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Renato
Scritto da Leo1962
Categoria: Narrativa - Altro
Scritto il 16/07/2018, Pubblicato il 16/07/2018 22.12.14, Ultima modifica il 18/08/2018 01.14.19
Codice testo: 1672018221214 | Letto 279 volte

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Nota dell'autore Leo1962:
E' più che altro una biografia con accenni rromantici, soprattutto dedicata ai tempi che furono e non possono tornare.

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Se dobbiamo parlare della mia infanzia e di buona parte dell’adolescenza, non possiamo tacere il ruolo determinante dell’amicizia con Renato, alla pari di quella con Tiziano.
Posso e non esagero nell’esordire che fossi cresciuto nella sua famiglia, o forse anche in quella di Tiziano, ciò mi avrebbe condotto in direzione ben diversa da quella della rovina totale. Rovina che tra poco mi travolgerà, se prima non avrò posto fine con le mie mani alla mia sciagurata esistenza, che in quel periodo cruciale di formazione che dura dal parto ai 20 anni circa maturò in ben altra famiglia, assai diversa, e non in meglio, da quelle dei due menzionati amici.
Del carattere di Renato si può dire che egli fosse almeno fin dalla pubertà un maestro di vita. Egli non apparteneva come me alla categoria dei “secchioni” maturati (male) ed anzitempo, e non era quindi dotato di quel bagaglio di inutili nozioni noiose cui gli adulti, genitori e professori in ispecie, danno soverchia importanza. Essi sorvolano spesso sul “carattere”, a meno che questo non causi loro delle noie, e credono che, come purtroppo del mio caso, circondare un povero ragazzino di enciclopedie e facendone un piccolo asino sapiente si sia così risolta la spinosa fase della “educazione” di un fanciullo/adolescente.
Renato non era circondato da sciocchi tomi polverosi, ma da fumetti, dai dischi pop e rock delle due sorelle maggiori cresciute nel pieno dell’epoca “Beat”, e dai maneggi artigianali del padre mezzo fabbro ferraio, mezzo robivecchi, muratore a tempo perso nel “tempo libero”. Tempo libero che lui al pari dei cinesi ed altri odierni immigrati non sapeva concepire: inutili o quasi i tentativi di coinvolgere nei suoi lavori Renato quando nel week end la famiglia saliva al Quartiere partendo dalla Metropoli non molto distante. Questa multiattività paterna influì però molto nella crescita di Renato. Infatti, dalle camaleontiche attività paterne egli seppe succhiarne quanto utile a se stesso, il che gli fu di non poco aiuto da maggiorenne, fino ad oggi.
Renato era un diplomatico, uno che ragionava su fatti e persone onde trarne se possibile vantaggio, un vantaggio qualsiasi o anche mirato se occorreva. Un opportunista? Sì, forse, o forse così forgiato dal suo segno natale del Capricorno, quindi diciamo lo era per natura, in buona parte. Se camaleontiche erano le attività del genitore, altrettanto lo era il carattere di Renato, cosa che io e Tiziano imparammo più tardi a nostre spese Tiziano invece, prima di trasformarsi in un enigmatico ed incomprensibile personaggio dai mille volti dopo il “tradimento” dell’amico, era stato più rigido nei suoi credo, ed in buona parte lo rimase anche nella sua caotica esistenza dal 1979 circa in poi.
Non mancava ovviamente in Renato una innata curiosità, verso tutto. Ciò per un certo periodo, l’infanzia e la primissima pubertà, fu indirettamente la mia fortuna.
Il Quartiere è una parte a se stante della Città. Sorge lungo le sponde di una sella collinare da un lato tormentata per secoli dai cavapietre che la scolpirono in maniera suggestiva, in un insieme di rupi, poco profonde caverne o rientranze, aggetti e sporgenze dove la vegetazione si mischia suggestivamente alla roccia tormentata che da essa affiora. Per lungo tempo assieme all’estrazione della pietra, di cui credo sia costruita parte della Città stessa (oltre che con quella proveniente dalle cave del Lago, che genera anche un pregiato tipo di “sasso” che prende il nome del paese prossimo alla cava), la coltivazione della vite caratterizzò la zona, tanto che ancora timidamente da qualche parte si vedono i resti dei terrazzamenti realizzati ad hoc.
