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Vincenzo Pacchiana: Brigante e ribelle.
Scritto da Nulla
Categoria: Epistolare
Scritto il 14/09/2016, Pubblicato il 14/09/2016, Ultima modifica il 16/09/2016
Codice testo: 1492016141914 | Letto 2592 volte

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Nota dell'autore Nulla:
Vera storia del re della strada, re della montagna, gran re della Val Brembana.

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VERA STORIA DI VINCENZO PACCHIANA

Re della strada, re della montagna, oppure: “il padrone della Val Brembana”, in questo modo i contemporanei chiamavano Vincenzo Paci Pacchiana (Pacì Paciana in dialetto) brigante, patriota, ribelle.
Su di lui si trovano in internet dei resoconti incompleti, falsati dal pregiudizio di alcuni storici.
QUESTA E' LA VERA STORIA..

Figlio di Giovanni Battista, nasce in una fredda giornata il 18 dicembre 1773 in contrada Boneré a Grumello de Zanchi. Ancora assai giovane perde il padre e probabilmente anche la madre. Dopo aver lavorato come taglialegna, eredita un’ osteria posta in un punto di passaggio oltre il ponte sul Brembo. Un giorno due viandanti, dicendogli di aver bisogno di ripartire molto presto la mattina, lo inducono a dargli il prezioso orologio d'oro che gli aveva lasciato suo padre.
Il mattino successivo, accortosi che i due se ne sono andati portandosi via il suo orologio, li insegue, e a suon di botte si fa restituire il maltolto. Ma i due lo denunciano, accusandolo di averli derubati e malmenati.
Davanti al pretore, che mostrava di credere ai due impostori, dà in escandescenze, mette a soqquadro il tribunale, malmena nuovamente i due e forse persino il magistrato, quindi se ne torna a casa.
La mattina dopo una pattuglia di otto sbirri bussa alla sua porta. Vincenzo, brandendo la spranga che usava per sbarrare la porta, li costringe a battere in ritirata e si dà alla macchia. Sopravvive in qualche modo, facendo il piccolo contrabbando e forse ancora il taglialegna. Commette però un’ ingenuità: volendo procurarsi un’ arma, va a Bergamo a chiedere la licenza usando il nome di un suo amico. Riconosciuto viene arrestato e condannato a cinque anni per violenza, e "furto" dell'orologio che era suo.
Il 13 marzo 1797 a Bergamo scoppia la rivoluzione, viene proclamata la Repubblica Orobica e tutti i detenuti vengono liberati.
Ritorna al suo paese, ma ormai è segnato, ogni volta che succede qualcosa lo convocano. Decide di ritornare alla latitanza; per procacciarsi le risorse, rapina un certo Astori, un prete che riteneva avido. Una volta alla macchia, comincia a conquistare la fama del bandito che toglieva ai ricchi per dare ai poveri.
Nel frattempo però la situazione diviene drammatica, i francesi hanno sestuplicato le tasse, proibito ogni segno esteriore di devozione religiosa, Come le processioni e i funerali religiosi. Vengono requisiti gli ori e gli argenti delle chiese, i terreni dei monasteri che alimentavano innumerevoli mense dei poveri sono espropriati e venduti all'asta, le loro antichissime biblioteche depredate. I borghesi che acquistano le terre ecclesiastiche aumentano a dismisura gli affitti.
I contadini bergamaschi, innalzando i vessilli della Serenissima, si erano ribellati assaltando Bergamo, ma erano stati falciati dal fuoco della fucileria e dei cannoni.
Nella zona del Lario però, nel luglio 1798 si forma l'Armata Cattolica, uno strano miscuglio che vede assieme i briganti della montagna di Rezzonico, comandati dal famoso brigante Giacomo Carciocchi, detto Carcino, e ribelli cattolici capitanati da Agostino Capelli e Giuseppe Biacchi. Pacchiana diviene il braccio destro di Carcino. Per questo viene condannato a morte in contumacia.
La guerra sulle montagne lariane dura quasi un anno. Poi, fra il 30 aprile e il 6 maggio 1799, fra Musso e Dongo, nella stessa località dove 146 anni dopo Mussolini combatterà la sua ultima battaglia, si svolge il combattimento decisivo. Un distaccamento francese di 5.000 uomini guidati dal generale Lecombè, proveniente dal Tirolo, che si voleva ricongiungere col grosso dell'armata francese in ritirata dopo la battaglia di Cassano, stava discendendo la sponda del lago di Como. L'Armata Cattolica, composta da circa 3.000 uomini, sbarra loro il passo fra Dongo e Musso. Dopo sette giorni di inutili tentativi, i francesi devono ritirarsi. La Lombardia viene occupata da Austriaci e Russi. Ma, contrariamente a quanto promesso, non c'è l'amnistia per i briganti che avevano combattuto nell'Armata Cattolica.
