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Tutto torna indietro - Parte Seconda
Scritto da Padpgix
Categoria narrativa, genere
Scritto il 15/04/2017, pubblicato il 13/05/2017, ultima modifica il 13/05/2017
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Nota dell'autore: E' capitato a tutti prima o poi di chiedersi cosa succederebbe se potessimo cambiare il nostro passato... seconda parte di tre

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TUTTO TORNA INDIETRO – PARTE SECONDA

13 anni [1]

Una splendida Jennifer Calvin ascoltò con attenzione la lezione del professor Toben. Pianeti, astri e stelle attrassero da subito la sua attenzione: tutte quelle possibilità nascoste nello spazio nero e infinito la affascinarono con forza e si immaginò in breve tempo con una tuta da astronauta, intenta a riparare una stazione orbitante sullo sfondo di un pallone gigante blu e bianco, la Terra. Jenny valutò, non per la prima volta, di approcciarsi con serietà alle materie di fisica spaziale.
«Che palle, sto vecchio, eh Jenny?». Un colpetto sul braccio destro la riportò alla realtà della lezione e a Dalton Clark, quell’idiota del suo compagno di banco, che non sopportava affatto e che non faceva che tirarle un filo penoso e senza speranza.
«Dalton, sto tentando di seguire. Cosa che dovresti fare anche tu, invece di rompere; e il professor Toben non è certo più vecchio di tuo padre, stupido. Di cervello, certamente è più giovane di te!». Jenny si stupì del suo tono stizzito e di quanto si stava accalorando, non le era mai successo prima. Sentì le tempie pulsare veloci e avvampò un poco sulle guance.
«Oh, Oh, Oh! Ma senti qua madamigella Jennifer, che linguaggio da camionista che ha tirato giù! Mi stupisco di te, bellezza! E se credi di offendermi, sei fuori strada, pupa. A me piace essere sgridato». Dalton le prese la mano destra: Jenny sentì il suo tocco molliccio e sudato e pensò ad una gelatina melmosa. Le venne un conato mentre il caldo al volto aumentò violentemente.
«Non mi toccare!». Jenny si alzò, urlando e la sedia finì per terra con un fracasso infernale. L’intera classe si voltò nella sua direzione, compreso il professor Toben e calò un silenzio pesante: almeno una cinquantina di occhi si puntarono su di lei e Jenny avvampò ancora di più. Si sentì come una locomotiva in procinto di esplodere mentre qualche sprovveduto stava continuando a gettare carbone nella caldaia e il manometro della pressione segnava rosso. E il rosso fu l’unico colore che Jenny vide mentre calò una mano ad artiglio sulla faccia del povero Dalton Clark. Mirò agli occhi e spinse con quanta più forza ebbe in quell’attimo: le sue unghie scavarono cinque solchi frastagliati e slabbrati nella carne tenera di Dalton e deturparono il suo viso già segnato dall’acne giovanile. Il ragazzo urlò di dolore e dopo un attimo si scostò con forza, sottraendosi alla mano di Jenny che stava già caricando un secondo affondo. Il ragazzo ruzzolò pesantemente sul pavimento con un altro forte baccano mentre la sedia rotolava via e urlò di nuovo. Non fu più un grido di sorpresa ma di dolore e indignazione. Jenny continuò a vedere rosso per qualche attimo poi Toben fu su di lei; la classe intera urlò sgomenta la propria incredulità.

13 anni [2]

«Non mi capacito del suo comportamento, signorina Calvin. Il professor Toben mi assicura che lei è un’ottima allieva, una tra le migliori del suo corso. Ma cosa le è preso, per Dio?». Il signor Ferguson, il direttore della scuola media George Town divenne tutto rosso in faccia e la pelata sudata luccicò sotto le luci al neon dell’ufficio. Jenny mantenne la testa china, nel cuore provò una vergogna tremenda, nell’animo, un dolore acuminato e nei pensieri… un vortice inafferrabile e senza controllo.
«Bene.» - il direttore tornò alla sua calma abituale - «Dal momento che sembra non abbia nulla da dire a sua discolpa, procederò con la punizione che la gravità del suo gesto comporta: mi aspetto di ricevere i suoi genitori entro la sera di quest’oggi. Lei è sospesa dalla scuola e dalle lezioni per quattro giorni e questo le costerà la promozione, signorina Calvin. Non vorrei dirlo, perché pare non meritarselo ma mi dispiace».

