'ho inventato io e l'ho chiamato: Oppio mangereccio.
Prima di elencare il metodo di preparazione posso garantirvi che, dopo un bel piatto di papaverina in padella alla romana vi sentirete bravi, buoni, amorevoli, intelligenti felici, mezzo assopiti o addirittura addormentati, tutte doti che se state leggendo questa roba non possedete, tranne l'ultima.
Prima di cucinarlo, questo ciuffo tenero di vegetale che produrrà il fiore di papavero, dovete cercarlo in campagna e raccoglierlo con le vostre mani, dal momento che non esiste in commercio.
Dovreste prendere la macchina, allontanarvi dalla città ed andare in campagne dove è stato coltivato il frumento. Un binomio indissolubile più del matrimonio, infatti, è costituito da: frumento e fiori di papavero, che convivono nei campi coltivati avendo le medesime necessità culturali. Se proprio vi piace il triangolo, a papavero e frumento si può associare il fiordaliso, dai bei fiori color pervinca. Rosso fuoco, giallo oro e pervinca, una terna magica di colori. Mi piacerebbe essere un uomo frumento in mezzo a due donne, una pervinca e una papavera. Il mio triangolo ideale.
Bene, in questi campi ai quali io giungo in moto, o anche in bici, a partire da gennaio si trovano per tutto l'inizio della primavera i cespi di rosolaccio, o papaverina, una sorta di lattughino dal centro del quale nasceranno in estate i bellissimi papaveri.
Questo cespo è formato da innumerevoli piccoli cespetti di foglioline indipendenti, e per pulire bene questa verdura è opportuno separare tutti i piccoli getti, anche più di venti.
In seguito, eliminando qualche piccola impurità, come steli appassiti o secchi, o minuscoli residui di altre erbacce, o grumi di terra sabbiosa, si otterranno dei vaporosi mucchietti di rosolaccio, pronto al lavaggio.
Ben lavati, al pari di quel che si fa con l'insalatina novella, possiamo ora procedere alla cucina. Ci sono molti modi, uno dei quali è quello di mangiarli crudi in insalata, oppure lessarli come si fa con le normali erbette, quelle di campo o coltivate nell'orto, e poi il mio preferito, la cui ricetta ricorda quella romana della “cicorietta strascinata” in padella.
Gli ingredienti sono: aglio, olio con eventuale aggiunta di una noce di burro, sale, noce moscata, panna o latte, formaggio grana grattugiato. A scelta, un'acciuga salata, che tuttavia a tutti non piace.
Si scalda l'olio per soffriggere l'aglio e, quando questo è ben rosolato, se siete ancora attivi sessualmente lo togliete. Io lo lascio...ahahahah. Uso quello rosso di Nubia, o di Sulmona, coltivati nel mio orto. Un profumo...!
Si buttano i cespetti di rosolaccio in padella, ancora umidi, non scolati, e si aggiungono continuamente man mano che diminuiscono in volume. Si sala, si grattugia un po' di noce moscata, che di per sé è una droga, e appena l'acqua si asciuga si aggiunge un po' di latte, o panna liquida ( poca). Alla fine, cioè quando il tutto è ben appassito ma il rosolaccio ancora un pochino scricchiola sotto i denti, insomma attenzione a non farlo spappolare, si cosparge di grana grattugiato, senza mescolare.
Oggi ho mangiato un bel piatto di rosolaccio accompagnato da una fettina di carne di scottona della val di Chiana, cotta in padella con un niente di burro e un uovo nostrale rotto sulla carne alla maniera della Bismarck.
Per noi abitanti del nord Italia, maledetti da Cristo che qui si è fermato e perso tra le nostre nebbie, sarebbe d'obbligo una fetta fumante di pasticcio di mais, che un villico contadino chiamerebbe polenta, cotto almeno un'ora e venti minuti, magari con farina di montagna essiccata sulle logge in legno dei masi. Per un Terrone, quale io mi sento, una bestialità. Ma essendo io un terrone sanguemisto, di fette di polenta ne mangio due.
Vino, uno solo: Brunello di Montalcino. Se non potete permettervelo lasciate perdere, mangiate quel che passa il Convento, poveri Cristi che non siete altro, oppure chiedetemi come faccio ad avere il Brunello senza sborsare un centesimo... lo farò nel prossimo racconto.

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