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Tutto torna indietro - Parte Terza
Scritto da Padpgix
Categoria narrativa, genere
Scritto il 13/05/2017, pubblicato il 13/05/2017, ultima modifica il 13/05/2017
Letto 166 volte

Commenti (18) Riconoscimenti Condividi Altri testi di Padpgix Codice testo: 135201703557
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Nota dell'autore: E' capitato a tutti prima o poi di chiedersi cosa succederebbe se potessimo cambiare il nostro passato... terza ed ultima parte

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TUTTO TORNA INDIETRO – PARTE TERZA

22 anni [3]

Quando Jenny smise di parlare e tornò ad occuparsi tutta concentrata della cannuccia nel suo cocktail ormai finito da un pezzo, Cindy non disse niente per almeno un minuto. Jenny fu sul punto di prendere nervosamente la parola (senza avere idea di cosa avrebbe detto) quando l’amica la anticipò.
«Perché non mi hai mai raccontato questa storia, prima?». Jenny capì subito che Cindy era ferita, nel profondo, dritta al cuore. La conosceva da quattordici anni e le bastava un’inflessione della voce per comprendere il suo stato d’animo. La voce di Cindy ora diceva (urlava): SONO DELUSA, SONO FURIOSA, MI HAI TRADITA, NON TI SEI FIDATA DI ME.
«Cindy, mi spiace… .»
«No, Jenny. Ti fosse dispiaciuto, questa conversazione l’avremmo fatta anni fa. Sette cazzo di anni fa, Jenny».
Jenny ebbe il buon senso di rimanere in silenzio mentre l’amica si alzò e andò via senza più una parola. L’aveva previsto ma si sentì lo stesso una stronza vigliacca. Attese qualche istante poi provò a chiamare l’amica sul cellulare ma le rispose la segreteria. Cindy lo aveva spento. Accantonò l’idea di correre dietro all’amica, non sarebbe stata una buona idea. In realtà anche telefonarle era stata una pessima mossa. Le venne voglia di piangere, ancora. Le lacrime versate nei suoi ventidue anni di vita avrebbero forse riempito una bacinella per il bucato; adesso avrebbe usato volentieri quel catino pieno di dolore per spegnere le fiamme brucianti di angoscia che avviluppavano la sua anima.

Quella sera, Jenny tornò a casa sola. Quando Cindy andò via trascorse ancora una buona mezz’ora a guardare ed invidiare la gente che viveva la propria vita al di là della vetrina del locale e che quasi certamente non si portava l’oppressione di un peso così doloroso nel petto come lei e ordinò ancora un cocktail. Aveva bisogno di qualcosa di forte ma l’alcol non fece che farla sentire ancora più una merda. Quando rincasò, ad aspettarla davanti alla porta di ingresso, trovò Cindy, seduta sui gradini. Appena la vide, quel fuoco che la stava devastando da dentro si spense da solo, le lacrime nella bacinella avrebbero aspettato.
«Da quando sei qui?» chiese guardando l’amica che si abbracciava le ginocchia.
«Da un po’. Sono andata via in malo modo e devo chiederti scusa. Ma non ti pagherò il mio cocktail. Dopo quello che mi hai detto, offri tu.»
«Lo avrei fatto in ogni caso, Cindy. Perdonami, sono stata una stronza.»
«Già». Cindy la guardò dritta negli occhi e rimase a fissarla con durezza. Dopo qualche attimo, riprese: «Però ti voglio bene e, nonostante il mio istinto mi dica di mandarti all’inferno, non lo farò. Hai sbagliato e mi ci vorrà un po’ per perdonarti ma riconosco lo sforzo difficile che hai fatto per rivelarmi il tuo segreto». Jenny non disse nulla. Non ce ne fu bisogno. Si sedette accanto a Cindy e l’abbracciò riconoscente; Cindy rimase ferma nell’immediato ma poi la cinse a sua volta e ricambiò l’abbraccio. Non era ancora pace tra loro, ma fu un piccolo armistizio.
«In quanti sanno di questa storia, oltre me?» le chiese Cindy parlandole tra i capelli, il mento appoggiato alla spalla di Jenny.
«Lo sai tu, lo sa mio padre, la signora Roger e l’avvocato della signora Roger.»
«La vecchia è ancora viva?»
«Ha ottantotto anni adesso ed è più sveglia di noi due messe insieme.»
«Meglio così. Ne hai beccata una tosta. Magari è per questo che quel giorno non l’hai ammazzata.»
«Già». Jenny fu percorsa da un brivido. Altro che bacinella, con quelli avrebbe generato un terremoto a scala ridotta.
«Vive ancora accanto ai tuoi?»
«Sì, non ha mai voluto andarsene, quella casa era di suo nonno e se la trasmettono da generazioni ma non l’ho mai più vista uscire fuori in giardino da sola, dopo quel giorno delle botola in quelle rare volte che l’ho rivista negli anni successivi, si è sempre tenuta bene alla larga da me. Non mi ha mai più rivolto la parola. Come biasimarla.»
«Immagino che però tuo padre sia riuscito a risolvere tutto» proseguì Cindy. Si sfilò con delicatezza dall’abbraccio e si accese una Camel.
«Dopo la mia aggressione, la signora Roger dovette essere ricoverata per un paio di giorni. Come hai detto tu è vecchia ma coriacea. I danni furono di lieve entità, per fortuna, qualche escoriazione sul collo e le unghie delle mani spezzate. Mio padre convinse l’avvocato della Roger a non sporgere denuncia ma la vecchia insistette parecchio. Cazzo, me lo sarei meritata fino in fondo. Mio padre mi ha salvato le chiappe e non ho idea di quanto abbia dovuto esporsi e con chi. La notizia non è nemmeno trapelata nel giornale locale.»
«Ma nessuno ha visto niente, quel giorno? Possibile?»
«Era una giornata fredda e piovosa, un giorno lavorativo, chi non era in casa, tappato a guardare la TV o a farsi gli affaracci suoi era al lavoro. Mi è andata di lusso.»
«Cazzo, lo puoi dire». Cindy finì la sigaretta nei minuti che seguirono e non dissero più nulla. La sera era calda e in giro non c’era anima viva.
«Ti voglio bene, Cindy». L’amica si voltò a guardarla mentre gettava il mozzicone. La luce che si accese nei suoi occhi fu indecifrabile per Jenny.
«Te ne voglio anch’io, gran testa di cazzo. A questo giro hai rischiato grosso, con me.»
«Lo so.»
«Raccontami il resto, adesso».
Le due amiche entrarono in casa e nelle due ore che seguirono, Jenny si tolse ancora qualche pietra dal letto del fiume in secca dentro di lei; alla fine, il cuore le batteva veloce e leggero come non succedeva da anni.
30 anni [1]