Jenny concluse l’anno scolastico e fu bocciata. Voto in condotta: uno. Dalton Clark dovette passare in convalescenza tre settimane a casa per far rimarginare le ferite e non rischiare infezioni e quando ritornò a scuola si fece spostare di banco per i trimestri successivi. I dottori gli comunicarono che le cicatrici gli sarebbero rimaste a vita, probabilmente; la vista anche, ma per miracolo. I genitori di Jenny le fecero passare una vita d’inferno: la castigarono, la punirono e la reclusero nella sua stanza per giorni e settimane. Furono profondamente delusi, soprattutto il padre. Jeremy, invece, non l’abbandonò mai, la riempì di attenzioni e la amò come solo un fratello più piccolo sa fare, alleviando un po’ il suo senso di impotenza. Jenny non si curò né di Dalton, né dei suoi genitori, né della scuola; ebbe un solo pensiero a insinuarsi come un verme in una mela marcia, nel cervello. Tentò di capire quale fosse la punizione per aver usato il suo dono nel salvataggio di Jeremy, dopo tutto quel tempo, e l’evidenza dei fatti le fece concludere che l’unica grande conseguenza era l’eredità di un animo violento che si era sviluppato nel corso di anni e che non le era mai appartenuto. Il prezzo da pagare per aver usato il suo potere era una dannazione fatta di crisi di panico e voglia di fare del male. Ma ancora più di quel prezzo salato per la sua anima, la cosa che fece tremare di rabbia e dolore la ragazza fu la vergogna. Non sarebbe mai più riuscita a guardare gli altri con sguardo limpido e sereno, sapendo che chi la guardava, l’avrebbe vista più come una specie di bestia che una dolce e tranquilla ragazza.

22 anni [2]

