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Tutto torna indietro - Parte Prima
Scritto da Padpgix
Categoria narrativa, genere
Scritto il 15/04/2017, pubblicato il 13/05/2017, ultima modifica il 13/05/2017
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Nota dell'autore: E' capitato a tutti prima o poi di chiedersi cosa succederebbe se potessimo cambiare il nostro passato... prima parte di tre

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TUTTO TORNA INDIETRO – PARTE PRIMA

10 anni [1]

Fu un attimo. Avvenne tutto come in una scena al rallenty, in TV. Uno stridore di gomme e poi un gran botto. E la vita del piccolo Jeremy si spense mentre il suo esile corpicino di sei anni, tenero e un po’ buffo, in quei vestiti troppo larghi ma segnati dal tempo e dall’usura fu sollevato dall’asfalto. Accadde in una giornata molto calda di metà luglio, in un’estate da segnalare al collezionista di stagioni indimenticabili, quel rigattiere pieno di cianfrusaglie che ognuno di noi porta dentro di sé, nascosto chissà dove.

Il 25 luglio fu una di quelle tipiche giornate da “o fuori, o fuori”: un sole potente e luminoso a scurire la pelle di bellezze in costume, in piscina e a spiaggia e a surriscaldare le pietre già roventi dei barbecue disseminati nei giardini privati delle case di periferia. Nell’aria, un odore di carne arrostita e note di musiche da hit del momento, sotto un cielo azzurro, senza un accenno di nuvola. Una giornata magnifica e ricca di possibilità. Jenny era intenta a pensare a tutto questo mentre sorvegliava, distratta e controvoglia, il fratellino di quattro anni più giovane di lei, nel giardinetto minuscolo del retro della casa. Un solo albero sempreverde a fare un po’ di ombra proprio dove era seduta lei, nell’erba calpestata dalle scarpe del fratellino ridente e scalciante in una corsa sfrenata alle sua spalle. Un albero, e un’altalena ricavata da due corde con un asse di legno. Oltre a quello e a loro due, nel cortile dietro casa non c’era altro. Jenny pensò che Jeremy dovesse avere una fervida fantasia per giocare ogni giorno in quel cortile, senza altri svaghi. E doveva essere così perché adesso sbraitava a più non posso, combattendo nel giardino con una spada invisibile contro un avversario invisibile.
«Non fare un altro passo, schifido ripumostro! O moriraiiiii!».
Jenny sollevò gli occhi al cielo per la ventesima volta, quel pomeriggio. Nanerottolo buono a nulla, pensò. Jeremy non dovette accorgersene perché si fece sotto con la sorella per coinvolgerla nelle sue rocambolesche avventure.
«Dai, Jenny! Non farti pregare! Vieni a fare Lady Stardust. Oggi giuro che i nani di gomma li faccio io!».
Quando ci si metteva, Jeremy era insopportabile. Tanto più, quando si ficcava in testa qualcosa: non mollava fino a che non l’avesse ottenuta. Jenny tentò con tutte le forze di ignorare il fratellino ma se non gli avesse dato retta, tutte le sue assordanti urla non avrebbero avuto fine. E lei voleva un po’ di pace. Facendo violenza contro se stessa, la ragazzina si sollevò dal prato, fece finta di prendere l’altra spada invisibile a terra e tentò di affrontare il fratellino con il massimo trasporto che le riuscì di avere. Il risultato fu piuttosto imbarazzante ma a Jeremy bastò e, per l’ennesima volta, tra le sue urla di giubilo, Jenny si chiese come poteva essere così dolce e vitale quel bambino. Odiava quasi ogni momento come quello, quando i genitori li lasciavano da soli in casa per andare a gozzovigliare con i loro amici in centro e toccava a lei badare a Jeremy. Più che tutto odiava il fratellino perché la obbligava a rimanere in casa quando avrebbe potuto passare il pomeriggio a spettegolare nel parco con Cindy Owens dei compagni carini di classe o guardare in TV da lei i video musicali degli MTB, i Mull Tick Boys, i suoi idoli del momento.