Vincenzo, comunque, si separa da Carcino, probabilmente anche a causa del fatto che non poteva approvare i delitti di cui costui si era macchiato, fra cui la brutale uccisione di un ex frate, Giuseppe Canevali.
Ritornato nelle sue valli, Vincenzo trova l'appoggio dei contadini del luogo, che affascinati dalla sua fama di invincibile giustiziere, non gli fanno mai mancare un giaciglio e una fetta di polenta.
In una casa di Ambra viene assediato. Ma, fulminato il capo dei gendarmi con una fucilata, induce gli altri a fuggire; un'altra volta si salva gettandosi nel Brembo da una finestra, un'altra ancora, rifugiatosi al piano superiore di una casa fa precipitare tutti gli sbirri dalla scala afferrando le caviglie del primo e facendolo cadere sugli altri, impadronendosi poi delle loro armi. In un’altra occasione, un gruppo di gendarmi guidati da Lanzi, un ex brigante suo amico che si era fatto gendarme, si erano riparati dietro un muro; a un certo punto Lanzi alza la testa per controllare e viene fulminato da una fucilata, gli altri attendono che Vincenzo si allontani, poi fuggono.
Ormai la gente nel nominarlo, al suo nome aggiunge: il padrone della Val Brembana (Pacì Paciana, al padrù de la Val Brembana). I contadini quando hanno questioni fra loro, anziché rivolgersi a magistrati e avvocati si rivolgono a lui, e del suo giudizio fanno legge.
Ad incrementare il suo mito contribuisce il suo temperamento guascone e generoso; mette in fuga un brigante che intendeva rapinare i pochi soldi a uno squattrinato studente di pittura, un'altra volta costringe due disertori a restituire a un povero contadino il prezzo di una mucca che gli avevano rubato, spesso scorta dei viandanti per proteggerli dai briganti, talvolta con i forestieri fa credere loro che li sta proteggendo dal terribile brigante Pacì Paciana. Un giorno, giunto al santuario di Perello, trova il custode che suona a martello la campana, gli chiede il perché e quello gli risponde: "Sto avvisando la popolazione che è stato visto Vincenzo Pacchiana.” Allora lui si offre di suonare al suo posto in cambio che l’altro gli cucini della polenta.
Ma, soprattutto, a creare il mito è la sua generosità. Con i poveri e le vedove, la sua carità è sempre in monete d'oro.
Naturalmente non vive di aria, la maggior parte del materiale processuale è andata perduta, ma ci sono ancora gli atti di varie denunce contro di lui. La Famiglia Mazzoleni lo denuncia per l'estorsione di 600 lire, i Gritti lo denunciano per l'estorsione di 700 svanziche (lira austriaca pari a 0,86 lire italiane). Talvolta accade che qualcuno usi il suo nome per estorcere denaro, come ad esempio un certo Francesco Cattaneo che viene arrestato per tentata estorsione a un benestante.
Molte volte, le sue estorsioni hanno scopo di giustizia. Ad esempio, saputo che l'esattore delle tasse Bortolo Bonetti aveva fatto sequestrare i mobili di una povera vedova, risarcisce di tasca sua la donna con quattro ducati, ma quando trova il Bonetti, lo costringe a dargliene cento, per fargli imparare la lezione. Ma questi non l’apprende, e tempo dopo licenzia un suo colono perché divenuto anziano, ben sapendo che lo avrebbe gettato sul lastrico. Questi cerca di far valere le sue ragioni in tribunale. Saputo del fatto, Vincenzo irrompe armato nell'aula, ma la sentenza è già stata emessa. Allora intima al pretore di lasciare entro tre giorni la sede (cosa che costui farà) e ordina a Bonetti di portargli in località prestabilita cento ducati (cc900 lire), quindi esce dal tribunale e si nasconde nel pollaio del comandante della gendarmeria, mentre le guardie lo cercano per tutto il paese e dintorni. Poi di tasca sua dà cento ducati al povero colono.
Però il Bonetti si guarda bene dall'andare all'appuntamento. Qualche giorno dopo però, viene rapito da due contadini amici di Pacchiana, e per ottenere la propria liberazione è costretto a sborsare 5.000 lire. Sfortunatamente per il brigante bergamasco, Bonetti era un antenato dello storico Bortolo Bellotti, che si vendicò facendo passare Pacchiana per un poco di buono, dando credito solo ai resoconti scritti dai magistrati.