«Muoviti, pelandrona! Ci stiamo mettendo un macello di tempo!»
«Non mi faccio togliere la patente perché vuoi saltare addosso a Billy prima delle altre, Cindy! Sta buona, per la miseria. Cinque minuti e ci siamo!».
Jenny e Cindy, tirate a lucido quasi come due star per la cerimonia degli Oscar, arrivarono alla festa con la Giulietta nuova di pacca di Jenny e uscirono dall’auto in uno svolazzo di abiti luccicanti. Cindy indossava un vestito da sera blu, lungo fino alle caviglie, con un sobrio décolleté; i brillantini che tempestavano l’abito catturarono la luce dei lampioni frangendola in centinaia di scintille argentee. Jenny era fasciata da un abito molto simile, nero, a tubo, con uno spacco laterale che lasciava poco all’immaginazione. Era uno di quei vestiti che avvolgeva le curve nei punti giusti e nell’insieme, potevano pensare di creare una nutrita fila di maschietti sbavanti, quella sera. All’apice della loro bellezza, trasudavano fascino da ogni poro ma i volti sorridenti tradivano ancora una certa fanciullezza che le fece apparire più giovani di quanto fossero e questo le fece sentire ancora più belle. La festa fu scandalosamente perfetta: ballarono con più uomini e si scambiarono occhiate d’intesa per tutta la sera, ammiccando soddisfatte. La nutrita fila di maschietti sbavò come da copione e ad un’ora dignitosa per due signorine rispettose si ritirarono quando l’atmosfera stava per farsi troppo bollente. Il giorno dopo, la metà di quei bellimbusti le avrebbe cercate sul cellulare e loro avrebbero solo avuto l’imbarazzo della scelta per prolungare ancora un po’ la festa a casa. Separatamente, ovvio. La vita era bella, erano giovani e le regole delle brave signore potevano aspettare ancora qualche anno. Nel duemila, la famiglia non era più l’obiettivo principale, il sesso era salito parecchio nella graduatoria delle cose fondamentali.
Il viaggio di ritorno fu costellato dai civettuoli commenti di rito sui fusti della serata e Jenny lasciò Cindy sotto casa sua poco dopo le tre di notte. Aspettò che l’amica infilasse le chiavi nella toppa dopo aver salito, un po’ traballante, i gradini dell’ingresso con le spalline del vestito abbassate. Quando Cindy entrò in casa, Jenny rispose al cenno di saluto accompagnato dalla bella risata musicale dell’amica e ripartì a razzo, era soddisfatta ma mortalmente stanca. Dopo una decina di minuti rincasò a sua volta, si tolse l’abito da sera che aveva comprato con Cindy l’estate prima e si tuffò nel letto. Si addormentò prima che il materasso smettesse di ondeggiare e non fece sogni. La vita era bella, finalmente.

Riaprì gli occhi verso mezzogiorno, aveva lo stomaco sottosopra ma non aveva quasi toccato alcol la sera prima, sapendo che avrebbe dovuto guidare al ritorno. La nausea le sembrò la tipica del dopo sbronza ma la motivazione del subbuglio in pancia doveva essere un’altra. Ebbe una strana sensazione… una sorta di presentimento. Si trascinò fuori dalla camera da letto, si aggiustò la vestaglia sul davanti e sbadigliando uscì fuori per prendere il giornale dalla cassetta delle lettere; stava rientrando in casa con l’idea di prendersi un antiacido e tirare giù dal letto Cindy chiamandola sul cellulare quando colse una conversazione avviata tra due sue vicine che stavano parlottando a portata d’orecchio.

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