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ALITO DI BANANA
Scritto da castagno1
Categoria: Altro
Scritto il 01/06/2017, Pubblicato il 01/06/2017, Ultima modifica il 01/06/2017
Codice testo: 16201783613 | Letto 768 volte

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Nota dell'autore castagno1:
Il titolo "scusate la scemata" l'avevo già usato...

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La strada, dopo un tratto impervio, aveva iniziato a digradare. Martina era sicura che quella discesa l’avrebbe condotta sino al mare. Non poteva mancare molto, non era salita tanto. L’aria era la stessa che si respirava a valle, anzi forse ancor più stagnante. Il bananeto che stava attraversando sembrava soffiarle addosso il suo respiro umido, ma quando s’azzardava ad uscire dall’ombra delle palme, il feroce sole tropicale le faceva immediatamente rimpiangere l’alito di banana. L’apericena in piscina doveva essere cominciato da un pezzo.
Che razza d’idea, andare a correre! Fuori dal villaggio, poi! Dove credeva d’essere, a donna avventura? E sì che lo sapeva che quando Dio aveva distribuito l’orientamento, lei era in coda per il fascino e aveva mancato l’appuntamento! Avrebbe dovuto dare retta a Susanna. Persino quell’oca era stata abbastanza saggia da sconsigliarle di allontanarsi! Susanna… Martina sentiva che in quel momento l’animatore, come si chiamava… Pier, Peter… uno di quei nomi da gay… un po’ francese e un po’ no…insomma quello lì, che gay non era affatto, a quest’ora ci stava già provando. E sapeva pure che Susanna calava le difese – e le mutandine – con una facilità impressionante. Doveva correre più veloce. Anche se era stata chiara, anche se le aveva esplicitamente detto che sull’animatore aveva messo gli occhi lei, era meglio non fidarsi. Capace lo facesse apposta, la stronza!
Correre in discesa, lungo un sentiero stretto e accidentato, non è cosa semplice. Soprattutto se si è distratti. E il pensiero di Susanna e Peter (Pier?) la distraeva eccome. In realtà però, non fu la distrazione a farla rovinare al suolo, e manco il terreno accidentato o la fretta. Fu colpa del sospetto. Non del suo, ma di quello di un aguti (piccolo roditore) che sospettando appunto d’essere inseguito da un pitone, aveva attraversato come una scheggia il sentiero finendo tra i piedi di Martina e facendola ruzzolare.
Il dolore era straziante: le ginocchia e i glutei avevano preso fuoco, e la caviglia lanciava fitte che neanche un pugnale conficcato nella carne avrebbe potuto. E questo non era il peggio. Il peggio era che quello del roditore era ben più di un sospetto. Si trattava di ancestrale presentimento. Istinto puro. Possederlo oppure no faceva la differenza tra la vita e la morte. Martina non lo possedeva. E l’apparizione dell’immenso essere strisciante la lasciò di ghiaccio.
Immobile, devo restare immobile, si ordinò. E obbedì. Non che potesse fare diversamente, paralizzata com’era dal terrore. Ma quando lo splendido esemplare di pitone reale sibilò ad un passo dalla sua gamba, quando l’enorme testa bruna e liscia le sfiorò il polpaccio come la carezza di una lama, non poté resistere, lanciò un urlo da far rintanare tutti gli animali selvatici nel raggio di cinque chilometri, e cadde svenuta.

Il venticello caldo che filtrava attraverso l’imposta spalancata gonfiava a ripetizione la tenda azzurra, trasportando dalla strada fin dentro la stanza, fin dentro le orecchie di Martina, le note di una vecchia canzone. Lei schiuse gli occhi, svogliatamente, e il primo volto che vide fu quello dell’infermiere. Barba incolta, aspetto trasandato, ma complessivamente un bell’uomo. L’umore girò subito al bello. Poi lo sguardo cadde sull’eroe: Peter. Era stato lui a salvarla dal mostro, sicuramente. In ultimo entrò nel suo campo visivo Susanna, ed infranse il quadretto romantico che già si stava figurando.
Susanna, preoccupata per il ritardo dell’amica, aveva convinto il pigrissimo Peter ad accompagnarla nella ricerca, e assieme l’avevano ritrovata, svenuta, sul sentiero a neanche duecento metri dal villaggio. Il nobile rettile l’aveva sdegnata, forse era sazio o forse non gradiva, al contrario di altri suoi simili, il cannibalismo. Che fosse salva grazia a Susanna, a Martina non venne in mente. L’unico pensiero che le riempiva il cervello era sapere se l’amica si era già sfilata la biancheria intima…

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