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Il vomito nella catacomba
Scritto da oxun
Categoria: Narrativa - Altro
Scritto il 14/09/2018, Pubblicato il 14/09/2018 00.36.21, Ultima modifica il 14/09/2018 06.10.26
Codice testo: 149201803620 | Letto 283 volte

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La catacomba, scavata nel tufo morbido, era pronta. Chi aveva iniziato a credere alla resurrezione dei corpi, aveva scavato notte e giorno insieme ai propri schiavi, creando tante piccole “cumbe” che si inseguivano, una dietro l'altra, per più livelli. L'aria era greve di polvere, opaca, morta.
Lo schiavo Giunius fu l'ultimo a risalire, coperto di finissima polvere bianca e mezzo soffocato.
“Ridicolo – pensava – Ho rischiato di morire soffocato per costruire una casa per i morti. Questi cristiani sono pazzi, il fuoco è l'unica difesa da chi è morto.. E se qualcuno di loro riuscisse ad uscire da queste cumbe? Non sappiamo nulla della morte. Nei recinti degli schiavi si raccontano storie terribili sui morti. Anche Sabinus aveva avuto paura una sera!”
E Sabinus non era uno che aveva paura. Era alto quasi due metri, torace ampio, muscoli potenti come quelli di granito dei gladiatori. Non aveva paura nemmeno della morte, diceva, ma quella sera, quando il vecchio Zosimus raccontò del villaggio dei morti viventi, si chiuse le orecchie con le dita e serrò gli occhi come l'ultimo dei pavidi.
Il mattino dopo non scese a cuor leggero negli scavi per le catacombe. Aveva come un tremore intorno agli occhi, lo sguardo sfuggente e si guardava sempre alle spalle perché la morte fa paura anche ai coraggiosi.
Lavorò veloce, con frenesia. Voleva finire, voleva stare sotto il cielo. Non era morto, lui. Lui era vivo e voleva aria e vento anche se era schiavo. Anche la schiavitù è meglio della morte.
Qualcuno si accorse che aveva paura e decise di fargli uno scherzo. Lo mandarono avanti, lui era sempre avanti, ma quella volta lo spinsero con l'inganno in una cumba piccola e bassa, dove lui ci stava a mala pena. Gli chiesero di aprire un passaggio per passare poi allo scavo di un'altra cumba comunicante che doveva portare ad un'altra ancora, e mentre scavava veloce e potente come un maglio per venirne fuori prima possibile, vide come un'ombra che scivolava sulla parete ancora ruvida. Ebbe paura, ma cercò di farsi forza e non si accorse che era solo un gioco di luce creato dalla torcia che qualcuno agitava dietro di lui per spaventarlo. Cercò di resistere, ma cominciò ad avere la sensazione di una strana presenza. Dopo un poco la paura gli tolse il respiro. Si immobilizzò, stette ad aspettare, pensava che avrebbe visto la morte come nel racconto di Zosimus della sera prima. Gli si torse lo stomaco e il terrore lo fece vomitare. Coprì il vomito con la polvere e scappò via, passando rapido da una cumba all'altra, sino a che non fu fuori, sotto il sole.
I capelli gli erano diventati bianchi, il viso era livido e gli occhi sbarrati e non riusciva a smettere di tremare. Si sedette per terra cercando di calmare il respiro, ma gli restò per sempre, nel fiato, l'odore di quella paura e nessuno riuscì mai più a convincerlo a scendere sotto terra.
Sono passati quasi duemila anni da allora e molti morti hanno atteso la resurrezione in quelle catacombe perché la speranza degli uomini non muore con loro, ma è da allora che, nel punto dove Sabinus aveva coperto con la polvere il suo vomito, cresce un alberello di melograno.
Rachitico, stentato, fa un solo frutto e poi muore, ma dal frutto nasce un nuovo alberello ogni volta e ogni volta. E nessuno sa perché.

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