Dalla fine della prima guerra, se si esclude il borgo soprastante la nostra collina esistente forse dal Medioevo, come testimonia una piccola chiesa, iniziarono a crescere nel Quartiere soprattutto palazzine padronali, indi dopo gli anni Cinquanta alle villette si aggiunsero gruppo di palazzi a volte arditamente costruiti sfidando l’asprezza del sito, e sotto i quali, fra i poderosi pilastri, si aprivano antri che presto finirono a prestarsi per peculiari attività giovanili. Di queste andremo presto a parlare, e dalla esclusione delle quali, vado anticipando, io trassi dolore e stranamente una curiosa delizia della quale parimenti parlerò.
Ho solo accennato a queste “attività”, coinvolgenti le ragazze, e del tutto normali a tempo ed a luogo ma soprattutto a tempo, correndo avanti di qualche anno, anticipando cose che vennero con la pubertà.
Il lato opposto della valle era solo parzialmente occupato dalle case sia per l’asprezza della sua conformazione, troppo ripida per non doverci spendere cifre folli a renderla accessibile e fatta di una roccia che avrebbe richiesto opere di ingegneria peculiari essendo essa di origine morenica. Eppure, in essa, sia pure con l’ausilio del calcestruzzo, o scavando nei posti ove si presentava più salda, furono nel 1916/17 realizzate opere militari appartenenti alla ben più vasta linea di fortificazioni detta “Linea Cadorna”. Il tutto era coperto da una foltissima vegetazione, anche perché per anni dopo la fine della Grande Guerra sulla zona gravò una servitù militare, durata per talune opere sotterranee fino agli anni Cinquanta. Poi, a partire dagli anni Novanta, il tutto fu denominato “Zona Verde”, ed ogni velleità di costruirvi, mai ci fosse stata, tramontò definitivamente. La stessa pressoché simile “Zona Idrogeologica” fu applicata alla cima della nostra costiera, ponendo fine alla costruzione di villette iniziata a fine anni Cinquanta.
Eravamo tutto sommato circondati dal verde, che assedia il pittoresco, ché tale appare soprattutto sotto la neve, borgo mezzo antico mezzo moderno e mezzo di lusso e mezzo popolare. Esso fu anche Comune a sé fino al 1806, a sottolinearne la quasi non appartenenza alla Città con la quale oggi si unisce in maniera particolare, stante la presenza da lussuose ville Belle Epoque ed eleganti consimili moderne che si inerpicano su dal Lago, servite da una larga via, esistente già durante la Grande Guerra, che mena al confine nazionale. Noi borghigiani stessi non diciamo “andare in centro” ma andare “in Città”.
In questo suggestivo panorama si svolsero le nostre felici attività fanciullesche, prima che la tempesta ormonale, che ci cambia per sempre dentro e fuori, si scatenasse, ed a danno di chi ed a delizia di chi lo vedremo tosto.
L’estate, coi profumi dei boschi che ci attorniano, in particolare nelle fresche serate quando il caldo torrido ci dà tregua, era la nostra stagione preferita. Non che durante la brutta stagione si evitassero le nostre “avventure”, cioè escursioni e curiose esplorazioni, ma il rigoglio della vegetazione e le giornate più lunghe, il clima più propizio, ci scatenavano. Vecchie piazzole di artiglieria – due recentemente restaurate, altre ancora in malora - , bunker in cemento incastonati nelle profonde gallerie, i resti di più modeste e quasi obliterate trincee senza rinforzi murari erano i nostri immancabili obbiettivi. Guardando certi danni arrecati dal tempo ai vegetali ingenuamente pensavamo, ignoranti di storia com’eravamo da bambini, che fossero segni di pallottole o shrapnel. Solo più tardi sapemmo che mai alcun conflitto fu combattuto lungo la Linea, costruita solo in base a sospetti trasmessi ai Comandi più alti dai nostri “007” operanti oltre confine.
Va detto che io invece di fumetti come Lanciostory o Skorpio o i famosi Tex, Zagor, Capitano Mark, come uniche letture esulati noiose enciclopedie avessi una collana assai pregevole di opere in versione integrale di Salgari e Verne. Da qui, tracciare un “filo rosso” fra noi e quegli indomiti pirati o esploratori per me fu un attimo. La curiosità di Renato qui venne a galla. Egli si impossessò – come non so – di libri su armi e consimili attrezzature belliche ed è così che in me nacque, ma non è il caso di trattarne troppo parlando qui di Renato, la maligna passione per le armi quindi per la violenza, la giustizia ottenuta con la forza bruta che in particolare in Salgari abbondano peggio che in un film di bassa macelleria. Scritti nel primo decennio del 20° secolo, quei pregevoli racconti sono lo specchio di una società che era ormai lanciata festosamente verso il primo conflitto mondiale. Cultura del “pugno di ferro” che vista la nostra risicata vittoria del 1918 traslò paro paro nella cultura fascista fino alla catastrofe del successivo conflitto.
