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IN RICORDO DI MARK COVELL
Scritto da paolo s.
Categoria: Epistolare
Scritto il 15/03/2018, Pubblicato il 15/03/2018 11.38.23, Ultima modifica il 15/03/2018 11.38.23
Codice testo: 1532018113823 | Letto 187 volte

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Entrando in silenzio nella Diaz, si guarda intorno, sospira e pronuncia a voce bassa: “Sento le stesse cose di quella notte, come se stesse succedendo tutto adesso”. Intorno a lui un andirivieni continuo di studenti: “E' incredibile pensare come questo posto possa essere così tranquillo adesso”.
Mancava poco alle 23 di quel tragico 21 luglio 2001 quando lo vidi per la prima volta. Era un ammasso di cenci che tentava faticosamente di rialzarsi dal suolo di quel cortile dopo che una squadra di poliziotti, irriconoscibili nella tenuta antisommossa, aveva scaricato tonnellate d'odio, feroce e inaudito, sul suo esile corpo.
Cronisti, troupe televisive locali, curiosi e abitanti della zona, tutti ammassati attorno a quel cortile, assistevamo impietriti a qualcosa di cui ci sfuggiva il senso. Chi era quel povero cristo? Erano riusciti ad individuare un losco black block? Ma questo non spiegava quell'enorme profusione di violenza ai danni di una persona indifesa. Perché gli alti funzionari presenti in quel cortile ignoravano quanto stava succedendo? Perché il vicecomandante del reparto mobile, lo stesso che in seguito descrisse come “macelleria messicana” le nefandezze che i suoi uomini commisero impunemente all'interno di quella scuola, non mosse un dito per fermarli?
Le urla, i pianti, la disperazione che filtravano all'esterno erano i sintomi di una tragedia della quale da lì a poco, nella sconvolgente sfilata in barella di corpi orrendamente maciullati verso le ambulanze, ne avremmo avuto ricordi incancellabili.
Nel cortile, in un silenzio irreale, tutto era sospeso con la certezza che qualcosa di molto più tragico sarebbe accaduto. Una seconda squadra di poliziotti si mosse all'unisono verso quel povero corpo che sorretto dalla pietà degli astanti tentava faticosamente di rialzarsi. Fu un'orrenda gragnola di manganellate, calci con gli anfibi sul dorso, sul capo, sul ventre. Neanche un centimetro di quelle povere membra venne risparmiato da una furia barbara e crudele.
“Basta!!”, “Fermatevi!!”, “Assassini!!” Queste furono le grida dei presenti che inutilmente tentavano di porre fine a quello scempio.
Tutto lo sgomento dei nostri sguardi rivolto verso quel mucchio di stracci testimoniava la realtà di qualcosa che le nostre menti rifiutavano di accettare. Non è possibile! Sono scene da film! Nella vita reale non succedono fatti del genere!
Un poliziotto si incaricò di porre il tutto nella giusta dimensione. Si staccò dalla terza squadra, con un urlo disumano si avventò su quella macchia inanimata assestandole un calcio di violenza inaudita per dare conferma che un mondo migliore non era possibile. Altri seguirono il suo esempio in una dolorosa processione nella quale tutti vollero dare il loro contributo.
Ricoverato in coma profondo al S.Martino, i medici lottarono 14 ore per impedire che la sua mente e il suo corpo precipitassero in un gorgo inarrestabile. La mano sinistra fratturata in più punti, 8 costole rotte che hanno perforato il polmone, i calci al volto hanno causato la frattura della mascella e la perdita di 16 denti
Mark Covell era un giovane giornalista inglese freelance, capitato a Genova per documentare gli avvenimenti del G8 e cercare di rivenderli a qualche editore. Quando vide arrivare il reparto mobile di poliziotti in tenuta antisommossa, si precipitò all'interno della scuola per prendere il Pc e scrivere di quanto stava per accadere. Non ne ebbe il tempo, afferrato per i capelli e scaraventato nel pavimento del cortile, subì ciò che la mente umana credeva non fosse possibile.
Negli anni seguenti lo incontrai qualche volta nelle aule del Tribunale di Genova quando erano in dibattimento gli episodi della scuola Diaz. Mi sembrò irrimediabilmente colpito nel fisico e nell'anima e in cuor mio augurai che il futuro si rivelasse benevolo con chi l'inferno in terra l'aveva già vissuto.
Sempre esile, sul viso un'espressione di serenità e di consapevolezza, conscio di contribuire autorevolmente con la sua preziosa testimonianza agli incontri che Amnesty International organizza sul tema. “Forze di polizia e diritti umani in Italia”.
Non fa più il giornalista, vive a Londra con la fidanzata Laura conosciuta a Genova e lavora in un negozio. Ad una studentessa che gli chiede quale sarebbe la sua reazione se uno degli agenti picchiatori andasse a scusarsi, risponde: “Gli chiederei di fare i nomi degli altri, per il mio pestaggio fuori dalla scuola non è stato identificato, e dunque condannato, nessuno”. Improvvisamente, sommerso da ricordi lancinanti, mormora: “Pensai: sto per morire”.
Conclude il suo intervento davanti a una platea di giovani studenti: “ Parlare dei fatti di Genova significa difendere i diritti umani che sono minacciati ogni giorno, anche in Occidente, anche qui”.
La sua avventura giudiziaria è terminata con un cospicuo risarcimento in solido dallo Stato Italiano. Risarcimento che la Corte dei Conti non è riuscita a far rivalere su coloro che ne furono i responsabili, tuttora sconosciuti.

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