Jenny guardò fuori dalla finestra, al piano superiore di casa sua e si perse nei pensieri, nei ricordi del passato e nelle ansie del futuro, come le capitava spesso, ultimamente. Ripensò per l’ennesima volta al suo potere e le venne un brivido freddo, succedeva spesso anche questo. Si ripetè con forza che non l’avrebbe usato mai più, a costo di non dormire, per non sognare. Perché era così che funzionava, no? Attraverso i sogni… anche se non ne era più così sicura. Erano passati dodici anni da quando aveva usato per la prima e unica volta il suo potere e il solo pensiero di quello che le aveva fatto, bastò a convincerla ancora una volta, con forza, che la sua decisione era stata la più saggia e la più sensata della sua vita. Sarebbe stato ancora più saggio non usare affatto il suo potere, quella volta, ma non aveva avuto possibilità di ritirarsi, era successo e basta. Qual dannato dono che lei non aveva chiesto, le aveva rovinato la vita, eppure, appena fece questa considerazione si vergognò terribilmente. Quel dannato dono le aveva anche permesso di salvare la vita di Jeremy, e lei sapeva che la cosa più importante era questa. Il resto… il resto era una conseguenza che aveva imparato ad accettare continuando a ripetersi che il prezzo della vita di suo fratello era valsa mille volte i tormenti che aveva sofferto dopo. E poi, sembrava che le cosse stessero migliorando, adesso: non aveva più attacchi di panico e violenza da quasi un anno e aveva imparato a controllarsi con ferrea determinazione, anche se doveva ancora concentrarsi con tutte le sue forze per non perdere il controllo. Le visite del dottor Lapstein, dopo tutto, non erano state così inutili ma Jenny continuò ad avere una sgradevole sensazione nel cuore perché il suo animo non si era placato: era come se un vento forte e freddo soffiasse costantemente dentro di lei, in cerca di una piccola fiammella da aizzare, per far divampare un fuoco vorace e distruttivo. Guardò dei bambini giocare nel parco al di là della strada senza vederli veramente, e tornò col pensiero al primo episodio che aveva manifestato la violenza che era divenuta parte di lei dopo l’incidente di Jeremy. Vide il volto sfigurato di Dalton stampato nei suoi ricordi, il suo sguardo terrorizzato e il sangue che colava dai cinque lunghi solchi che avevano deturpato la sua faccia. Chissà che fine aveva fatto quel povero ragazzo, non lo vedeva da quei terribili giorni; Dalton la denunciò, dopo quel suo insano gesto ma suo padre riuscì a sistemare l’accaduto e il ragazzo uscì dalla sua vita. Prima di tutto quel casino riuscì a vivere anni felici e davvero magici: dopo l’incidente di Jeremy, trascorse senza dubbio il periodo più gioioso e felice della sua vita perché grazie al suo dono, l’armonia in casa Calvin era tornata e aveva prosperato. Ma poi… fu tutto di nuovo nero e l’oscurità tornò a soffocare quella nuova luce calda e stupenda che aveva faticato tanto per riconquistare. Per la millesima volta, si domandò perché il destino si accanisse con lei in modo così famelico della sua disperazione ma non trovò risposta. Decise in quel momento che nel pomeriggio, avrebbe rivelato a Cindy l’unico episodio della sua vita che la sua migliore amica ancora non sapeva. Perché dopo Dalton, aveva fatto del male ad un’altra persona, molto male, e non ce la faceva più a tenersi dentro tutta quella paura e tutta quell’angoscia. Raccontare la sua storia al dottor Lapstein l’aveva almeno aiutata a posare un po’ delle pietre che pesavano sul suo cuore da tutti quegli anni ma ce n’erano ancora tante, accumulate in tanto tempo e tante prove. Doveva a Cindy la verità e le doveva tutta la sua riconoscenza perché lei c’era e c’era sempre stata, era l’unica che non l’avesse mai abbandonata.
Neppure i genitori erano stati in grado di aiutarla ad alleviare la sofferenza che portava dentro e appena ne aveva avuto la possibilità era fuggita dalla loro oppressione e dalla loro casa, che le era diventata stretta e soffocante. Doveva riconoscenza a suo padre, certo: l’aveva tirata fuori dai pasticci con il casino di Dalton e l’aveva fatto ancora anni dopo, quando aveva rischiato seriamente di mettersi nei guai con la giustizia. La sua professione di avvocato si era dimostrata molto utile in quelle circostanze ma Jenny sapeva che aveva tirato troppo la corda. Suo padre finì col non fidarsi più di lei e l’allontanò progressivamente. A quanto pare, Jeremy o no, il rapporto con i suoi genitori era destinato a sciuparsi. Aveva sofferto moltissimo nel separarsi anche da Jeremy, anche lui non l’aveva mai lasciata. Dopo l’incidente (Jenny si sforzò di pensare che solo lei, Cindy e il dottor Lapstein sapevano del sogno e del ritorno indietro nel tempo. Non lo aveva mai detto né a Jeremy, né alla sua famiglia, non aveva trovato il coraggio) si era creata una sorta di magia tra loro e si augurò che non sparisse mai. Da quando viveva da sola aveva trovato la sua dimensione ed era riuscita a stabilire una sorta di tregua con la sua natura indomita, irascibile e violenta e ora sembrava essere tornato tutto alla normalità ma non c’era niente, in realtà che fosse a posto. I suoi amici l’avevano abbandonata, tutti tranne Cindy; il suo ragazzo, Cole, l’aveva scaricata quando avevano litigato l’ennesima volta per sciocchezze e lei si era infuriata molto più di quanto avrebbe dovuto e voluto. Era troppo spaventato per stare con lei, tutti lo erano, perché avevano paura di lei. Tutti, tranne Cindy e Jeremy, coloro che lei reputava la sua vera famiglia e con cui era sempre riuscita a controllarsi perfettamente. Ma Jenny non ce la faceva quasi più a sopportare quella situazione, non ne poteva più di dover tenere nascosti nelle pieghe della sua memoria e coscienza gli avvenimenti della sua vita passata. Come poteva mentire alle persone che l’avevano aiutata e soccorsa nei momenti di difficoltà senza chiedere mai nulla in cambio? Ma la verità più dolorosa era ancora un’altra: nonostante il conforto e l’affetto della sua migliore amica e del fratello, aveva bisogno, più di ogni altra cosa, di qualcuno che le stesse accanto con amore, che la facesse sentire importante per quello che era e non per quello che si sforzava di apparire. Con la fronte poggiata sul vetro della finestra, Jenny chiuse gli occhi e mentre sgorgavano lacrime lente e calde, si chiese se qualcuno l’avrebbe mai amata. Nel buio dei suoi pensieri riuscì a scorgere solo un’infinità di domande e nessuna risposta.