Nonostante questo, però, amava suo fratello più di qualunque altra cosa e anche se era solo una bambina di dieci anni, i suoi genitori le avevano affidato quella responsabilità almeno fino all’arrivo di Vera, la babysitter. Jenny guardò l’orologio e vide che Vera era in ritardo, che novità.
«Forza, Jenny! Mettici un po’ di entusiasmo mentre uccidiamo sto bestione! Stiamo per riconquistare il tuo regno, principessa Stardust! È il momento della formula magica. Devi pronunciarla bene, mi raccomando!»
Jeremy la fissò con occhi pieni di attesa. Probabile che fosse la quattro millesima volta che ripetevano quella scena ma per lui era come fosse sempre la prima. Jenny prese a recitare la formula con un sospiro, colorando la voce di un tono scuro e baritonale: «Con il potere concessomi dalle forze di diamante e dalla polvere di stelle in essi contenuta, io, Lady Stardust invoco…».
In quel mentre, Jenny vide passare, dall’altro lato della strada, la sua migliore amica Cindy, che la stava salutando con la mano e un gran sorriso. Terminò la formula molto più in fretta del dovuto e lanciò l’incantesimo che completava il rituale roteando velocemente le braccia due volte in un verso e due nell’altro. Poi corse veloce dall’amica, piantando in asso il fratellino che la guardò, confuso, scappare via.
«Resta qui, principe Sunny. Non ti azzardare a muoverti dal giardino!» gli disse mentre correva.
Jenny sentì chiaramente le proteste di Jeremy mentre apriva il cancelletto dello steccato e correva dall’amica. Guardò appena la strada, mentre attraversava. Un bruttissimo vizio che aveva trasmesso anche al fratello in tutte le gite al parco che avevano fatto senza i genitori. Prima o poi sua madre l’avrebbe strigliata a dovere per quelle imprudenze. Una volta dall’amica, Jenny l’abbracciò con entusiasmo e lanciò un’occhiata al giardino. Jeremy stava piangendo e si era seduto, fregandosi le manine sugli occhi. Almeno l’aveva ascoltata, ed era al sicuro. Una fitta di rimorso, fredda come ghiaccio, le sfiorò il cuore: aveva trattato da vera strega Jeremy. Se ne dimenticò presto, Cindy aveva cose molto importanti da dirle.
«Ma hai idea che a fine estate suoneranno qui, Jenny?!». Cindy era eccitatissima.
«Tu hai bevuto! Non stai parlando dei MTB, vero? Giura. Giura subito!». Jenny si eccitò quanto l’amica, in un baleno. «Giuro! Che una cimice mi si possa infilare nei pantaloni, se non dico il vero!»
«Che schifo, Cindy! Allora ti credo, oh mio Dio! Proprio qui? Ma quando l’hai saputo?». Jenny era in estasi: si dimenticò in un attimo di Jeremy; era occhi, orecchie e cuore per l’amica e le sue meravigliose notizie. Fu solo quando vide Cindy smettere di parlare all’improvviso e sgranare gli occhi in direzione della strada, dietro di lei, che Jenny si rammentò del fratellino. Si voltò mentre Cindy iniziava ad urlare. Non avrebbe mai più dimenticato gli istanti successivi. Vide Jeremy che ruzzolava in mille giravolte sull’asfalto della strada, gli spruzzi di sangue che, a fiotti, uscivano dal suo corpicino e il piccolo torace sfondato nella cassa toracica. Sentì dei suoni flaccidi e mollicci che le fecero venir voglia di vomitare. Vide la macchina verde, ferma e mezza di traverso oltre il cancelletto del loro cortile, la donna al volante con le mani nei capelli e uno sguardo di terrore negli occhi. Sentì le proprie urla amplificarsi piano piano mentre sgorgavano dalla gola, le sentì unirsi a quelle isteriche di Cindy e a quelle di Vera, la babysitter, che stava arrivando dal fondo del marciapiede in direzione di casa Calvin. Vide che la ragazza aveva le mani sulla bocca e stava correndo verso il corpicino riverso a terra, in una pozza di sangue. Jeremy era morto.

