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Ascensore d'acciaio
Scritto da Padpgix
Categoria narrativa, genere
Scritto il 30/04/2017, pubblicato il 01/05/2017, ultima modifica il 01/05/2017
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Nota dell'autore: Non tutti gli ascensori portano dove ci spetteremmo...

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ASCENSORE D’ACCIAIO

L’ascensore

«Va bene, visto che ci tieni tanto, facciamo sta cosa.» Sospirando, Phil prosegue: «Cerca di non farmi aspettare troppo, per favore.»
«Ti raggiungo in un attimo, caro. Immagina che sia quello di casa.»
«Spero solo che questo trabiccolo sia sicuro e non si blocchi a metà salita.»
L’uomo osserva con aria scettica la struttura imponente di fronte a lui. Se alza la testa, da dove si trova, ai piedi di quel mastodonte, non riesce neppure a vederne la sommità. Preme il pulsante rosso sulla plancia alla sua destra ed entra nella cabina dopo l’apertura delle porte di acciaio. Almeno non cigola tutto, come la chiglia di una nave che sta per affondare.
Quando Phil si volta indietro per prepararsi alla salita, osserva con aria un pochino imbronciata la moglie, che lo sta guardando e aspetta fuori, a pochi passi da lui. Lo sguardo di lei è l’esatto opposto del suo: se la sta spassando alla grande. Sfoggia il suo solito, splendido sorriso, che le incornicia il viso piccolino.
«Phil, rilassati. È solo un ascensore. In caso di qualunque problema, basta che mi chiami con il cellulare. Prende?»
Phil osserva lo schermo del suo smartphone, le tacche del segnale sono al massimo.
«Prende. Mi vuoi spiegare che diavolo stiamo combinando, amore?» Il tono é leggermente meno irritato.
«Ci comportiamo solo come due ragazzini eccitati, omone. Dai, ora vai su e niente più storie!»
Phil preme l’unico pulsante visibile all’interno della cabina e, mentre le porte si chiudono, lancia un bacio in aria a Carla. L’ascensore emette un ronzio delicato e la cabina inizia la salita. Carla fa in tempo ad acchiappare il suo bacio, prima che le porte si chiudano e si illumina come una piccola stella, sorridendo compiaciuta. Non rivedrà più suo marito. Non tutto intero, almeno.

