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O-Zone
Scritto da Fillo
Categoria narrativa, genere fantasy/fantascienza
Scritto il 15/05/2017, pubblicato il 15/05/2017, ultima modifica il 15/05/2017
Letto 38 volte

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1

Non avrebbe saputo dire da quanto si trovasse là sotto, e certo non poteva avere alcuna idea di che fosse accaduto a chi fosse rimasto sopra, sia perché sopra significava un bel po’ di spazio lontano da dove si trovava al momento sia perché non poteva affacciarsi fuori con alcuna apertura che fungesse da finestra. Gli pesava non poco dover stare da solo. Ed era limitato al fare sia dall’esigenza di ingegnarsi in ogni momento per architettare il da farsi, in vista d’una più certa sopravvivenza, sia perché le anguste vie sottoterra non gli permettevano di muoversi sempre agilmente; inoltre era attanagliato da una sensazione che da puro panico si era tradotta nel tempo in una inquietudine perenne velatamente permeata da pessimistiche visioni sul futuro suo e dell’umanità. Non voleva certo pensare che fosse divenuto totalmente solo al mondo in un lasso di tempo così breve, perché la cosa lo avrebbe portato a vivere i suoi ultimi giorni in uno stato di angoscia dalla quale alcun ricordo positivo avrebbe potuto contribuire a risollevarlo, non stando più alcuna speranza. Qualche mese prima le persone si erano gettate con foga in una terribile corsa, non senza pesanti conseguenze, perché chi era caduto era stato ferito pesantemente e spesso era deceduto per il peso di chi lo aveva sovrastato con la stessa noncuranza con cui si sarebbe calpestata una lunga coltre di pelli d’animali morti. La causa di questa follia, la poteva sapere solo chi aveva provocato o incitato la corsa, fatto sta che Lukas Finch aveva trovato modo di recarsi in una casa provvista di bunker, scoprendo che erano segreti alcuni piani che si estendevano per metri al di sotto dell’abitazione. Scendendo le scale, piano dopo piano, aveva scoperto che c’erano molti oggetti di cui poteva impadronirsi, dato che il proprietario era assente, e dato che, seppure fosse presto tornato, non avrebbe potuto incolparlo di niente, stante la surreale situazione apocalittica volgendo sempre al peggio. Essendo un ricercatore si dette da fare per continuare le sue ricerche. Per sfamarsi, bolliva qualche topo, per evitare al massimo che la carne fosse contaminata, anche se il rischio rimaneva alto comunque, perché i topi contengono molti parassiti. Dopo averne bollito la carne, l’asciugava un poco, se la fame non era tale da spingerlo ad addentare speditamente la carne, per poi cuocerla ancora al fuoco, per darle la consistenza di un piatto alla brace. Avrebbe dato qualsiasi cosa per un po’ di sana verdura, e per altre pietanze, a cui preferiva non pensare, per soffrirne meno la mancanza, e temeva che una simile dieta potesse condurlo presto a malattie o a una morte prematura. La vita là sotto era monotona, ma per lui che aveva in mente certe sue idee doveva essere meno noiosa che per altri, che avevano molto da fare, ma senza alcun piano in testa per cui magari (sempre che altri fossero nella sua condizione ancora) potevano occupare il tempo utilmente; immaginava questi sopravvissuti come sfortunati fratelli, di cui avrebbe goduto volentieri la compagnia, condividendo i disagi e sopperendo a che mancava con i vantaggi e il piacere di una compagnia e del confronto nel dialogo sui problemi da affrontare e su come agire insieme. Però doveva convenire che una convivenza sarebbe potuta anche degenerare in un conflitto, e che se non si sarebbe risolto col buon senso la lite avrebbe potuto portare a conseguenze anche letali, perché chi poteva escludere, mancando il requisito affettivo della parentela, che tra estranei in quella condizione non si sarebbe potuti arrivare, con poco o nessun rimorso, all’omicidio, addirittura? Questo faceva sì che Lukas potesse considerarsi, se non fortunato, almeno al sicuro da pericoli ben maggiori di quelli che stava già affrontando. Gli mancava la vita della sua città, il sole , la gente. Tante cose, troppe. Ma più che passava il tempo e più che i ricordi faticavano ad affacciarsi, perché era molto più importante per la mente rivolgersi al presente che non al passato. Aveva riunito oggetti e libri con cui passava il tempo in modo ben migliore che altri non avrebbero potuto, sprovvisti del suo spirito pionieristico nell’usare il sapere per condursi in uno stadio di consapevolezza scientifica ben maggiori dei predecessori, bensì fosse conscio di non essere un genio ma solo un’individuo provvisto d’un’anima fortemente irrequieta che lo spingeva a sfidare se stesso.