22 anni [1]

«Dottore, io… ho paura che non sia finita. Ho paura che gli attacchi torneranno. È sicuro che sia guarita?». Jenny era spaesata e guardò il dottore con occhi pieni di speranza. Aveva bisogno di risposte.
«Signorina Calvin, lei non è mai stata davvero malata, mi creda». Il dottor Lapstein la scrutò con sguardo attento ma sereno, con gli occhi leggermente sporgenti e ingranditi dalle lenti spesse. Sembrava un erudito ranocchio di una certa età.
«Tutte le paure di cui mi ha raccontato in questi due anni, la storia fantasiosa che si è costruita e, soprattutto, gli attacchi di panico sfociati in azioni violente, sono stati la conseguenza di un forte esaurimento che ha subito da bambina. Trauma che ha subito per molte cause possibili, imputabili principalmente alla sua insicurezza. Signorina Calvin, lei ha passato dei momenti terribili e sta vivendo un’adolescenza traumatica, iniziata con difficoltà e costellata di ricordi che preferirebbe dimenticare. È qui perché ha cercato di porre rimedio alle sue azioni e a ciò per cui non ha mai trovato risposta. Ora, il segreto è molto semplice: deve mantenere il contatto con la realtà, non pensare più al passato e alla storia che si è costruita. Lei ha cercato di vivere una realtà parallela, un’esistenza alternativa che le permettesse di emergere con talenti e “poteri” – chiamiamoli così – che la facessero sentire importante. Tutte fantasie, Jennifer, la realtà è quella che ha vissuto nei suoi 22 anni di vita, una vita difficile ma in piena fioritura. Ha tutte le possibilità di vivere un’altra vita, adesso, libera dalle schiavitù della sua infanzia e di una difficile adolescenza. Ora ha capito dove ha inciampato e ha la forza e le possibilità per vivere appieno e con il sorriso, mi creda». Il dottore le si avvicinò e le strinse amichevolmente le spalle, sporgendosi un poco dallo sgabello.
«È una ragazza capace e sveglia, la smetta di tormentarsi. Gli attacchi non si manifestano da dieci mesi e non torneranno. Lei è guarita e non intendo più vederla per un pezzo. Almeno non nel mio studio; se il fato ci riserverà il piacevole regalo di poter condividere un incontro al di fuori di queste mura, non potrò che essere felice di offrirle un gelato». Lapstein le sorrise con calore e la lasciò andare, alzandosi dallo sgabello.
«Grazie dottore». La voce di Jenny uscì appena, in un sospiro debole e insicuro. La ragazza aveva ancora almeno due sacchi pieni di domande da fare ma lasciò perdere. Il dottore era stato chiaro e sembrava inamovibile nella sua posizione. Le sembrò strano, quasi pazzesco ma le sedute erano terminate. Per il dottore, che non aveva colto il conflitto nell’animo della ragazza, scambiandolo per guerriglia interiore data dalla giovane età, Jenny aveva solo bisogno di tempo e tutto sarebbe andato a posto. In realtà lei sapeva che lo psicologo non aveva capito niente ma non poteva biasimarlo: lei stessa, ad ascoltarsi, non si sarebbe mai creduta. La ragazza si congedò da Lapstein dopo una stretta di mano e un abbraccio impacciato e prese la via di casa, uscendo dallo studio. La giornata era calda e luminosa: un’altra estate assolata. Mentre camminava, Jenny ripensò a tutto quello che Lapstein le aveva detto negli ultimi due anni, nell’arco di 15 sedute. Non solo non aveva capito nulla ma il dottore non le aveva mai creduto davvero, lo confermavano le sue ultime parole. Era convinto che lei si fosse inventata tutto: la morte di suo fratello Jeremy, l’abbandono totale da parte dei suoi genitori e