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cap.2 Un artiglio di pietra puntato verso il cielo
Scritto da castagno1
Categoria narrativa, genere altro
Scritto il 13/02/2017, pubblicato il 13/02/2017, ultima modifica il 13/02/2017
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Alle spalle di un pullman di linea, supino sopra una panchina, le mani intrecciate dietro la nuca e gli scarponi poggiati contro lo schienale, gli occhi socchiusi e le labbra sollevate, Riccardo Ballerini si godeva il primo sole della giornata. Durante la notte furiose raffiche di vento avevano sferzato le montagne con la foga di un fantino alla retta finale donandogli una tanto inaspettata – dopo aver visto cielo e bollettini meteo, la sera precedente - quanto splendida alba di fuoco.
Erano tre le cose in cui Riccardo Ballerini credeva ciecamente: che le previsioni del tempo fossero sempre affidabili, che gli amici fossero sempre sinceri, e che i chiodi non si staccassero mai dalle pareti. Grazie al cielo, nel corso dei suoi ventitré anni di vita soltanto i bollettini meteo, di tanto in tanto, avevano tradito la sua fiducia.
L’aria profumava di caminetti accesi e di pane appena sfornato. Riccardo ne inspirò un’ampia boccata, trattenendola nei polmoni qualche secondo prima di soffiarla fuori piano. Sentiva il sole carezzargli le gote, il torpore gli si avviluppava alle membra come nebbia attorno ai lampioni, di lì a poco si sarebbe addormentato se il silenzio non fosse stato incrinato dai guaiti striduli di un cane.
Baby, esemplare femmina di Samoiedo, non stava più nella pelle.
“Finiscila!” tuonò Mauro Gattolin, frantumando la quiete del deposito degli autobus. La sua ombra copriva per intero il viso di Riccardo quando, col medesimo tono col quale aveva rimproverato il cane, sbottò: “Allora! Sono quasi le otto e non siamo … non siamo ancora partiti!” Poi, con fare sicuro, si piegò per annodare il guinzaglio ad un’asta della panchina: sotto la canottiera attillata, i muscoli della schiena si contrassero per il movimento come fossero sotto sforzo.
Coetaneo di Riccardo, Mauro Gattolin dimostrava, forse a causa del pizzetto, o dei capelli con la riga, o magari soltanto del tono di voce, almeno cinque o sei anni più di lui.
“Ciao, comunque” bofonchiò Riccardo, tirandosi su pigramente. Uscito dal cono d'ombra di Mauro strizzò gli occhi, infastidito dalla luce quasi quanto dall'incursione improvvisa, diede una grattata voluttuosa a Baby e sospirò: “Sette e ventuno, arriva alle sette e ventuno! Mancano dieci minuti. Gatto, mettiti l’animo in pace!”

Annunciato da una possente strombazzata e puntuale come solamente a quell'ora della domenica mattina poteva esserlo, una decina di minuti dopo il pullman delle ’eventuno parcheggiò al centro del piazzale. L’ultimo passeggero a scendere fu un ragazzo alto, dal fisico asciutto e l’aspetto sgualcito di chi ha passato la notte al terminale in attesa del volo. Il grande zaino da montagna che reggeva su una spalla faceva a pugni con la luccicante camicia nera e con gli occhiali da sole fascianti, la sigaretta spenta tra le labbra attendeva la propria sorte già da qualche minuto.
“Alex!” Una voce imperiosa richiamò l'attenzione del ragazzo. Alex Altieri con movenze svogliate, piuttosto teatrali e ben collaudate, sollevò gli occhiali sulla fronte e voltando impercettibilmente il capo mise a fuoco Mauro Gattolin che, poggiato con la schiena contro il bagagliaio di un’utilitaria rossa, sventolando un braccio gli faceva cenno di muoversi. Con tutta calma accese la sigaretta, riabbassò gli occhiali sul naso e, mani in tasca e sguardo a terra, s’avviò verso l’auto.
“Alla buon’ora” fu il Gatto-saluto attraverso lo specchietto, quando già erano partiti. Alex, con un’altra delle sue mosse tipiche, sfilò gli occhiali da sole e rispose con un sorriso stirato. Intanto, raggomitolato sul sedile anteriore del passeggero, Riccardo fingeva di disinteressarsi al siparietto inscenato dagli amici.
“Ho preso un paio di scarpette nuove” strillò Alex sopra al ruggito del motore.
“Speriamo non siano delle pantofole” grugnì Mauro di rimando e inserì la terza. Il rombo del mille centimetricubici s’afflosciò dopo un rantolo che sapeva tanto di sospiro di sollievo.