2

Venne il tempo che riuscì ad avere il coraggio di tornare fuori, e di vedere come all’orizzonte si vedessero delle figure muoversi. Non tutti erano perduti! Eppure, che facevano, dove andavano? Li avrebbe raggiunti facilmente? Non poteva saperlo; innanzitutto, era troppo scosso, per aver scoperto parenti ed amici senza vita. Ne mise i corpi in delle celle frigorifere, procrastinandone la sepoltura o la cremazione. i suoi affetti erano perduti, ma si consolava pensando che non era rimasto solo al mondo. Tornò giù, e perfezionò tanto le sue ricerche da trovare una formula che permetteva la vita eterna! Doveva far sapere a chi era rimasto che la possedeva, ma non c’erano canali televisivi o telefoni con cui comunicare, e le poche volte che incrociò qualcuno, si trattava di persone così disabilitate dalle sofferenze che non erano che dei vegetali, che blateravano frasi senza senso, ed occorreva che ne rimanesse distante per non incorrere nel contagio di malattie o nella loro furibonda reazione se non avessero gradito il suo interessamento. Ma la formula era così preziosa che doveva pure tentare qualcosa. Così la perfezionò ancora, redigendo mappe in cui nel mondo si trovassero gli ingredienti di quella ricetta, un beverone a base di molte erbe, e si prodigò per viaggiare a coglierne dei germogli. Non era facile trovare pompe di benzina funzionanti, ma tra i cadaveri stavano anche dei portafogli con banconote, ed alcune stazioni erano ancora fornite di macchinette che accettavano denaro per poter permettere di fare il pieno. Requisì una Jeep militare, e quando poté cambiarla con un altro mezzo, lo faceva solo dopo aver controllato lo stato del veicolo, per non trovarsi in panne dopo pochi chilometri. Durante il viaggio, riuscì a fare amicizia con qualche persona che non aveva perso completamente il senno, ma che era talmente scioccata da ciò che gli era capitato che non aveva certo alcuna voglia di comunicare molto. Le sofferenze subite dovevano essere state molte, perché mentre Lukas sapeva quel che faceva, e intuiva prima a cosa avrebbe potuto portare ogni sforzo, la gente comune doveva essere stata assalita, oltre che dai sensi di colpa per aver lasciato indietro delle persone, tra cui forse persino anche i propri cari, da uno stato di completo annullamento di sé, dovuto al passaggio da una vita comoda e piacevole a una irrevocabilmente difficile e incerta, per difendere la quale occorreva armarsi di numerose doti che se non le si fosse ritrovate, ci si sarebbe arresi non solo allo sconforto ma proprio alla vita stessa, accasciandosi a terra per non più rialzarvisi, vinti dalla disperazione. Per molti, pensò Lukas, doveva essere accaduto questo: ne trovava a terra di persone così supine, e gli ricordavano le vittime delle eruzioni di Ercolano e Pompei.