Come si era ripromessa, Jenny trascorse il pomeriggio con Cindy e almeno per qualche ora riuscì a far tacere la voce ansiosa e preoccupata della sua coscienza. Furono ore di relax e serenità. Il centro commerciale Kingsburg, nel cuore delle città, era colmo di gente e le due ragazze si divertirono un mondo a girare tutti i negozi della galleria in cerca del vestito più alla moda e la gonna più maledettamente provocante che la collezione primavera/estate proponeva. Avrebbero svaligiato negozi interi ma si limitarono ad acquistare un paio di gonne a testa, una maglietta fucsia con perline e glitter per Cindy e una camicetta smanicata rosa della Pimkye’s per Jenny. Scattarono selfie nei camerini e fecero le boccacce davanti allo specchio. Fu divertente e Jenny si dimenticò quasi del tutto dei suoi cupi pensieri.
Sul fondo della galleria, presero un cono gigante da Glass Island e lo divisero mentre osservarono la gente che passava nel centro commerciale. Le ore volarono e finalmente Jenny potè scaricare ancora qualche pietra tra quelle che aveva in quell’enorme fiume in secca che segnava il centro del suo cuore. Intorno all’ora di cena, decisero di prendersi ancora un aperitivo da Cassiopea (al diavolo la linea) e fu allora che Jenny decise di tirarsi su le maniche e tentare di rotolare giù dalla riva scoscesa della sua coscienza uno dei massi più grandi. Mentre erano sedute a un tavolo appartato in un angolino del locale, tra le luci soffuse verdi e azzurre dei faretti e la musica soffusa di sottofondo, la ragazza aprì il suo ricordo più pesante al cuore di Cindy, sperando che l’amica non si offendesse: l’aveva tenuta all’oscuro per tanti anni, troppi. Alla fine, non fu facile per nessuna delle due.

15 anni [1]

La botola di scolo dell’acqua nel giardino della famiglia Calvin si ostruì a fine marzo, in una giornata fredda e piovosa che fu uno scenario perfetto per il passaggio dall’inverno alla primavera. Il vento spirò ancora gelato, quel giorno, anche se il sole aveva già avuto la sua occasione di fare la voce grossa nelle settimane precedenti. Le gemme sugli alberi si aprivano, timide, al tepore di giornate odorose di erba fresca e fiori appena sbocciati ma quel giorno ci fu spazio solo per un freddo grigio che avvolse tutto nella sua bigia cappa di tristezza. Casa Calvin, alle quattro del pomeriggio, si confondeva tra gli altri casolari della zona, grigia quanto il grigio che la circondava. Una Jennifer smarrita, rossa in viso e molto più magra di quanto non fosse un paio di anni prima, uscì dal portoncino d’ingresso e si sedette sull’erba chiara del piccolo cortile alzando il capo al cielo rabbuiato. L’altalena dell’albero sul retro giaceva immobile e mezza staccata; era in quelle condizioni da tempo e il padre della ragazza non si era mai deciso ad aggiustarla. Non che Jenny avesse voglia di salirci, cercò solo un po’ di refrigerio nella pioggia debole ma fitta che cadeva da quel manto color piombo sopra di lei. Il calore ardente che avvolgeva tutto il suo corpo si stemperò un poco ma i pensieri e il cuore della ragazza si produssero nell’ennesimo garbuglio interiore.

Jenny aveva capito che qualcosa non andava mentre guardava la TV, in casa. Era in sala, Jeremy si era appisolato accanto a lei, sul divano; di colpo, la soap che stava seguendo aveva perso qualunque attrattiva e una strana sensazione mai provata prima l’aveva scossa violentemente. Un’onda di brividi, accompagnati da strani pensieri allucinanti, venuti chissà da dove, si era abbattuta su di lei come un piccolo tsunami. Non era riuscita a capire cosa stesse succedendo ma Jenny si era spaventata velocemente: il corpo le si era scaldato come se avesse la febbre e aveva visto lampi rossi che si sovrapponevano alla sua vista periferica. Aveva iniziato a sentire qualunque rumore amplificato di cento volte intorno a lei e quando aveva chiuso gli occhi aveva visto distintamente le sue mani avvinghiate al collo della signora Roger, la vicina di casa. Ma che cavolo?! Aveva pensato istintivamente. Cosa cavolo succede? Perché mi gira tutto così? Cosa sono queste immagini? Oddio!
Jenny si era presa la testa tra le mani e si era alzata, il calore era aumentato, i lampi erano diventati più frequenti e quando aveva chiuso di nuovo gli occhi, nelle immagini vivide che le si erano stampate in testa, le sue mani stringevano ancora forte il collo della signora Roger mentre la vecchia soffocava e tentava debolmente di reagire. Aveva deciso in un attimo che doveva fare qualcosa ma non aveva voluto svegliare il fratello, lo avrebbe spaventato a morte. Era uscita fuori, sperando che la pioggia le schiarisse i pensieri e ponesse fine a quell’assurdo stato in cui era piombata.