Attorno ai dieci anni, Tiziano, che prendevamo sempre in giro per la sua passione per il CB (Citizen Band, radioamatori insomma), si “ribellò” alla famiglia e si unì alle nostre scorribande venendo lui pure affascinato da questo parallelo fra noi e gli eroi salgariani. Anzi, cessata in Renato ben presto questa passione col prorompere della pubertà, noialtri due ne facemmo un nostro uso particolare creando un mondo astratto che finì pericolosamente per impadronirsi dei nostri discorsi fino a diventare l’unica ragion d’essere della nostra amicizia addirittura anche da adulti.
Il profumo aspro dei vegetali tranciati coi grossi coltelli da cucina delle nostre povere mamme, l’odore del bosco, il fantasticare su mai avvenuti scontri nelle trincee dalle pareti cementizie costellate dalle nicchie per i caricatori, il ruzzolare giù da certi aspri sentieri fra i quali famosa la “discesa ripida”, conciandoci i vestiti in maniera invereconda, tirare fiondate abbattendo (io mi distinguevo per la precisione, ecco un cattivo seme che già metteva radici) rami secchi anche distanti, l’erigere ardite capanne sugli alberi, fino anche a combattere proprio in quelle trincee una delle nostre ultime infantili battaglie con altri “clan” di coetanei….. beh, tutto questo finì per cementare fra noi tre un senso di forte amicizia e di snobismo, di superiorità sugli altri: cose che in realtà pochi anni dopo si dimostrarono più friabili della roccia morenica della collina. Finimmo davvero per considerarci, e lo fu davvero, e sinceramente per lungo tempo, un trio di eletti.
Purtroppo anche fra gli eletti c’è chi lo è di più, e chi meno. A tracciare questo solco fu lo sconvolgimento interiore che la pubertà portò in tutti noi: ovvero, apparentemente più nei miei due amici che non in me. Apparentemente, però.
Già da tempo andavo innamorandomi vanamente di compagne di scuola e perfino di vaghe immagini tratte da illustrazioni di libri scolastici o di altro tipo (mai erotici, però). Solo decenni dopo questo mio ossessivo ricercare l’amore, non di una ragazza specifica, ma l’amore in sé, fu svelato da un analista. La spiegazione di questa ossessiva ricerca di affetto fu in parte svelata da certe voci che giravano in famiglia e fuori circa due episodi di abbandono da me subiti. Subiti da un carattere, evidentemente, sin dal grembo materno molto sensibile: l’affido a circa un anno ad un campo di concentramento svizzero dove alle madri non era concesso abbracciare i figlioli “per via dei microbi”, ove le visite erano centellinate “se no il bambino diventa un mammone”, ed infine l’abbandono a sei anni in una colonia dove patii la sete e gli sfottò e le botte degli altri ragazzini, più svegli e forti di me, e mai i miei genitori vennero a trovarmi. Ogni domenica, mi appendevo alla rete sperando di vedere la loro auto…e invece niente, nessuno.
Ciò probabilmente – restiamo nel campo delle ipotesi fatte da ben due terapeuti, fra il 1998 ed oggi – generò in me un senso di mancanza di affetto, dovuto certamente ad una madre fredda, moralista, insensibile se non alle disgrazie dei personaggi fittizi (libri e film) ed ad un padre altrettanto distaccato e per di più violento e sbrigativo. Finii quindi per innamorarmi dell’amore in sé, al di là di più concrete cotte per l’una o l’altra di impossibili amanti (impossibili almeno per me).