Un anno addietro, pressappoco nello stesso periodo - la metà di settembre - Alex aveva provato per la prima volta il masochistico piacere d’infilarsi un paio di scarpe di due numeri inferiori alla propria taglia. Le sue prime scarpette d’arrampicata. Dono di Riccardo.
Figli a loro volta di amiche di vecchia data, Alex Altieri e Riccardo Ballerini avevano imparato a conoscersi prima ancora che a camminare. Poi, crescendo, si erano persi di vista. Fino al giorno in cui Riccardo era tornato a telefonare a casa Altieri. In quell’occasione, Alex non solo non riconobbe la voce dell'antico compagno, ma stentò perfino a ricordare chi fosse quel Riccardo Ballerini all'altro capo del filo, almeno fino a quando non gli fu fornito un adeguato numero di coordinate spazio-temporali. Questo, non per sua scarsa memoria, ma semplicemente perché all’epoca riteneva più consono all’immagine che desiderava dare di sé non mostrare di tenere troppo a mente le persone.
Ogni volta che ci ripensava, ogni volta che gli tornava alle orecchie il tono di voce di Riccardo, ogni volta che succedeva, e accadeva spesso, Alex percepiva lo stesso puzzo di compatimento che l’aveva nauseato allora. Era trascorso troppo poco tempo dalla sciagura che gli si era abbattuta addosso per non credere che quella telefonata fosse stata dettata dalla pietà, se non dell’amico, peggio ancora di sua madre. Eppure, per una ragione che ancor oggi non riusciva a spiegarsi, aveva accettato la sua proposta. E da allora, quasi tutti i fine settimana, Alex lasciava la città per recarsi nella località di montagna dove la famiglia di Riccardo possedeva un piccolo appartamento.

Abbandonata ai margini di una fitta pineta, a circa mille metri d’altitudine, un’utilitaria impolverata sembrava riprendere fiato. Aveva percorso soltanto pochi chilometri, metà dei quali tuttavia tirata al massimo dei giri lungo ripidi tornanti in successione e l'altra metà in mezzo a spuntoni, buche e pozzanghere sopra una mulattiera a malapena praticabile. Ad una quota superiore, dopo una dura marcia lungo un sentiero scosceso ed ombroso, Baby, Mauro, Riccardo e Alex - in rigoroso ordine d'arrivo - avevano raggiunto la base del Corno del Nibbio.
Quasi tutte le falesie sulle quali i tre ragazzi si cimentavano abitualmente portavano nomi pittoreschi, legati alla fantasia di chi le aveva battezzate più che a reali affinità con la morfologia del territorio. Il Corno del Nibbio però, in qualche misura prestava fede al proprio appellativo. Si trattava di un ammasso roccioso alto oltre novanta metri, adunco sulla cima, che torreggiava al centro di un’amena valletta, illogico come un grosso naso sopra il viso di un’esile dama; imponente, proiettava una lunga ombra fino alle sponde del fragoroso torrente che scorreva circa mezzo chilometro più a sud, nascondendo al sole una vastissima porzione di prato.
Mauro Gattolin era l’unico a subire il fascino dello scenario: mentre Alex esponeva al sole le suole delle sue scarpe nuove - per una sorta di rituale più che per convinzione che il calore ne migliorasse l’aderenza - mentre Riccardo controllava, facendola scorrere tra le mani, che sulla corda non si fossero formati nodi, mentre Baby poltriva, arrotolata su se stessa, lui, rapito, contemplava ora la montagna, ora la vallata. Il suo sguardo finì per posarsi sul cane: com’era tenero, mentre riposava! Gli si accucciò di fianco, allungò una mano come per accarezzarlo ed invece, di soppiatto, con due rapide mosse gli strappò il guinzaglio da sotto il collo e lo fissò al tronco di una betulla. “Sei sicuro di non aver dimenticato niente?” ruggì, ancora chino sul cane.
Tutti, anche Baby, sapevano a chi si riferiva.
Chiamato in causa Alex passò in rassegna la propria attrezzatura: “Imbraco ... moschettone ... magnesite ... rinvii ... cazzo! I rinvii!”
Mauro sollevò la testa e scorse Alex con in mano una tintinnante matassa di fettucce e moschettoni. "Sempre il solito!" concluse crollando il capo.

