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L'ULTIMO ASSALTO
Scritto da Hermes
Categoria: Altro
Scritto il 15/01/2018, Pubblicato il 15/01/2018, Ultima modifica il 15/01/2018
Codice testo: 1512018193338 | Letto 89 volte

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Nota dell'autore Hermes:
Ispirato ad una pagina della Grande Guerra - Monte Podgora

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Teneva lo sguardo fisso davanti a sé, volto all'oscurità quasi assoluta, ma nella sua testa passavano, in quel momento i colori di altre immagini . Vedeva la grande piazza della sua città gremita di gente. Gli uomini indossavano gli abiti della festa; le donne si reggevano al loro braccio e con l'ombrellino si riparavano dal sole, che in quel momento inondava tiepidamente i tetti delle case. Un uomo parlava dal pulpito; le sue parole infiammavano la folla. Ricordava la voce dell'oratore interrotta più volte dagli applausi; i giovani lanciavano in alto i cappelli bianchi, saltando. E ridevano entusiasti, si abbracciavano, gridavano “evviva!” . Era il giorno dell'entrata in guerra. L'oratore parlava di coraggio indomito, di sete di giustizia, di valore, di sacrifici, di audacia e di morte eroica , fatica e sofferenza, di gloria e di facili vittorie. Ma ancora nell'aria, quel giorno, c'era solo il profumo dei caffè e il molle odore dei fiori che le ragazze reggevano tra le mani, ancora freschi, come estremo omaggio a chi si preparava a partire per il fronte.
La guerra, quella vera, era un'altra cosa...
Una voce lo scosse dai suoi ricordi.
< soldati controllate se il moschetto è ben oliato e carico e la baionetta ben innestata! all'alba si sferra l'attacco a quei crucchi maledetti!>
Lui e i suoi compagni erano allineati lungo il solco della trincea, che anche lui aveva scavato; si guardò le unghie, nere ancora di fango; ogni soldato teneva rivolto lo sguardo fermo e fisso avanti a sé, verso il muro buio innalzato dalla notte; ogni tanto tiravano su i piedi per liberarli dalla morsa del fango che invadeva la trincea. In tasca aveva tre sacche di acquavite; il maresciallo s'era raccomandato di berne almeno due prima dell'attacco; e l'ultima di tenerla per brindare dopo, con chi era ancora vivo e ricordando i caduti. Sapeva che oltre il filo spinato, al di là di quel muro d'ombra, marcivano decine di suoi compagni e nemici, per sorte abbracciati gli uni agli altri; all'ordine avrebbe dovuto balzare dal fossato e correre, calpestando sassi, braccia, teste; farsi scudo dei cadaveri, non fermarsi se un compagno ferito ti chiedeva aiuto, non guardarsi mai indietro, non abbandonare il moschetto, senza indietreggiare, mai, avanti... E poi sparare e colpire gli altri, i nemici, affondare la baionetta nell'addome, rapido, dove il corpo è più tenero, senza pensare a nulla. Sapeva che oltre la barriera del filo spinato l'avrebbe atteso il lungo respiro della mitragliatrice; ma aveva avuto ordine di non pensarci; la mitragliatrice esisteva solo se ne avesse avuta paura. Tra poco l'alba avrebbe lentamente rischiarato la vetta del Podgora e insieme alla montagna avrebbe visto il suo futuro. Il belare di un gregge, lontanissimo, troppo lontano, annunciava che i pastori avevano già iniziato la loro giornata.
Poi il sole spietatamente prese a dissolvere la notte; raggi violacei disvelarono una montagna innaturale, sfregiata dalle trincee , bugnata dalle bombe e più su, in alto contro il cielo opaco, la meta da raggiungere; tra poco non avrebbe più sentito l'odore degli escrementi, il putridume dei cadaveri insepolti, il marcio degli avanzi dei pasti disseminati in piccole buche, sul fondo della trincea; tra poco avrebbe respirato il vento di tramontana, il fumo dell'artiglieria e il dolore di chi ti cadeva accanto. Vide il cielo rischiararsi e le stelle impallidire una ad una; era bellissimo ; sarebbe stata una giornata serena e limpida; tra poco lui e i suoi compagni avrebbero spiccato un balzo verso quel cielo. Tra poco … L'ordine eruppe all'improvviso, come un colpo di mortaio.
< Soldati! All'attacco, per l'Italia, per il Re! In alto la Bandiera; coraggio facciamo vedere chi siamo ! ...>
In quel momento duecento ragazzi balzarono dal fossato e presero a correre lungo la pietraia verso la trincea nemica. Lui correva in mezzo a tutti gli altri, ma presto s'accorse, con sorpresa, di non udire più nulla,. Un urto improvviso; forse la spinta d'un compagno; si trovò a terra; si rialzò e prese nuovamente a correre, tra il fumo delle granate, avanti; correva e non sentiva ancora nulla, né la voce della mitragliatrice, nè il grido dei colpiti, neppure il fragore delle granate, nulla , come fosse stato sbalzato al di fuori della realtà. Poi il fumo prese a diradarsi; lui alzò lo sguardo senza smettere di correre.
Un prato si estendeva dinanzi a lui, verdissimo, liberato da tutte le trincee e dai morti; poco più avanti un declivio chiazzato di fiori gialli; i pastori erano tutti raccolti vicino ad una grotta; lui guardava sereno quell'incanto inaspettato, senza smettere di correre e senza abbandonare il moschetto. Guardò di lato e vide che insieme a lui, correvano altri soldati , i suoi compagni ed altri ancora, con la divisa nemica; tutti insieme verso la medesima meta . Poi una folla di immagini disordinate sopraggiunse a confonderlo: il treno che partiva, gli occhi della sua ragazza che ripeteva “scrivi”, i suoi compleanni e le feste, le braccia calde di sua madre, il papà che gli dava la mano mentre narrava nella sera una fiaba; la prima alba della sua vita...E allora si disse, fermati soldato.
Guardò il Cielo, quel cielo azzurro, che sempre sino ad allora era restato così assente e distante; e finalmente in quell'azzurro intenso, immenso, ora così vicino, gli sembrò di cogliere un infinito sorriso..

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