Renato invece, cosa che attribuii a lungo, errando, al fatto di vivere in Metropoli, si dimostrò subito ben accetto dal gentil sesso: era affabile, gentile, con una voce vellutata che mai trascendeva anche nel ridere il buon gusto, carino, proporzionato e non sottovalutiamo, vestito finalmente (finite quasi di colpo le nostre “avventure” boschive) con capi alla moda anche se non firmati (come il 90% di tutti i ragazzi, che al massimo si accostavano a Fiorucci o ad un paio di jeans Levis o Wrangler). Egli certo trovò nella metropoli, all’epoca capitale dell’industria e pregna di odore di contestazione, un clima di innovazione culturale, la voglia di troncare con il vecchiume dei “matusa” , l’innovazione nei rapporti di coppia e in ispecie fra i giovani dei due sessi. La mia Città, pur apparentemente dormendo sotto la sua plumbea cappa di clericalismo bigotto e falso perbenismo borghese, non ne era essa stessa esente, ed i fatti – anche a me assai prossimi - lo dimostrarono.
Una ricetta che in seguito per lungo tempo Renato mi propinò nella sua indubbia saggezza e sincera amicizia – Tiziano si divertiva invece a deridere i segni della pubertà che in me si mostravano in maniera grottesca – era che se volevo un giorno avere un “amore tutto mio”, dovevo innanzi tutto conoscere, in tutti i suoi aspetti, la “donna” come tale, come persona. Fino a quel momento, Iddio n’è testimone, con gli altri avevamo solo fatto a botte e fiondate e prese in giro le ragazzine della via (ed io anche peggio, ad insultarle, anche a scuola dinanzi ai professori sbigottiti), ma ovviamente era un modo di vivere sorpassato dal tempo che va, e come avevamo di fatto cessato di fare i Sandokan della domenica, così era iniziata una nuova era nel rapporto con gli altri. Me lo diceva a modo suo, prendendomi anche lui in giro, ma era sinceramente interessato alla mia “emancipazione”. Quindi, per conoscere i segreti della donna, o delle ragazze meglio dire, era opportuno che io la finissi di sfinirmi di sospiri dietro le belle del quartiere – e più tardi, delle invitate a certe feste di cui sono prossimo a parlarvi -, e che invece di amori da romanzetto ottocentesco pieno di pruriti inconfessati io passassi ai fatti: ed essendo io, come andrò a dirvi, il meno attraente della cricca e credo, del Quartiere, dovessi inizialmente puntare ad una “cessa”, dato che, all’epoca in Metropoli ma anche qui in Città, le bruttine o bruttone si concedevano alle maldestre voglie di ragazzi poco più che decenni sapendo di non poter fare troppo le “smorfiose”. Così, almeno nell’apparenza, avevano “il ragazzo” (che anche per le più belle durava poco, qualche settimana al massimo). Insomma, dovendo quelle brutte accontentarsi pena l’emarginazione, anch’io malconcio e ridicolo qual ero avrei conosciuto non certo l’amore romantico che sognavo, ma almeno le soddisfazioni della carne (le poche allora possibili a 11/13 anni, con la debite eccezioni, non poche a dire il vero!) con una che si prestasse a farmi da “nave scuola”. In tal modo, sosteneva giustamente lui, non sarei stato più così in soggezione – lo disse con parole sue, da ragazzo, ovviamente – dinanzi alle rappresentanti del gentil sesso.
A supporto di ciò, e per vantarsi ovviamente, ma anche per aver qualcosa di cui parlare essendo in lui cessati quasi del tutto gli interessi militareschi, ci narrava delle sue avventure in Metropoli. La quale, avendo subito da pochi lustri l’invasione dei meridionali, s’era riempita di nuovi quartieri, pullulanti di giovani figli di quelle nuove famiglie venute al Nord a faticarsi il pane in fabbrica o a poltrire sonni profondi negli uffici pubblici. Il tutto alimentava i racconti di Renato: i giovani, o meno giovani – diciamo maggiorenni, ancora cresciuti nel paesello – erano ancora in parte legati ad una cultura dell’onore, del “ti faccio un taglio da ricchia a ricchia”, e come in ogni fenomeno migratorio alimentavano una microcriminalità che l’operosa metropoli da poco conosceva in quella dimensione e diffusione. C’erano poi, in quel periodo molto più presenti rispetto ai “comuni”, i delinquenti “politici”, che occupavano ben precise aree, si distinguevano gli uni dagli altri pel vestire e per le acconciature, e non erano affatto, anzi!, meno pericolosi dei comuni ragazzacci di periferia, che ancora in parte parlavano dialetti strampalati e facevano anche i gelosi con le sorelle, come fossero ancora a Trapani venti anni prima. Ma appunto queste loro sorelle cugine eccetera erano la pastura in cui Renato si era buttato a capofitto. E da qui la sua non infondata lezione: per iniziare, andava bene anche quella coi baffi, coi peli attorno all’ano o ai capezzoli, con le gambe pelose, con la faccia da terona con le sopracciglia che si toccavano. L’importante era, mi disse, imparare a vincere il timore del contatto fisico, rompere il ghiaccio, imparare a “limonare”, a cacciare le mani dappertutto, sopra o sotto le mutande o le magliette o il reggiseno essendo molte di queste (bruttine, ma ben carrozzate) già dotate di un fisico giunonico, come sono molte figlie del Sud, che maturano precocemente. E queste ragazze, nell’epoca (eravamo nel pieno di essa!!!!) della “rivoluzione sessuale”, più erano cesse più si concedevano, più erano vessate da genitori venuti su ancora col “senso dell’onore”, col mito della “femmina immacolata”, più erano disponibili, fosse solo per desiderio di ribellione e di omologazione con le disinibite ragazze “del Nord”.
