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DIARIO DEL PONTE 2
Scritto da paolo s.
Categoria: Epistolare
Scritto il 16/11/2018, Pubblicato il 16/11/2018 14.52.10, Ultima modifica il 16/11/2018 14.52.10
Codice testo: 16112018145210 | Letto 117 volte

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Via Walter Fillak, un lungo viale alberato che unisce la Valpolcevera a Sampierdarena e il resto della città, si trova ai margini della zona rossa, pattugliato dai vigili urbani che impediscono il traffico veicolare e rimandano indietro i pedoni che vorrebbero curiosare nelle vicinanze del ponte Morandi. Qui e nei quartieri di Certosa e del Campasso, dove inizia e termina il viale, sono tante le saracinesche abbassate e i cartelli vendesi, le poche attività commerciali rimaste aperte lottano coraggiosamente ai limiti della sopravvivenza, in attesa dell'attuazione del decreto governativo, rimpallato fra una Camera e l'altra a causa della dabbenaggine col quale è stato redatto.
Si ha l'impressione che tutto ciò che si è visto dopo il crollo siano solo scene di una farsa infinita: i selfie dei politici ai funerali di Stato; il plastico da Bruno Vespa con Toninelli sorridente; la visita del premier Conte a Genova che sbandiera davanti alla platea i fogli del decreto con un numero da commedia dell'arte “Fogli bianchi, questi? No, pieni di parole che saranno fatti!”.
A distanza di tre mesi dal crollo, di fatti nemmeno l'ombra, solo inutili parole gettate al vento deprimendo ancora di più le residue aspettative di una popolazione che vive ormai in un degrado ambientale, riscontrabile solo in paesi del terzo mondo. L'Azienda della Nettezza Urbana, colpita duramente nelle sue strutture, stenta a riguadagnare la perduta efficienza e montagne di rifiuti si accumulano in ogni angolo di strada.
Continua la triste sfilata nel Palazzo di Giustizia dei dirigenti di Autostrade e società collegate. Tutti, o quasi, si avvalgono della facoltà di non rispondere alle domande dei procuratori, innalzando una cortina di silenzio sulle condizioni del ponte e sulle cause che hanno determinato il crollo. Tutto ciò non fa che accrescere il pessimo giudizio verso coloro che sapevano e non sono intervenuti per scongiurare l'immane tragedia. Professionisti che nascondono le loro responsabilità dietro un silenzio che ne ampia le colpe, gettando discredito sulle loro categorie professionali.
Quarantatré rose bianche, una per ogni vittima, lanciate nel Polcevera, accompagnate dai rintocchi della campana tibetana. L'acqua scorre veloce e se le porta via verso il mare nel silenzio tombale dei pochi presenti.
Rispetto alle commemorazioni precedenti ci sono meno telecamere, meno macchine fotografiche, meno rappresentanti istituzionali, meno gonfaloni, meno sfollati, meno cittadini. La stanchezza dei riti si fa sentire, mentre nulla è cambiato dal giorno del crollo.

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