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IL CACCIATORE
Scritto da Hermes
Categoria: Narrativa - Altro
Scritto il 13/05/2018, Pubblicato il 13/05/2018 19.34.36, Ultima modifica il 13/05/2018 19.34.36
Codice testo: 1352018193436 | Letto 153 volte

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L'uomo aprì lentamente le persiane della sua camera; aveva piovuto nella notte, ma ora restavano solo pozze d'acqua immobili; le gocce che gli scivolavano sulle mani erano quelle che cadevano dal balcone soprastante; la strada che si profilava giù da basso, illuminata dalla luce dei lampioni, rifletteva l'immagine distorta di una città liquefatta, dai colori lividi e indefiniti. Per strada non c'era ancora nessuno. Bene – si disse; finì di bere il caffè, indossò il giaccone e scese in cortile. Aveva già preparato tutto, fucile e cartucciera; stivali e giberna; licenza di caccia, tutto in regola per non avere storie; tutto sistemato già dalla sera precedente e riposto nel baule della macchina.
Aprì il garage ed uscì per un attimo a guardare la strada; sapeva che alle ore 5 di una domenica d'ottobre la città ancora dormiva. Bene, non erano certo i vicoli diserti che lo spaventavano o le sagome nere delle case. Amava camminare dove non c'era gente. Buttò i rifiuti; il camion era già passato. Mise in moto la macchina e partì per la montagna; avrebbe passato un'intera giornata nella foresta a cacciare il daino. Le strade erano semi deserte; le insegne pubblicitarie recitavano i loro monologhi in teatri d'asfalto senza spettatori. “Meglio”, si disse, “meglio così”. Dopo un quarto d'ora giunse alla taverna dei Tre Girasoli; sapeva che l'avrebbe trovata già aperta; nel piazzale c'erano due macchine. Dovevano essere boscaioli oppure mercanti; comunque gente abituata a farsi gli affari suoi; detestava i curiosi; quelli che attaccano bottone e mentre bevi il caffè ti raccontano quanti peli hanno nel culo e poi vogliono sapere di te. Scese dalla macchina; nel bar c'erano solo tre persone. Prima di entrare li osservò attentamente; nessuno aveva più di cinquant'anni; non aveva nulla da temere. Un tipo col cappello da imbianchino si accaniva ad un video poker: “imbecille” pensò. Entrò ed ordinò un caffè .
“ semplice o corretto ?” chiese il barista
“ semplice; ecco; pago subito”
Il pavimento del locale era cosparso di cartacce e di schizzi d'unto; nessuno aveva pulito la sera precedente. Bevve il suo caffè e pagò; non guardò mai nessuno in faccia; tenne il viso basso; una precauzione che aveva assimilato nel tempo. Non si sa mai. Tornò a salire in auto e ripartì verso la montagna. Era ancora buio. I fari della sua auto foravano il sottobosco. Civette e cani randagi attraversavano la strada che lentamente si inerpicava sulla montagna, stretta e sconnessa. Non c'erano rumori là fuori. Poi gli parve di notare a lato un'ombra umana; era lì per lui? l'aveva forse fissato... Frenò, si guardò indietro; scese dall'auto impugnando il fucile. Nulla; una lieve brezza agitava pigramente le fronde dei castagni che abbandonavano alla terra una lenta pioggia di grige foglie morte, già marce. Una sua impressione forse: lì non c'era nessuno. Risalì e dopo una mezzora arrivò alla radura. Si mise gli stivali verdi, la giberna, il giubbone, la cartucciera; il fucile era carico, lo alzò puntandolo verso una grande quercia. Vide il suo fiato imbiancarsi e sciogliersi nell'aria. La notte rapidamente impallidiva; ora distingueva i sentieri, i rami schiantati, il profilo dei monti. Emise un lungo respiro e poi camminando iniziò la sua battuta di caccia. Camminava lentamente imparando a riconoscere i rumori che egli stesso faceva. Quando il bosco è deserto, la foglia secca che si stacca dall'albero e cade sembra un sasso; ma quella mattina il terreno era fradicio; si udiva solo il gorgogliare dei rivi d'acqua che scendevano dalla montagna e lo stillare delle ultime gocce che scivolavano dalle foglie moribonde. Il sentiero terminò in un prato scoperto. Si girò più volte. Nessuno. Poi lentamente diresse il suo sguardo dove riprendeva il bosco; e proprio là in fondo, vicino ad una catasta di legna, vide un capriolo che stava brucando. Mantenne i suoi occhi immobili, fissi sulla preda; come un automa alzò il fucile e lo appoggiò alla spalla. Chiuse un occhio e poi quando fu sicuro sparò. Sentì lo sparo lacerargli l'orecchio; un battito di ciglia; poi vide l'animale disteso a terra che si dibatteva. Si guardò nuovamente attorno, furtivamente, come temesse una presenza improvvisa; poi quando fu sicuro iniziò ad avanzare a passi cadenzati; l'animale era disteso e sanguinava, ma non era ancora morto; la ferita era notevole, ma probabilmente non aveva colpito un organo vitale. Osservò il corpo del capriolo scosso da tremiti e quegli occhi fissi volti al nulla, che non sembravano rivelare alcuna sofferenza. Lui evitò di guardarli; anche senza il coltello sarebbe morto dissanguato, di lì a poco lo avrebbe finito. Non c'era fretta; l'animale non poteva fuggire; posò il fucile e poi prese un panino dalla giberna. Gli alberi nascondevano il cielo; tutt'intorno era assoluto silenzio; così a lui piaceva; lui e la sua preda; nessun gemito; solo il rumore della sua bocca che triturava vorace pane e formaggio. Poi si passò le mani sulle labbra e sul giubbotto, per pulirsele e fece per cercare il coltello nella parte interna; in quel momento avvertì uno spezzarsi di rami; non fece in tempo a voltarsi; sentì un colpo fortissimo netto dietro la nuca; cadde per terra, riverso a bocconi; ma non svenne. Cercò di capire chi fosse stato; tentò di girare la testa ma non vi riuscì.