Lui stesso, ci raccontò, era stato “iniziato” (lo sarà in pieno però solo anni dopo) nei cessi della scuola da una di terza media, una delle “non belle ma che ci stanno”. E la metropoli offriva mille posti dove andare, a limonare, sulle panchine dei parchi a palpeggiarsi, attirando lo sguardo scandalizzato degli anziani di passaggio, o in qualche recesso come nei corridoi delle cantine sotto i palazzoni di periferia, o nelle cantine stesse.
In Metropoli Renato c’era finito a seguito di una fortunata vincita dei genitori, che lì avevano comprato un intero primo piano, o parte di esso, di un novissimo condominio, ed un emporio della ferramenta e di ogni marchingegno utile alla casa, tuttora esistente in altra zona della metropoli.
Uno dei suoi primi istinti era stato quello di esplorarla, ed aveva trovato modo di riciclare i biglietti del tram o del metrò lavando via la stampigliatura e ripristinando ad arte le parti colorate del biglietto: parevano nuovi!....e ne aveva a mazzi, mi mostrò un giorno che andammo a trovarlo. Tutto ciò che gli poteva portare un vantaggio, egli l’imparava: come anche a destreggiarsi fra le fazioni politiche pur non capendoci – va pur detto! – un beato cazzo. Come me e Tiziano imbevuto di armi, uniformi et similia, si “senti” fascista e quindi fece conoscenza con tipi dal nome poco rassicurante come “Lupo” o Trancino”….. non disdegnando, nelle sue conquiste femminili, di evitare ogni discriminazione politica. Eh!...le idee saranno anche belle, ma quando si parlava di interessi personali, per Renato, già in questo in un certo senso “maturo”, essi venivano per primi.
Poi, col tempo, le terroncelle baffute o cicciottelle cominciarono a venir sostituite da più graziose, e di solito indigene, ragazze delle quali ci si poteva “quasi” innamorare. Magari, ma non era sempre detto, non prorompenti come certe meridionali, ma capaci di stimolare sentimenti più complessi anche se non l’amore propriamente detto. Ricordo di una certa Ketty Marniga della quale ci parlò parecchio, ed alla quale lo aiutai a spedire una cartolina che non fosse piena di strafalcioni. Renato non era colto, infatti avrebbe preso finite le medie una scuola professionale, essendo un vero “ganzo” con resistenze, condensatori, transistor e tutto ciò che ruotava attorno all’elettronica, che lo affascinava. E fece anche di questo un utilizzo “utile” quando realizzammo il nostro locale, ma che dico, il nostro Taj Mahal, il monumento apparente alla nostra amicizia. Non colto, ma capace di comunicare col prossimo: la differenza con me, all’epoca inutilmente pieno di ridicole nozioni buone solo per prendere bei voti in storia e lettere, ma incapace di comunicare in maniera civile con gli altri, era abissale. Inoltre, a peggiorar le cose ero, in contrasto con il mio evidente rachitismo e la mia solita timidezza, un violento, capace di gesti da codice penale, se solo mi girasse di farlo o se provocato.