Il mulino

Paul e Tess stanno rientrando dalla loro scampagnata fuori porta. Camminano lentamente, mano nella mano. La giornata é calda, mancano ancora molte ore all’imbrunire ma è già stata splendida, per entrambi. Il paesaggio li ha stregati per tutto il tragitto di ascesa verso la cima del monte Argento. Il pranzo, degno di un pic-nic alla corte di re Abbondanza, ha soddisfatto le loro pance bramose di cibo e il vino, fresco e frizzante ha completato un pasto degno di entrare nella loro personale top ten. Dopo un brindisi a quella giornata ricca di pace e serenità, hanno fatto l’amore sotto i pini, nella frescura dell’ombra, mentre il sole, tutt’intorno, inondava i campi in fiore, negli abbaglianti colori della primavera. Adesso, sulla via del ritorno, non hanno bisogno di parlare, lo hanno già fatto i loro corpi, stesi tra gli steli alti di erba e l’odore della natura che li avvolgeva.
È Tess ad accorgersi per prima del mulino, in lontananza. Dopo le meraviglie della mezza giornata appena trascorsa, quel monolito di acciaio, stagliato all’orizzonte, le appare stonato come uno schizzo di fango su un diamante.
«Paul, ricordami di firmare la petizione per demolire quel coso, quando arriviamo a casa. Sono sicura che in rete avrà già totalizzato il 95% delle firme necessarie.»
Il marito, perso nei suoi pensieri, si ridesta e segue lo sguardo di Tess lungo le dolci curve delle colline.
«Ma che diavolo…?» Non dice altro e continua a camminare, osservando la strana costruzione. Paul è un uomo mite e di poche parole, Tess lo adora per questo. Raggiungono la costruzione in circa mezz’ora, senza dire una parola. Il mulino è molto alto, un edificio che sembra costruito in un blocco unico e massiccio di acciaio. Le quattro pale, immobili nell’aria frizzante del primo pomeriggio, giganteggiano dall’alto dei loro venti metri di altezza. Niente finestre, niente aperture, solo le porte della cabina di quello che appare come una sorta di ascensore futuristico, posto alla base della costruzione. Un piccolo pannello di comando, con un solo tasto rosso, trova posto accanto alle porte chiuse dell’ascensore.
«Beh, gioia mia, cosa vogliamo fare? Sarà anche bruttino, ma rimaniamo qui impalati a guardarlo tutto il pomeriggio, o vogliamo fare un giro?» Tess è già su di giri.
Paul si volta verso la moglie e la guarda come avesse appena proposto di uccidere il Papa.
«Tess, ti sei chiesta, almeno per un brevissimo istante, che cavolo è questa cosa? Che cavolo ci fa qui e, soprattutto, perché?» Paul ha parlato più di quanto farebbe normalmente, in casi simili, quindi Tess è pronta a credere che si senta a disagio. In effetti, pensa, è strano. Non le è venuto il minimo dubbio su che cosa potesse essere e a che cosa potesse servire quello strampalato mulino così bizzarro. Eretto, per altro, in mezzo a quelle verdeggianti montagne, del tutto solitario e fuori luogo. Ha solo pensato che fosse giusto e interessante provare a salire su quell’ascensore, dando per scontato, tra l’altro, che sia in funzione e per nulla pericoloso. Lo pensa ancora, nonostante la stranezza della cosa.
«Paul, cosa vuoi che ti dica? Sarà l’ennesima trovata commerciale dell’ennesima azienda di prodotti agricoli. Che so, la Cereals Global Associated che cerca di attirare l’attenzione con un nuovo tipo di stravagante pubblicità. Costosa, in questo caso, lo devo riconoscere.»
«Bene, oltre che costosa, direi che è anche inutile, nel nostro caso, perché adesso si prosegue. Dai, andiamo.» Paul si volta e torna sui suoi passi, i moschettoni delle corde per l’arrampicata usate nella mattinata, a sbatacchiare uno contro l’altro. Tess si mette le mani sui fianchi, resta ferma dov’é e fa l’espressione. Paul se ne accorge subito. Anche senza guardarla, sa perfettamente che la moglie lo sta squadrando, con aria indispettita e al contempo, buffonesca. È per quel tipo di espressioni tutte sue, che le fanno increspare gli angoli della bocca e riempire le guance in modo così unico che Paul è maledettamente innamorato di lei. E Paul sa, ora, che Tess si è ficcata in testa l’idea di visitare quel dannato mulino metallico, messo lì chissà da chi e chissà quando. A memoria, Paul non ricorda di averne mai visti, di simili, nelle vallate intorno a loro e di non averlo mai visto, prima di oggi, neppure nella stessa vallata che stanno esplorando. In ogni caso, sa che Tess non cambierà idea sulle sue intenzioni. Sta facendo l’espressione e lui cede sempre a quel suo modo di fare. Lei lo sa bene.
«Tesoro, sai quanto sono curiosa! Fammi provare sto… questo affare. Non costa nulla e ci metteremo meno di un attimo! Da qui non si vede ma sono certa che in cima ci sarà un belvedere, o qualcosa di simile, e ci garantiremo agli occhi una vista che ci regalerà il colpo finale per il KO di questa giornata da sballo!»
Tess si è già avvicinata alle porte dell’ascensore, intenta ad osservarlo da vicino con grande attenzione. Dio, non cambia proprio mai, pensa Paul, rassegnato. Si avvicina anche lui. Il cervello gli si è già messo in moto per cercare di capire come sbrigarsi, il più in fretta possibile, da quella situazione inattesa. Adora sopra ogni cosa sua moglie ma quei suoi colpi di testa così cocciuti lo hanno sempre indisposto e irritato. Torna con il pensiero a quella volta in garage, quando hanno ritinteggiato la parete opposta alla saracinesca, perché si stava scrostando a causa dell’umidità. Tess l’aveva convinto, a forza di testa dura ed espressioni varie, che anche se non c’era più l’etichetta, il barattolo da cinque chili di idropittura era certamente resistente all’acqua. Dopo quattro mesi di freddo pungente e inverno umido, la parete tinteggiata da Paul in fine estate, era tornata identica a prima, se non peggio. Erano stati tempo, tinta e lavoro sprecati. Tess, Tess, se non ti amassi così tanto!
Paul torna alla realtà e nota un cartello affisso alla parete metallica dell’ascensore, opposta a quella della plancia di comando, dove campeggia un solo bottone. Probabilmente quello per salire. Magari fosse quello per l’autodistruzione! Paul spera con tutto il cuore che, per lo meno, il bottone non funzioni. Che sia finito in corto circuito almeno un paio di anni prima.
«Dice che è consigliabile salire uno alla volta. L’ho notato subito.»
Nell’immediato, Paul non afferra le parole della moglie. Poi, mette a fuoco: l’avviso sul cartello.
«Immagino che tu sarai così responsabile da seguire alla lettera quel consiglio, vero, Tess?»
«Non ci penso proprio, amore! Un vecchio saggio diceva: “Vi do un consiglio: non accettate mai consigli”. Significa che l’ascensore sarà perfettamente in grado di portarci su insieme. Cosa che faremo tra circa 20 secondi.» Tess preme il bottone rosso della plancia e l’ascensore si mette a ronfare, silenzioso, mentre porta la cabina al piano chiamato. Sembra una pantera che fa le fusa.
«Era al piano superiore. Magari incontriamo qualcuno, amore! Visto? Non sembra poi così fuori dal mondo! Andiamo, zuccone.»