la quasi estraneità come loro figlia nella loro vita. I sogni, il dono e il suo ritorno al passato per aggiustare ogni cosa. Aveva riso di vergogna mentre confidava quel suo pensiero e si era aspettata uno sguardo di compatimento dal dottore ma lui era rimasto impassibile. Dio, le era costata una fatica terribile raccontargli ogni cosa, si era sentita una pazza, una fuori di testa ma almeno Lapstein si era rivelato un uomo dalla grande intelligenza e dalla spiccata sensibilità. Jenny aveva provato a fargli capire che la sua realtà si era fusa con l’irreale e che quello che aveva visto da piccola nei film, era successo per davvero; gli aveva detto che aveva modificato il corso del tempo con le sue mani e aveva rifiutato con forza di porsi troppe domande dopo che aveva salvato suo fratello. Gli aveva confidato che aveva una fifa terribile delle implicazioni che quella cosa avrebbe potuto comportare e che era rimasta in silenzio con tutti i suoi amici, parenti e conoscenti per anni, che si era portata dentro quel segreto facendosi logorare giorno dopo giorno fino a quando non ce l’aveva più fatta. Dopo gli episodi di violenza che le erano successi e le avevano annerito l’anima, dopo che aveva iniziato ad andare alla deriva, aveva sentito il bisogno terribile di confidarsi con qualcuno o sarebbe impazzita. Così si era rivolta all’unica persona che credeva potesse aiutarla e che già in passato l’aveva conosciuta e ascoltata: lui, il dottor Lapstein. Dopo quella rivelazione, il dottore aveva sorriso un poco ma aveva accettato quella sua spiegazione con una semplice scrollata di spalle e aveva accettato di seguirla. Durante i primi cinque o sei incontri l’aveva accompagnata nel suo viaggio a ritroso nei ricordi mentre ripercorreva i terribili attimi dell’incidente e tutti i mesi di sofferenza passati dopo, quando lei e il dottore si erano conosciuti sotto la spinta dei genitori perché lei vedeva suo fratellino anche se lui era già morto. L’aveva sostenuta mentre lei cercava di spiegargli, tra lacrime pesanti di gioia miste a dolore, quanto fosse rinata nel momento in cui aveva salvato suo fratellino. Di quanto fosse stata grata del suo dono. Poi, aveva continuato ad ascoltarla, paziente, mentre lei gli raccontava di come fosse convinta che quel dono avesse un lato oscuro, di come aveva dovuto pagare un prezzo altissimo per averlo usato. Aveva ascoltato il racconto del compagno di scuola di Jenny, quando l’aveva graffiato a sangue in classe e del suo quasi omicidio ai danni della sua vicina di casa. Due episodi scaturiti da una rabbia inaudita che era maturata in lei dopo che aveva usato il suo strano dono; Jenny gli aveva spiegato che era assolutamente certa che il suo ritorno al passato, il suo “viaggio nel tempo” l’avesse in qualche modo posta nelle condizioni di dover pagare pegno per aver salvato la vita del suo fratellino. E il pegno era stato la perdita di lucidità nelle situazioni della vita che potevano causarle stress emotivo. Lapstein aveva ascoltato tutto con pazienza e l’aveva fatta sentire una persona normale e per questo, Jenny le era grata ma il dottore non aveva creduto ad una sola parola, nemmeno per un attimo. Aveva analizzato e metabolizzato le violenze, quelle sì, ma tutto il resto era per lui impossibile. Disse che era frutto della sua fantasia, una forma di difesa e di sfogo ma lei sapeva che la verità era veramente un’altra. Lei sapeva di avere un dono, meraviglioso e al contempo maledetto e sapeva che non lo avrebbe usato mai più.