Inutile dire che degli insegnamenti del saggio Renato, dei suoi aneddoti, nulla seppi, o forse volli, ma soprattutto potei, mettere in pratica. La mia famiglia – non mi dilungo per non annoiare, poi qui si parla di Renato e non di me – in pratica temeva che io diventassi uno “sbandato” come quelli che vedevano in Tv tirare sassi ai venduti in divisa e dare alle fiamme i blindati. Mio padre ufficiale di Polizia poi rincarava la dose parlando – o inventando?...no, era un uomo d’onore, sincero anche se violento e prevaricatore – di famiglie rovinate da ragazzi ribelli. Per lui il desiderare abiti dal disegno (la marca, che importava!) attuale, scarpe moderne e non gli avanzi di quello che il Comando gli passava, portava al divenire per forza un estremista di qualche fazione o un buono a nulla. Ero ridicolo nel vestire e nel calzare, ridicolo nel corpo, simile ad un ragno, impacciato dai quattro arti che non sapevo come atteggiare, ridicolo nella parlata in quanto parevo un seminarista del 19° secolo. Quest’ultima cosa si rivelò drammaticamente a casa di una ragazza, Luisella, che traumatizzai con un pomoso e ridicolo sermone interrotto solo dal pietoso gesto di Tiziano che mi trascinò via. La povera creatura non aveva capito un beatissimo cazzo di cosa avessi mai detto nel mio profluvio di termini, ormai morti assieme a Salgari e certo almeno dal 1920.
In più…puzzavo, dato che mio padre tenendo sempre – in ciò errando, lui cosi parco! – spento il boiler mi avrebbe costretto a lavarmi con l’acqua della Città, la più gelida del pianeta. In più, in casa non è che – eccetto mio padre, un ex damerino sciupafemmine ancora innamorato di se stesso – ci fossero tutti questi esempi di elevata igiene personale. Le spugne puzzavano di piedi o di fica, dato che mia madre (sempre per mascherare la tirchieria vigente in famiglia) diceva che le lavande per la vagina sono “prodotti chimici dannosi, basta sciacquarsi”, si lavava i collant col sapone pel viso e ne asciugava il mal lavato piede nella salvietta per la faccia. A puzzare erano quindi anche gli asciugamano. Io, a ‘sto punto, schifiltoso come sono, rinunciai all’igiene personale, anche traviato dalla fasulla idea che pure i miei amici non la curassero. Mi sbagliavo di grosso, e me ne sarei accorto ben presto.
Renato faceva amicizia, o almeno ciò pareva tale, mascherando sempre un suo personalissimo interesse – con tutti anche in Quartiere: del resto, ci era nato e vissuto fino ai sei anni e poi venuto dalla Metropoli ogni week end, in una epoca felice in cui i negozi di materiale tecnico chiudevano alle 12°° il sabato e aprivano alle 15°° del lunedì, e non esisteva lavoro domenicale o notturno nel commercio. Il lunedì, ad esempio, tutto chiuso. Anche i negozi facevano i “ponti”, ed esponevano il cartello ammonitore:”oggi pane triplo”. Quindi, alle 14,30 circa la potente Alfa Romeo Giulia Super arrivava puntuale all’uscita tuttora esistente dell’autostrada, che sbocca proprio qui in Quartiere – lo fa in ogni quartiere della Città – e subito Renato schizzava fuori come un proiettile, e sua madre invece andava alle Fattorie Cremasche a far la spesa per i due giorni di “vacanza” in Quartiere. Quanto le desse fastidio questo dover gestire due case lo confidò a mia madre un giorno, vedendo noi pronti a partire per le (noiose, col passar degli anni) vacanze al paese paterno, e lei invece condannata ad un perenne Metropoli/Quartiere. Forse solo una volta andarono a Milano Marittima, o a Torre Pedrera: gli anni passati falsano i ricordi.
Di solito Renato subito ci raggiungeva per le solite “avventure”, ma da un imprecisato periodo in poi (ricordo solo: avevamo dodici anni, e ricordo che Renato abbordava ancora le cesse per fare “scuola”) lui e Tiziano impararono a sparire dalla mia vista come per magia. Dove andassero, lo sa solo Dio: lo avrei saputo solo più tardi, dolorosamente.
Insomma: per Renato era assurdo abbordare cesse pesanti 70 kg per 130 cm di altezza solo in Metropoli, quando ormai anche con quelle più carine si poteva “arrivare ad un accordo”…..e perché poi solo in Metropoli? Al Quartiere venire solo a fare giochi ormai visti – e giustamente – da poppanti, e cuccare invece solo laggiù? E’ vero, gli avrà certo risposto Tiziano, che aveva appena avuto, nel paese montano d’origine della famiglia, un’avventura con la più bella (e ricca, forse) del paese, suscitando l’ira funesta dei bovari cui aveva sottratto la preda di sotto il naso.