Andò meglio: la pioggia lenì un poco il calore possente che sembrava venirle dal ventre per propagarsi in tentacoli brucianti, come quelli di una medusa, fin dentro il cervello e i lampi rossi cessarono. Ebbe il tempo di pensare con un minimo di lucidità e si spaventò ancor di più nel constatare che era quasi certa di sapere quello che stava accadendo: era un attacco di panico che presto l’avrebbe ridotta ad una bestia desiderosa di violenza. Era già successo due anni prima e quella volta si era trovata per le mani Dalton. Ma in quell’occasione la vista non le si era appannata di rosso come adesso e il suo cervello non le aveva trasmesso nessuna immagine violenta. Sperò con tutte le sue forze che l’attacco passasse, si mise a piangere un po’ per la certezza che non sarebbe finito affatto e un pò perché si rese conto che questo attacco era molto più potente e primordiale di quello passato. Pianse per la vergogna di quello che aveva fatto al compagno di banco due anni prima e pianse perché sperava non sarebbe successo mai più ma evidentemente le sue preghiere non erano state ascoltate. Meno male che almeno sono da sola. Proprio in quel momento, la botola di scolo sotto il portico, a una decina di metri da lei, prese a gorgogliare e ribollire; l’acqua iniziò a sgorgare copiosa sollevando il coperchio metallico e inondò il prato tutto attorno, compreso quello della vicina.
No! Pensò Jenny. D’istinto si alzò e corse dalla botola per cercare di fermare l’acqua. Non aveva idea di cosa potesse fare ma fu un pensiero pratico e razionale, splendidamente normale rispetto al mare di inquietanti assurdità che avevano invaso la sua mente negli ultimi minuti e poteva almeno concentrarsi su qualcosa di concreto che non fosse la sua mente. Jenny spostò il coperchio mezzo sollevato da una parte e infilò le braccia nella botola fino al gomito; toccò un pezzo di ferro duro, probabilmente il volantino dello scarico. Non pensò mai di chiamare suo padre e quello fu il suo errore più grande. Provò a girare il volantino e fu invasa da una nuova ondata di panico. Fu molto più forte di prima: accecata dai lampi rossi che sembravano avvolgerle le pupille degli occhi da dentro in una patina rossa e insanguinata, si portò le mani infangate al viso togliendole dalla botola. Si accorse della signora Roger, la vicina, solo quando la vide trafficare accanto a lei, con le mani nell’acqua, intenta a provare quello che lei non aveva portato a termine.
«Spostati, figliola. Lascia provare me» disse la vecchia signora a voce alta per farsi sentire sopra il gorgoglio ribollente della botola. Le mani di Jenny, nere di fango e sbucciate sulle nocche furono attorno al collo della signora Roger nel giro di un secondo. La donna non riuscì neppure a opporre resistenza, scivolo con le ginocchia sull’erba fradicia e finì distesa a pancia sotto, con la faccia sulla botola. La carne del collo della vecchia era rugosa e cedevole, Jenny pensò alla carta tutta raggrinzita di un giornale bagnato che è asciugato al sole; quel pensiero la fece ridere di gusto e mentre stringeva il collo della vicina di casa ottantenne, la ragazza piegò il capo all’indietro ridendo fino a farsi venire mal di pancia, come una posseduta. Spinse la faccia della vecchia nell’acqua della botola e allargò ancora di più il suo sorriso quando vide le dita scheletriche della Roger grattare la terra intorno a lei con movimenti convulsi e sempre più deboli. Sentì la voce di suo padre arrivare da molto lontano, dietro di lei. Non si rese conto di quando le fu addosso e le cinse la vita; non si accorse di quando la sollevò di peso, strappandola dal collo della signora Roger. Si riebbe solo quando l’uomo la scaraventò di peso lontano dalla botola e dalla vecchia e atterrò sull’erba bagnata e scivolosa sbattendo i denti. Poi vide il padre aiutare la povera signora Roger a tirare la testa fuori dall’acqua e riprendere a respirare, lo vide girarsi verso di lei con i capelli spettinati e bagnati e lo sentì ancora come se le parlasse da dietro un muro trasparente di plexiglass quando le urlò: «Ma cosa hai fatto?!».

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