Ascesa

L’interno della cabina è pulito e assolutamente asettico. Le pareti di acciaio lucido riflettono le sagome di Paul e Tess mentre aspettano, pazienti, che la lenta salita dell’ascensore li porti in cima al mulino. Tess si è appoggiata contro la parete di fondo, a circa tre metri dalle porte di ingresso e sta memorizzando, con gli occhi sgranati, tutti i minimi dettagli che la circondano. Accarezza, quasi in trance, le pareti metalliche e osserva tutto come fosse la prima volta al mondo che mette piede in un ascensore. Paul la guarda con un sorrisetto divertito, pensando: sembra una bambina a cui abbiano concesso un viaggio interstellare a bordo di un’astronave ammiraglia. Tess potrà anche irritarlo con la sua testardaggine ma compensa il suo modo di essere sempre tanto pragmatico e schematico. Deve ammettere che lasciarsi trasportare dalle emozioni, alle volte, è davvero eccitante. Non sa spiegarsi perché, ma ora prova una strana sensazione di attesa. Ha notato, vagamente, che nella cabina, non ci sono pannelli che indichino la progressione dei piani durante il movimento dell’ascensore, né ci sono etichette adesive recanti la pubblicità della ditta installatrice o dei riferimenti da chiamare, in caso di emergenza. Mancano anche i corrimano lungo le pareti. A parte l’unico bottone grigio che hanno premuto per salire, non c’è altro. L’uomo sta ancora riflettendo su questi dettagli, quando l’ascensore, finalmente, si arresta, con delicatezza. Paul non ha posto particolare attenzione a quanto sia durato il loro piccolo viaggio in quel cubicolo argenteo ma non gli sembra molto. Le porte si aprono a svelare quel che nascondono e ad entrambi i coniugi Faber, manca il respiro.

Oltre la soglia dell’ascensore, non vi è affatto un polveroso magazzino da mulino, pieno di sacchi di farina e granaglie in genere (neppure le console di acciaio di macchinari sofisticati e stravaganti quanto il mulino stesso, se per questo) ma si apre un mondo che la mente di Paul e Tess, seppur aperta e moderna, fatica a comprendere e ad accettare.

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