Al Quartiere, all’epoca, oltre alla numerosa offerta data dal boom delle nascite della nostra generazione, arrivava fra tutte quante tale Monica, proveniente da un grosso centro dell’alto lago poiché aveva qui la nonna. Di solito, chi poteva – all’epoca solo i ricconi con seconda casa o i paesani emigrati con casa al paese – andava a gustarsi il fresco ed i panorami del nostro bel lago, e diciamo anche a cuccare le tedesche che calavano nei campeggi che nascevano lassù, invece tale Monica faceva il tragitto inverso. Renato la vide gironzolare per le vie del Quartiere, dato che sua nonna risiedeva assai vicina a noi, ed un giorno sciorinò la sua calma ma attraente parlantina e….oplà, ecco un’altra preda cadere nella tela del famelico ragno. Per qualche ragione i suoi non c’erano, e la portò a casa: lì cercò in tutti i modi di attentare al cosiddetto “onore” della donzella; indi ci venne a narrare piccanti esperienze e la curiosità che al momento di baciarsi lei tirasse le labbra, irrigidendole. Beh, del resto parliamo di gente di dodici anni, e sebbene fosse l’epoca della rivoluzione sessuale, non eravamo ai livelli di oggi quando le dodicenni arrivano alle due di notte in discoteca….a farsi sbattere da certi ceffi da galera, spacciatori pieni di tatuaggi, o dai tunisini, che sono ben altro che gli “sbandati” di mio padre!!!!!!....per non parlare delle sostanze che girano.
Io?.... mah, io di queste avventure sapevo poco, e lo seppi in ritardo per giunta. E seppi sempre in ritardo, e dolorosamente stavolta, il perché delle sempre più frequenti sparizioni dei miei due soci la domenica pomeriggio. Io scendevo saltellando le scale, fra l’altro facendo con le braccia dei movimenti che più tardi qualcuno seppe opportunamente interpretare, coi miei vestiti informi non cambiati – come calze mutande eccetera – da mesi, con la fionda nella cintola……e mi sentivo dire dalle mamme che i due erano già usciti. Per dove? Boh!....
Come San Paolo sulla via di Damasco, la rivelazione fulminante io la ebbi più modestamente sulla curva che dalla mia via immette nella comunale che sale ai quartieri “alti”, quelli delle ville, dove avrei saputo solo tempo dopo si trovavano in case private locali dove…..udite!!....udite!!!!....si ballava, non solo, ma si ballava con le ragazze, quelle che io quando vedevo fare le smorfiosette coi loro ganzi nel cortile sotto casa bollavo come “troie e puttane”……però poi morivo dalla voglia di averne una. Renato e Tiziano mi apparvero di colpo, svoltando per entrare nella nostra via. Era ormai il tardo pomeriggio, forse le sei. Da ore io, nella strada allora sterrata, tiravo fiondate nelle pozzanghere facendo con la bocca il rumore dei cannoni, infine attirando la irritata curiosità di una ragazza, tale M***** (che noi mai bazzicammo), che mi apostrofò in malo modo dal giardino di casa sua. Ogni volta che centravo la pozzanghera, io saltellavo dimenando le braccia, come il demente che ero e che rimango tuttora. Tante cose, sulla mia famiglia, sui miei atteggiamenti e sulle colpe che essa reca seco, mi sono solo di recente giuste alle orecchie da bocche per troppo tempo chiuse, ed ora che mio padre è defunto e che solo adesso mia madre si permette di andare al bar con delle vicine a bere un cappuccino.
Fatto sta, che quelli che apparvero erano come trasfigurati. Niente vestiti sporchi di terra e fogliame, niente fionde e tasche piene dei migliori sassi, quelli rotondi. Al posto di questa carnevalata, pantaloni in velluto (era autunno, credo) a coste larghe, uno in blu e l’altro in beige, bei giubbotti in particolare Tiziano che ne aveva uno stile uniforme da Marina del secolo 19°, scarpe pulite, nuove o quasi, e non scorticate dagli scivoloni dalla Salita Ripida. Ma non solo……dalle loro persone emanava un odore di detersivo, macché, di profumo, sì, il Brut 33 tanto di moda allora…e di capelli e corpi lavati……e parlavano un idioma a me ignoto, da cui carpii solo dei vaghi nomi di ragazze.