Il susseguirsi di imprese aveva indotto le autorità a una caccia serrata, tanto che nel 1803 Vincenzo Pacchiana decide di cambiare aria, e risalita la Val Serina, discende la Valle del Riso e si porta in territorio bresciano, si ferma qualche tempo a Bagolino, poi raggiunge Venezia, allora in territorio austriaco. Rimane due anni a casa di un suo fratello, vivendo onestamente. Saputo però che intendevano arrestarlo per estradarlo, lascia la città. Fermato a Verona, corrompe le guardie, dopodiché torna nella sua valle. Forse si rende conto che gli resta poco da vivere e si fa ancora più spavaldo. Due sbirri, che senza far caso a un uomo malvestito che mangiava in fondo all'osteria, si vantano dicendo che se lo avessero incontrato loro, non lo avrebbero di certo lasciato scappare; li fa uscire passando sotto la sua gamba appoggiata allo stipite della porta. Un'altra volta ne incontra quattro: due fuggono e gli altri due le prendono di santa ragione. A un suo amico che aveva la moglie incinta, aveva promesso di tenergli a battesimo il bambino, purché lo chiamasse Vincenzo se era maschio. La cosa però si viene a sapere, e il giorno del battesimo ci sono in paese più gendarmi travestiti che paesani. A un certo punto si intravede un brigante armato che risale la strada, giunto non troppo lontano dal paese, si ferma, come insospettito, e dopo alcuni minuti fa dietrofront. A quel punto tutti i gendarmi si gettano al suo inseguimento, senza però raggiungerlo, ma sono soddisfatti lo stesso.
Nessuno aveva fatto caso alla donna che aveva fatto da madrina. Solo il giorno dopo, leggendo la firma: Vincenzo Pacchiana, si avvedono dell'inganno. Mentre Vincenzo travestito partecipava alla cerimonia, il suo fidatissimo amico Nicola si era tirato dietro i gendarmi.
Gli tendono un altro agguato ad Ambria. Colpito al petto rimane illeso grazie a un corpetto d'acciaio che teneva sotto il giaccone. Ed è proprio questo corpetto che gli permetterà di mettere in atto la sua più famosa impresa: entrato nel paese di Sedrina, augura buona giornata a una donna che incontra, ma questa gli risponde che non poteva essere una buona giornata perché non aveva niente da mettere in tavola per se stessa e i figli. Allora Vincenzo le dà un Marenghino d'oro. Strabiliata, la donna racconta l'accaduto a tutte le persone che incontra; diversi poveri corrono da lui, e a tutti lui dà una generosa elemosina. Ma il sacerdote, saputa la cosa durante la predica, dice che trattandosi di soldi rubati non andavano accettati neppure per elemosina. Sdegnato, Vincenzo gli fa visita svuotandogli la cassa. Mentre si allontana, però, il prete si mette a strillare, allertando un gruppo di guardie che si mettono ad inseguirlo. Vincenzo fugge, ma giunto a metà del ponte in legno sul Brembo, si trova davanti una pattuglia guidata da un certo Schiappati, giunto apposta da Bergamo per catturarlo. Questi, rivolgendosi al brigante intrappolato sul ponte sopra un profondo dirupo in fondo al quale scorrevano le basse acque del fiume, gli dice: “Talvolta si prendono anche le vecchie volpi.” Lui risponde: “Sì, qualche volta si prendono le vecchie volpi, ma non avevano il mio pelo.” Ciò detto spara e salta oltre la spalletta del ponte. Nei giorni successivi si cerca il cadavere, ma si smette quando giunge la notizia di una sua nuova impresa. Sicuramente era stato il corpetto a permettergli di non subire danni cadendo di schiena rannicchiato in acqua.
Ormai, però, la caccia è spietata; il 27 maggio viene raggiunto dai gendarmi, il giorno dopo ancora, il bilancio è di due gendarmi morti e quattro feriti, lui illeso. Decide comunque di lasciare la valle, oltrepassa il Passo di San Marco, è di nuovo raggiunto, viene ferito, ma riesce a fuggire. I suoi amici lo portano dal dottor Carlo Cotta, di Morbegno, che lo cura gratuitamente. Vincenzo per gratitudine gli dà quel prezioso orologio d'oro che era appartenuto al padre, che aveva dato inizio alle sue vicissitudini (e che ancora adesso è conservato dagli eredi del medico).
Ricomincia la sua vita raminga, però non rinuncia alla sua lotta per la giustizia, con i suoi amici progetta di riunire cento, fra renitenti e disertori per combattere chi angaria il popolo, ma nella notte fra il 5 e il 6 agosto, mentre dorme in un cimitero, viene morso da una vipera, allora pensa di rivolgersi al vecchio amico Carcino Carciofoli (Giacomo Carciocchi). Con le poche forze che gli rimangono raggiunge la sua casa, questi finge di andare a chiamare un medico, ma allettato dalla taglia, poco dopo rientra e uccide Vincenzo Pacchiana mentre sta dormendo a letto, sparandogli una fucilata.
In questo drammatico modo si concluse l'umana vicenda di Vincenzo Pacchiana, re delle strada, re della montagna, gran re della Val Brembana.
Entrò però nella leggenda. Ancora adesso nelle sue valli, sentendo di qualche ingiustizia, i vecchi sogliono dire: ci vorrebbe un Pacì Paciana.
Carciocchi, caduto il governo Cisalpino, fu condannato per il suo crimine; infine graziato, morì in tarda età.

Stefano Cattaneo

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