Jenny trasalì mentre transitò un autobus vicino al marciapiede che stava percorrendo riportandola alla realtà. L’autobus era pieno di studenti quindi era l’ora di pranzo. Entrò in casa dalla porta di servizio e la accolse suo fratello: era grande e muscoloso, aveva il corpo atletico e giovane di una promessa nascente del baseball e tra meno di un mese avrebbe compiuto diciotto anni. Le sorrise con il suo solito sfavillio e gli si accesero gli occhi nel vederla arrivare. Jeremy.

10 anni [2]

La disperazione di Jenny, in seguito all’incidente, fu totale e devastante. L’oscurità in cui piombò, la coprì come un nero drappo funebre che minacciava di soffocarla. I giorni che seguirono l’incidente furono così strazianti da indurre Jenny a pensare che le sarebbe scoppiato il cuore di dolore. I genitori della ragazzina si chiusero in un silenzio carico di rabbia, dolore e assoluto rifiuto. Più di una volta, suo padre fu sul punto di colpirla con un ceffone potente pur di non sentirla piangere sommessa sul divano o sulla sedia, in cucina. Eppure, trattenne la mano ogni volta, sopraffatto dall’amarezza di sapere che il figlio prediletto, per lui, era Jeremy e che lei glielo aveva strappato via. Si vergognava di quei pensieri ma erano forti e chiari nel suo cuore, così imparò ad accettarli e indurì il suo animo nei confronti della figlia. Non sarebbe riuscito a perdonarla presto. E non poteva fare altro. La mamma perse la voglia di vivere e si aggirò tra le stanze della casa per giorni come un fantasma, bianca in viso, i capelli arruffati e una foto incorniciata di Jeremy sul petto. Smagrì a vista d’occhio. Le risate, i litigi, gli schiamazzi, i film tutti insieme la sera, con secchielli di popcorn e caramelle gommose erano un lontano e felice ricordo, una scheggia di vetro di uno specchio ormai rotto che non rifletteva altro che il nulla.
Jenny si rese conto presto che i genitori la ritenevano responsabile e non riuscivano, non potevano fare pace né con lei, né con se stessi. Si sforzarono di apparire normali ma con lei erano divenuti due fredde macchine prive di sentimenti. Il calore generato dalle risate di Jeremy era stato sostituito da un gelo impenetrabile. Non l’aiutò certo continuare a pensare, con inesauribile vergogna, che i suoi genitori avevano ragione: la colpa dell’incidente era stata soltanto sua. Non aveva badato a Jeremy con la responsabilità dovuta, si era lasciata distrarre dall’amica in un momento che per lei era stato del tutto casuale e normale ma che nascondeva nella sua semplicità, un pericolo che si era rivelato fatale. Chissà, se Jeremy fosse rimasto chiuso in casa, davanti alla TV, adesso la vita non le sarebbe sembrata quell’involucro freddo, bianco e accecante, fatto di muri di ghiaccio e lame di gelo infilzate nell’anima. Ma c’era dell’altro, come se già il senso di colpa non bastasse: la sua ultima azione nei confronti del fratellino, in vita, era stata spregevole e vergognosa. Come ultimo saluto, era solo riuscita a far piangere Jeremy e a farlo arrabbiare con lei. Che capolavoro.
Jenny pianse tutte le lacrime che aveva e si disperò per giorni, pensò di impazzire ma una bambina di dieci anni appena non poteva ancora comprendere i delicati e difficili equilibri della mente posta in quelle situazioni e non riuscì a gestire da sola quella condizione. Così, si costruì un mondo alternativo, dove nulla era mai successo. Prese a vedere, parlare e giocare con un Jeremy fatto di pura immaginazione. La madre la vide, un giorno, avere una discussione concitata con il fratellino per chi dovesse accaparrarsi l’ultimo waffel della scatola in cucina e la vide concederlo al fratellino dopo qualche minuto di trattative che fece con se stessa e con l’aria davanti a lei. La vide fare un gesto di incoraggiamento nel vuoto e dire: «Coraggio, piccolo tappo, prendilo. È tutto tuo, hai vinto».
Con gli occhi inondati di lacrime e le mani alla bocca tremante, la madre continuò ad osservarla, anche quando Jenny si allontanò con un braccio poggiato su di una spalla invisibile di un bambino invisibile mentre intimava al fratellino di non ingozzarsi. Pianse lacrime calde e amare mentre posava lo sguardo sul waffel che era rimasto, intonso, nella scatola sul tavolo in cucina. Ma non fece nulla per aiutare la figlia. Dentro il suo cuore albergava solo un nero vuoto senza fondo.
I giorni fuggirono in un susseguirsi veloce di lampi intermittenti e, più lentamente, fuggì anche la consapevolezza di Jenny del mondo che la circondava. La sua mente aveva rifiutato la realtà troppo dura in cui viveva e si era aperta completamente al mondo sostitutivo che si era creata per rinnegare il dolore. La ragazzina non si rese neppure conto degli incontri sempre più frequenti che i genitori ebbero con un distinto signore di mezza età. Scoprì più tardi che l’uomo si chiamava Lapstein; Jenny captava occasionalmente frammenti di discorsi tra i suoi e quello che immaginò fosse un dottore del cervello (era confusa, non stupida) e si accorse di come i suoi genitori la guardavano preoccupati ma non si interessò mai a ciò che si dicevano, fece finta di nulla. I suoi genitori le mancavano da morire ma il tempo in cui avrebbero dovuto starle accanto e rincuorarla (così, almeno, pensava lei) era passato da tanto, l’avevano lasciata da sola ai suoi sensi di colpa e alla vergogna immensa del suo cuore e adesso era troppo tardi per rimediare. Il suo mondo era di nuovo stabile e lei non avrebbe mai più giocato controvoglia con Jeremy. Ora poteva giocare con lui anche tutto il giorno e godere delle sue ilari risate per tutto il tempo che voleva. E lei ne voleva tanto, voleva recuperare tutto il tempo perso. Sapeva che c’era qualcosa di sbagliato in quello che vedeva e sentiva, sapeva quasi per certo che la sua mente percorreva una direzione diversa da quella che doveva ma la strada su cui stava correndo era molto più facile, tutta in discesa e con una gran bella luce laggiù in fondo, che la aspettava e la rassicurava. Le altre strade portavano solo ad un freddo buio.