Mi salutarono cordialmente, come nulla fosse, e mi dissero di seguirli nel nostro nuovo “covo”, che andava a sostituire un soppalco, ex fienile cento anni prima. Questo invece era composto da due grandi locali paralleli, collegati da una porta e da un basso passaggio, poiché avevano ospitato fino a poc’anzi un laboratorio di termometri.
Insomma, per non menare inutilmente il can per l’aia, era da parecchio che loro avevano cautamente e con discrezione preso le distanze da me perché ….. andavano a certe feste delle quali mi rivelarono ove si tenevano, come sopra descritto, e dove si ballava, certo, e c’erano ragazze, certo, carine o bruttine e per tutti i gusti e le possibilità.
Renato in Metropoli c’era già stato, a feste del genere, ma mal organizzate in poco capienti garage, con mangiadischi gracchianti, come del resto faceva una tale (innamorata di Renato, ovvio) Valeria, o Saveria, nel suo garage qui in quartiere. Ma c’erano altri posti: il “potente” (per la gente, in qualità e quantità) Triangolo, qui a 150 metri, struttura appositamente realizzata per questi scopo 15 o 20 anni prima, alla costruzione della villa che l’ospitava. C’era la “Grotta” di una certa Elena Sberze, della quale si narrava la bellezza in tutto il Quartiere (..e io?...io non ne sapevo nulla, preso dalle fiondate o dalle escursioni sempre più solitarie), e poi le mansarde di “Proto”, o di Luigi B., di M****, o delle sorelle G******.
Renato narrava che in Metropoli non c’erano certo solo i garage, ma anche locali più degni, dove fra l’altro si riunivano i suoi amici fascistelli non solo per fare feste, e che alle suddette erano invitate solo le più belle. Ci arrivavano chi in motorino, chi col tram (ma in certe zone periferiche era meglio evitare i mezzi pubblici, meglio avere chi ti dava uno strappo in Vespa 50: quattordicenni come noi ma motorizzati, cosa che in futuro avrà anche per il nostro gruppetto un significato vitale). Difatti ormai eravamo diventati grandicelli, e le sparizioni dei due amici era da un buon anno che andavano avanti. Solo io rimanevo un….bamboccio di dieci anni, con però i segni, abbastanza ridicoli, di una incipiente pubertà.
C’erano, anzi erano il fenomeno del momento, certo seguito al successo di “La Febbre del Sabato Sera”, le discoteche pubbliche, ma bisognava pagare, e poi eri in mezzo ad estranei, e chi ce li aveva i soldi per il biglietto? Renato era di un’altra idea, quella che pareva andare per la maggiore: attrezzarci anche noi di un locale nostro, gratuito, casalingo, aperto solo a gente “fina”, come aveva visto in Metropoli. I locali dei fascistelli, ordinati, con poster (fuorilegge, ancora oggi, per via della vetusta legge Scelba del remoto 1952) del Duce e del Fuehrer, gli ultimi successi sul giradischi, impianti decorosi e potenti; più andanti quelli dei “Cina” [allora la Cina era con Mao Tse Tung davvero “rossa”, NdA], dove ci si tirava le canne, si ascoltavano su giradischi monofonici dischi dei cantautori di sinistra (cioè il 99% di essi!!!!!....poi negli anni ’80 abilmente cambiatisi di casacca, come Venditti) e poster di dichiarata tendenza politica, o scritte sui muri come “Vietato vietare”, “Il potere a chi lavora”, “Okkupazione contro la speculazione”.
Insomma, tutti si facevano il locale e noi no? Renato si sentiva un po’ sminuito dal dover fare sempre il peraltro gradito ospite. Non lo diceva, ma forse lo pensava, che proprio lui, più dotato di mezzi e danari (paterni) di tanti altri come C******* e A*****, che in una stanzetta al piano seminterrato di una vecchia casa alla fine della via avevano comunque il loro “locale”, dovesse fare sempre la figura dell’ospite? Eh no, qui qualcosa non andava. A casa di altri dovevi rispondere a loro, comandavano loro, e noi, che 2 o 3 anni prima nella memorabile “Battaglia del Ponte dell’Autostrada” avevamo stabilito chi comandasse nella via, adesso dovessimo bussare come mendicanti alla “Grotta” o al “Triangolo” o a casa di M**** o di T******* (oggi stimato funzionario assicurativo) petendo un invito che, per carità, nessuno negava, anzi!

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