La sommità del Corno, un artiglio di pietra puntato verso il cielo, a dispetto delle previsioni meteo additava ancora un magnifico sole. Il vento soffiava più forte, o almeno questa fu l'impressione che ebbe Alex approdando alla sosta, sessanta metri circa sopra il muso di Baby. Mauro e Riccardo si strinsero per consentirgli di mettersi in sicurezza, e lui con un moschettone agganciò il suo imbraco alla catena di ferro incastonata nella roccia.
I primi due tiri di corda si erano rivelati più abbordabili del previsto, e i tre erano in netto anticipo sulla tabella che avevano approntato - che Mauro Gattolin aveva approntato e gli altri con noncuranza avevano accettato per buona. Meno di trenta metri (a piombo) li separavano dalla meta.
“Vado io, adesso. Mi fai sicura tu Richi?” chiese Alex con voce incerta, rompendo un silenzio d’acciaio.
“Ci penso io!” ribatté con prontezza Mauro, cercando di dissimulare il rammarico – non sarebbe stato lui il primo a giungere in vetta – e con un nodo ad otto gli legò la corda all’imbracatura, gli mollò una pacca vigorosa in mezzo alla schiena e lo invitò a sbrigarsi, che il sole stava tramontando.
Tentennante, Alex si sporcò per bene le mani di magnesite, valutò la distanza che lo separava dal primo chiodo, tastò lascivamente la parete alla ricerca dell'appiglio iniziale quindi, puntellato lo scarpino, si diede lo slancio per partire. Pareva muoversi in orizzontale, eppure i compagni sotto di lui si facevano sempre più piccoli. Cambiava di continuo postura, ora allungandosi e indovinando con le mani prese invisibili, ora flettendosi sulle ginocchia per mantenere l’equilibrio. Ogni tanto si fermava per valutare con la pressione del piede la consistenza della roccia. I movimenti erano fluidi e solo i muscoli di spalle e braccia, contratti per lo sforzo e lucidi di sudore, tradivano la fatica. Lui stesso era stupito della sicurezza con la quale procedeva.
“Continua così!” urlò Mauro.
Baby, parecchi metri più in basso, rispose ululando. Riccardo, pur desiderando incitare l’amico, era tanto nervoso da non riuscire ad aprir bocca. L’aveva messo lui sopra quel muro. E se avesse incontrato delle difficoltà? Aveva abbastanza esperienza da venirne fuori? Illeso? Questi pensieri schiacciavano tutti gli altri e gli seccavano la gola.
Ed in effetti, le difficoltà non tardarono ad arrivare. Non distante dalla vetta, la via - fin lì piuttosto semplice - era complicata dalla presenza di un tetto di roccia in alcun modo aggirabile. Alex si trovava proprio sotto, e la sua non era quella che si definisce una posizione comoda: teneva due dita della mano sinistra infilate in una stretta fenditura, mentre con l’altra mano chiusa a becco artigliava un piccolo grumo calcareo all'altezza della spalla destra; aveva incastrato la punta del piede destro in una fessura, mentre l’altro pencolava nel vuoto.
Come Riccardo aveva previsto, di fronte ad una situazione critica Alex pagò l’inesperienza: preso dal panico, per trarsi rapidamente d’impaccio liberò il piede destro e puntò alla cieca il sinistro, ma la gamba, non pesando su un appiglio sicuro, prese a tremare. A quel punto, dovendo reggersi quasi esclusivamente con la forza delle braccia, non era più in grado di avanzare né, tantomeno, di tornare indietro.
“Sulla tua destra! In alto, a destra! A destra ho detto! Afferra quel maniglione! Muoviti, cazzo!” tuonò Mauro. Le urla urtarono contro la parete, rimbalzarono tra le montagne e terminarono la corsa dentro le orecchie di Baby che, al noto richiamo, scattò in piedi e abbaiando come un’ossessa cominciò a mulinare vorticosamente attorno all’albero cui era imbrigliata.
Non si fidava di nessuno, Alex. Tranne, si capisce, quando non aveva altra scelta: tentoni indovinò la fenditura indicatagli e vi si aggrappò, la gamba seguì il movimento e con un piccolo sforzo d’addominali riuscì a superare lo strapiombo. Allungò un braccio e con la punta delle dita arrivò a toccare il chiodo cui agganciare il rinvio ed affrancare la corda che portava legata all’imbracatura. E mettersi in sicurezza. Era fuori pericolo. Prima di rinviare, volendo godere fino in fondo di quegl’attimi, alzò gli occhi. E vide.
Vide quanto gli restava da scalare. Vide i mitici ciuffi d'erba sulla sommità del Corno, erba calpestata solo da pochi abilissimi arrampicatori. Vide il cielo azzurro, azzurro come mai l'aveva visto prima. Ed alla fine, stagliata contro l'azzurro di quel cielo tanto splendido, defilata sulla sinistra rispetto al tracciato dei chiodi, alla fine vide ... vide che la sua non era stata affatto una grand’impresa, ecco cosa vide.

Su quella vetta inaccessibile ai comuni mortali, Alex aveva scorto una comunissima ragazzetta - dodici, tredici anni al massimo a giudicare dalla corporatura, qualcuno in più osservando i tratti del viso – senza imbraco ne corde e con indosso un abito inadatto all’arrampicata, una veste sbracciata lunga fino alle caviglie, logora e sozza, che le folate di vento gonfiavano a ripetizione scoprendo al sole i piedi scalzi e le gambette ossute. Di lei, tutto si poteva dire meno che fosse impressionata dall’altitudine: a cavallo di uno sperone di roccia, in bilico sul vuoto, divorava una pagnottella di colore scuro con la stessa disinvoltura che avrebbe avuto se fosse stata seduta al tavolo della propria cucina.
Forse attirata dalle urla, forse dal tintinnio metallico dei moschettoni, forse per caso, d’improvviso la ragazza abbassò lo sguardo in direzione di Alex, che per un attimo si sentì gratificato dalla presenza di un’inaspettata, graziosa spettatrice; solo per un attimo però, perché dopo il disinganno, immediata giunse anche l’umiliazione: senza il minimo indizio d’ammirazione nell’atteggiamento, al contrario, con un sorriso di scherno – inequivocabilmente di scherno - disegnato sul bel viso affilato, la giovane dapprima gli rifilò un'occhiataccia e poi, sdegnata, si voltò dall’altra parte e riprese a nutrirsi con immutata voracità.

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