Tornato nel suo rifugio, ben contento di aver trovato degli orti abbandonati che gli avrebbero potuto fornire dei pasti più sani, dei ruscelli abitati da rane e delle tane di conigli, che gli avrebbero fornito un cibo molto più gradevole dei topi. Per fare questo, spesso affrontava nuovamente il percorso del viaggio che aveva intrapreso, e questo significava che per raggiungere la nuova metà, avrebbe sprecato ancora energie e risorse (ed entrambe avrebbero potuto improvvisamente scarseggiare, andando avanti così) dovendo spingersi in stati più lontani dal suo Texas e avrebbe potuto incontrare anche bande armate pronte ad aggredirlo anche solo per accaparrarsi la sua auto e i pochi beni che poteva avere con sé! Non era certo da escludere, anzi era probabile che chi non avesse ceduto alla più profonda tristezza e all’autolesionismo, doveva essersi fatto aggressivo per affrontare il nuovo mondo. Ma queste considerazioni non erano sufficienti a farlo abbattere: punto primo, aveva la formula, e l’umanità doveva saperlo, che la morte finalmente poteva essere sconfitta, e che procreando l’umanità si sarebbe potuta salvare nei secoli, coltivando maggiormente le erbe della sua ricetta, e tramandando ai posteri l’importanza di quella bevanda portentosa. Lui l’aveva bevuta, ma restava il fatto che non poteva misurarne l’efficacia: poteva forse dire che lui stesso o altri stavano vivendo per sempre? Con che metro? Neppure riusciva ad ammettere che lo avesse quantomeno rinvigorito, perché effetti sui muscoli non ne aveva riscontrato. Si fidava del suo cervello, dei percorsi che lo avevano condotto tanto lontano, e al mondo non restava che fidarsi di lui o far restare tutto come era, e affrontare la futura fine. Certo, se non gli avessero creduto in molti o tutti, ma solo pochi o nessuno? Spinto dalla foga, non se lo era chiesto prima, e temeva che questa opzione potesse far naufragare, prima ancora che l’inefficacia non ancora provata della mistura. Se non fosse stato creduto, tutto sarebbe stato perduto! Come aveva fatto, a non metterlo in conto? La risposta era nell’urgenza del fare: tutto quello stare da solo, lo aveva ulteriormente portato a credere solo in se stesso, perché non c’erano gli altri, e tanto maggiore fosse rimasta l’autostima e l’orgoglio tanto maggiore sarebbe risultato ciò che ne avrebbe ottenuto, e il resto non contava niente, perché non c’era tempo per pensare al fallimento da evitare, perché pensarci avrebbe voluto dire investire meno energie mentali a favore del suo superamento.

3

- Di dove sei?-
- Di Boston.-
- Hai fatto bene a salire con me. A fidarti. Se non ci diamo una mano, non arriveremo a nulla.-
- E a che vale? Abitiamo nel nulla! Avevo delle figlie, signore, e ora non so se sono vive o morte, e che pericoli rischiano di dover affrontare.-
- E perché non è con loro, e con sua moglie?-
- Non volevo certo abbandonarle! Giuro che avrei preferito morire al loro fianco. Il fatto è che mia moglie è fuggita, e per cercarla non mi son reso conto che mi sarei perso anch’io, che ci saremmo persi tutti! E’stato sciocco da parte mia, e di lei, e mi sono spinto così lontano che non saprei ritrovare più la mia casa.-
- Capisco bene. I cartelli sono stati divelti dalle tempeste. Non ci sono più le nostre città.-
- Non c’è più niente.-
Questo fu uno dei tanti dialoghi dei suoi disperati passeggeri. I bambini e i ragazzi, se ne stavano per lo più muti, preferendo non esprimersi, pur essendo riconoscenti dell’aiuto. Ma erano ben pochi a fidarsi di lui, la maggior parte sebbene interpellata preferiva rifiutare senza motivo o fuggire come se assaliti. L’America non era più America, tutto era un deserto di devastazione. Il tempo pure pareva essersi fermato, implacabile. L’atmosfera delle notti era così rarefatta, ma perdurava anche nei giorni, che erano tutti uguali, e per tutti senza un senso. Tranne per lui, che si era erto ad unico paladino della vita. Le bande di briganti, le aveva scorse agli incroci a fare del male a qualche malcapitato, ma non sempre era sceso dal mezzo per correre in aiuto del più debole, sia perché poteva rimetterci la pelle, sia perché con la sua morte nessuno sarebbe venuto a conoscenza della formula. E non poteva permettersi di mettere a repentaglio un bene così prezioso, così, se ci fossero state vittime a causa della sua inoperosità nell’agire in soccorso, andavano conteggiate come inevitabili numeri che dovevano essere stati messi in conto ben prima, all’inizio della catastrofe. I tempi erano bui, e spesso si chiedeva se chi stava ancora al mondo meritava di essere salvato. Ma io devo salvare la gente, per salvare il mondo, non per la gente, si ripeteva, è il mondo che è importante e senza l’uomo cadrebbe in preda agli animali, ugualmente degni di regnare, ma certo non abbastanza intelligenti per essere premiati con la loro supremazia. Da quando l’uomo esisteva, aveva tentato di sopraffare la natura, e la natura e l’uomo avevano convissuto, mai sempre pacificamente, ma in modo da trarne anche reciproco vantaggio, anche se sia l’uno che l’altra avevano inferto danni pesanti all’altro in guerre segrete dai risvolti tragici. Ma se il mondo non era il migliore dei mondi possibili, il mondo ceduto agli animali, sarebbe divenuto una giungla spaventosa e terribile.