“ Così alla fine mi hanno trovato; anni e anni che mi stanno alle costole” pensò in uno stato di semi incoscienza. “ Ora mi uccideranno, i maledetti!”. Ma all'improvviso avvertì una mano che frugava all'interno del suo giubbotto; si muoveva frenetica fino a che agguantò il suo portafogli. Allora l'uomo pensò “ un ladro; solo un misero fottuto ladro” Ne avrebbe riso. La realtà, meno triste di quanto avesse temuto, gli ridiede coraggio e forza; la sua mano sinistra scese lungo i pantaloni; agguantò un coltello infilato nello stivale che usava solitamente per scuoiare la selvaggina. Girò leggermente la testa all'indietro; dell'assalitore vide gli stivali neri ed i pantaloni; allora, nonostante fosse oramai un vecchio, con un feroce grido e con quanta forza gli restava levò il busto ed assestò un fendente alla coscia sinistra del ladro; questi lanciò un grido bestiale; doveva avere un fisico forte e robusto; vide le sue mani stringere il manico del pugnale ed estrarlo dalla coscia rantolando; il pugnale uscì, rosso, accompagnato da uno zampillo di sangue. Ma anziché buttarlo, l'uomo si chinò sul cacciatore e calò su di lui un fendente terribile, che penetrò a fondo spaccandogli le costole, giù fino al polmone, bucandolo. Il cacciatore si sentì soffocare; con un grido gutturale ricadde disteso, volgendo d'istinto il volto verso la quercia. Dalla bocca uscì un fiotto di sangue vivo. Aveva gli occhi sbarrati e tremava mentre avvertiva che le forze velocemente lo abbandonavano. Davanti a lui, all'altezza dei suoi occhi, a pochi centimetri di distanza c'era il capriolo, le sue labbra ora sfioravano il muso dell'animale, tanto che ne avvertiva il lento respiro e l'odore pungente. Tremava come stava tremando lui; poi il suo sguardo, senza che lui lo volesse, senza che avesse la forza di girare il capo, il suo sguardo si posò su quello dell'animale.
E allora inevitabilmente li rivide all'improvviso, tutti quegli occhi, quei volti di bambini, ammassati prima sui carri e poi buttati in terreni cinti da reticolato, strappati alle madri. Li rivide uno ad uno, mentre ordinava loro dove andare; mentre scendevano dai vagoni in fila verso le camere a gas, inconsapevoli, senza protestare, tenendo tra le mani le loro bambole di pezza e i loro orsacchiotti. Rivide in un solo sguardo tutti quegli occhi; ombre di un passato lontanissimo, che non aveva mai dimenticato e che lo aveva perseguitato e costretto a vivere per decenni nella paura d'essere scoperto. L'animale lentamente moriva, ma i suoi occhi, che pure guardavano il cacciatore, sembravano incapaci d'odiare; forse quegli occhi rassegnati piangevano, nel silenzio dell'agonia, tutti i delitti e le crudeltà della storia. L'uomo non capiva; vedeva l'ispessirsi rapido dell'ombra velare il suo ultimo giorno; prima di crepare fece appena in tempo a notare il suo sangue ariano scivolare da sé , spandersi nell'erba, tra il fango e le foglie fradice e mischiarsi a quello dell'animale, che strano a dirsi era dello stesso colore.

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