Alla fine vennero i sogni, e con i sogni, venne il suo dono, il suo talento, una specie di potere. Jenny non riuscì mai a capire come poterlo definire ma non trovò altre parole se non quelle. Da subito fu a Dio che pensò come responsabile di quel regalo inatteso e speciale. Lo vide come un postino ammantato di luce che le aveva recapitato una scatola avvolta in carta dorata. La sua convinzione mutò da dubbio a certezza quando il dono che ricevette manifestò le sue potenzialità, quando uno dei sogni che fece, le riportò la sua vita, la sua sanità mentale e suo fratello. Quando conobbe per la prima volta il dottor Lapstein, Jenny fece il suo primo sogno; ne fece quattro in tutto. Il quarto fu quello che sprigionò il potere del suo dono. Tra il primo sogno e l’ultimo, trascorsero circa tre mesi e in tutto quel tempo, i suoi genitori continuarono a trattare Jenny quasi come un’estranea, ormai il loro rapporto si era disfatto come un castello di carte a cui avessero tolto la carta portante, una di quelle della fila più in basso. Quella carta, nella vita della famiglia Calvin era Jeremy. Jenny vide sua madre piangere quasi tutti i giorni e imparò a vivere il suo tempo nelle stanze della casa in cui non c’erano i suoi genitori. Non fu difficile perché quasi sempre era nella camera che Jenny divideva con Jeremy che i genitori si rifugiavano. Era lì che suo padre teneva stretta la mamma mentre piangeva e stirava con la mano, per la milionesima volta, le lenzuola del letto del suo figliolo. Jenny passò ore nella cucina e nel salotto, guardò la TV, fece i compiti, telefonò a Cindy, colorò gli album di carta di Jeremy e cercò di tenere lontani i pensieri confusi che aveva in testa. Tentò di vivere una vita normale e fece tutto ciò che aveva sempre fatto, con Jeremy accanto a lei, prima che succedesse quel nero pasticcio: colorò gli album con lui, rubandogli le matite all’ultimo momento e facendolo disperare, rise insieme al fratellino mentre guardavano i cartoni sul canale sei, lui le intimò di riagganciare il telefono ogni volta che chiamò Cindy, perché voleva che giocassero a nascondino. Jeremy non l’abbandonò mai, tranne nelle occasioni in cui il dottor Lapstein le fece visita. Un pomeriggio, in uno dei rarissimi casi in cui Jenny fu padrona della sua camera appena dopo pranzo, sentì bussare alla porta. Stava giocando a carte con Jeremy sul letto e si voltò, invitando ad entrare chi aveva bussato. Quando tornò a guardare vicino a sé, Jeremy era sparito. Registrò la cosa immediatamente e ne fu fortemente turbata perché era la prima volta (a parte quando dormiva la notte) che il fratellino la lasciava sola da quando lo aveva ritrovato. Dovette riportare l’attenzione alla porta della camera quando sentì la voce fredda di sua madre: «Jenny, questo signore vorrebbe conoscerti e farti qualche domanda. Sii educata e rispondi bene a tutto ciò che ti chiederà, d’accordo?»
«Va bene, mamma.»

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