Quando incontrò Waila, qualcosa gli si accese dentro. Non era una persona come le altre. Innanzitutto era una ragazza giovane e bella, come da tempo non ne incontrava. E poi le si affezionò presto, ma capì solo molto tempo dopo perché. Lei custodiva ancora speranza e gioia di vivere, e non si poteva capire come potesse essere così, dopo aver affrontato tanto male, come tutti. Poteva capire che qualcuno, i parenti e gli amici, o dei benintenzionati, potessero averla aiutata ad andare avanti, ma era chiaro che doveva aver corso molti pericoli, perché i briganti avevano interesse a rapire le giovani donne, per tenerle come loro schiave. Doveva essere stata molto fortunata. Oppure, aver goduto del fatto che il territorio delle città, non più isolate ma unite in un unico sterminato polo urbanistico metropolitano, era nella sua grandezza sì un territorio pieno di pericoli, ma anche ricco di zone senza proprietà in cui stare come in una propria reggia: se si fossero allontanati i malintenzionati colpendoli fisicamente e allontanandoli, gruppi di brave persone avrebbero potuto convivere sperando di rifondare la civiltà. Per Waila doveva essere accaduto così.

- Quanti anni hai?-
- Diciannove.-
- Sembri molto più piccola.-
- E’la campagna, dove sono vissuta, credo. Sono cresciuta sì, ma non so, la terra deve avermi fatto come un incantesimo, venendo a patti con me a mia insaputa.-
In effetti pareva che la buona aria e l’abbondante sole l’avessero nutrita, imbevendone i pori della pelle con un benevolo fluido che l’aveva rinvigorita e nello stesso tempo mantenuta in salute e con un bell’aspetto, che pareva davvero difficile che in breve tempo rughe o altri segni avrebbero potuto scalfire. Era chiaro anche che provenisse dall’Indonesia, e che fosse una “nuova americana”, adottata o giunta in cerca di fortuna.
- Allora, Waila Padbana, figlia della natura! Che ti porta sulla mia Jeep?-
- Ho sempre voluto accettare l’invito di un onesto cowboy, a patto che non sia anche un playboy!-
- Tranquilla. Al massimo ti sposerò.-
- Ah, bene! Ma, sai devi avere una casa e un lavoro, e credo che a nessuno di noi resti niente di tutto ciò. E poi vorrei che ci fosse anche una tranquillità, perché non la ho, anche se può sembrare, perché parlo senza paura.-
- Non hai paura?-
- Sì, che ne ho, ma mi ci sono abituata, così è come se crescendo un ragno orribile, sia cresciuta a dismisura anche io, e per quanto enorme, ora non sia che comunque un ragnetto minuscolo, e penso di poterlo schiacciare con una pedata.-
- Ma lo lasci lì.-
- Sì, perché penso che ne verrebbero altri, richiamati dalla sua assenza. A vendicarsi della sua fine.-
- E sarebbero tanto grandi che non basterebbe quanto tu ti senta cresciuta, per farti sentire al sicuro, vero?-
- Ci hai azzeccato, texano!-
- E poi cosa vorresti?-
- Per cosa?-

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