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cimitero
Scritto da athos
Categoria: Narrativa
Scritto il 17/10/2017, Pubblicato il 17/10/2017, Ultima modifica il 17/10/2017
Codice testo: 17102017123158 | Letto 297 volte

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Cimitero
Non so se vi è mai capitato di entrare in un cimitero verso l’orario di chiusura. A ogni stagione il ci-mitero vive una sua vita diversa. In tarda primavera, quando la luce volge al tramonto e le ombre si al¬lungano, il luogo infonde un senso di pace, quasi che i morti che riposano poco sotto si preparino per la cena e per la notte. E’ il momento di estremo silenzio, dove ti ritrovi solo o con qualche ritar-datario o, semplicemente, qualcuno che vuole assaporare pienamente quell’atmosfera irreale. In estate invece il sole rimane alto ben oltre l’orario di chiusura. In quei momenti l’aria è calda, le foto degli abi¬tanti sembrano che sorridano, quasi si stessero preparando a una serata danzante. Quello che i poeti chiamavano il meriggio della vita, qui sembra trovare conferma. Le persone che ci hanno accompagnato nei lunghi giorni passati, quelle che conoscevamo appena, quelle che ci colpiscono per qualche partico¬lare, sembrano vive, non solo nel ricordo, sembra siano presenti, non in questo mondo, ma in un'altra dimensione dove gli spiriti veleggiano tra di noi, impossibilitati a parlare ma che tutto vedono e tutto odono. E’ forse il momento più intenso, la calma che regna è totale, una differenza abissale con il cla¬more che sta fuori, con il traffico, con l’affaccendarsi degli uomini, con le grida dei bambini che urlano la loro gioia per quello che rappresenta loro l’estate: una festa. In autunno e in inverno trascorrere qual¬che minuto verso l’orario di chiusura ti consola, un immenso letargo che sa che pochi mesi dopo la vita, anche lì, rifiorirà. L’orario coincide generalmente con la metà pomeriggio, diventa presto sera e il tempo spesso non è clemente. Il freddo è pungente, le poche persone camminano speditamente con i baveri alzati e il vapore che emettono si perde nell’aria della sera. Qui, i nostri amici, riposano veramente, dormono, aspettando l’indomani, sperando in un tempo migliore.

L’altra sera sono passato dal cimitero di C. E’ un bel posto, nella campagna. In un grande piazzale si parcheggiano le auto e poi s’intraprende un bellissimo viale alberato. Al termine si trovano le mura e una bella chiesetta antica e ristrutturata. Quanto tempo ho passato nella mia adolescenza su questo viale, sui suoi prati e sul campo da calcio adiacente. Giornate intere, pomeriggi assolati o piovosi. Al caldo, con le cento lire avvolte con un nodo nel fazzoletto per non perderle. Ci potevo comprare tre ghiaccioli o due bibite. Al freddo, tutto imbacuccato, con i guanti e il cappello fatto all’uncinetto da mia madre. Quanti amici con cui giocare al pallone. E rincorse e scalate sugli alberi. Ne ricordo due in parti¬colare. Il Pistacchio, un pino lungo e alto dall’arrampicata non facile. E il Castello, il nostro salotto. Un fulmine aveva tagliato e bruciato la punta e, sulla sommità, il tronco era stato modellato dalla natura a mò di tavolino. Ci si saliva e ci si accomodava tutti intorno, e si parlava e si fumavano le prime sigarette della nostra vita. Per un po’ di anni questo luogo era stato il nostro punto di ritrovo, la parte più im¬portante di un mondo tutto nostro, e ora, dopo averlo visto un po’ più in grande questo mondo, capi¬sco quanto fosse importante. L’adolescenza è la stagione magica per eccellenza, piena d’incertezze e paure ma densa di avvenimenti che rimarranno nella nostra memoria per sempre. Quando saremo vec¬chi, lo notiamo in chi lo è già, riaffioreranno alla memoria e ci sembreranno fatti e storie appena acca¬dute. Uno dei più bei film della storia è Quarto Potere di Orson Welles. Vi si narra la vita di un bam¬bino che farà fortuna. C’è chi parlerà bene di lui e chi esprimerà giudizi negativi, ma nessuno saprà mai che nel suo profondo, il piccolo bambino ormai diventato vecchio, aveva in testa solo una cosa, una piccola slitta con la scritta Rosebud, che gli era stata regalata anni e anni prima quando ancora portava i calzoncini corti e fu staccato dalla famiglia. Le sue radici erano sempre rimaste lì. E su questo viale alberato, quello di cui vi raccontavo poco fa, ci portavo mia madre ottantenne poco prima che morisse. Era un autunno insolitamente caldo, fa¬cevamo un giro tra le tombe e poi uscivamo a passeggiare nel viale. In quei quattro passi tra la natura, riassaporavo tantissimi ricordi.
Come dicevo poc’anzi, prima che mi dilungassi nei ricordi, l’altra sera sono passato dal cimitero. Non vi era nessuno, la luce era ancora abbastanza chiara e si stava bene, non facendo né caldo né freddo. Dopo essere stato a trovare i miei cari, ho cominciato a percorrere a zig zag i vialetti, dove tutte le tombe sono ordinatamente allineate. A un certo punto ho visto la foto di P., un mio amico suicidatosi trent’anni fa. Altre volte ero passato di lì, e avevo rivisto il suo volto, la sua giacca, la data di nascita e di morte. Si era suicidato con il gas la notte di capodanno. Era stato a una festa poi, alla chetichella, sparì. Tutti lo cercarono. Lo trovarono la mattina dopo nei boschi di un paese vicino. I sedili ribaltabili stesi, sdraiato come se dormisse, aveva chiuso i conti con il presente. Un gesto preparato, studiato nei minimi dettagli. La sera prima disse a chi era con lui di non lasciare i cappotti in auto, ma di depositarli nel guardaroba della discoteca. Fu uno dei miei primi amici da adolescente. Abitavamo vicino e la dome¬nica andavamo nei boschi dietro casa a correre e tirare sassi. Poi, con il passare degli anni, lo persi di vi¬sta, per ritrovarlo poco prima del tragico gesto. Rammento, con un sorriso carico di nostalgia, una volta che andammo sul lago di Como. Mentre viaggiavamo in galleria, lui e un altro amico si sporsero dai fi¬nestrini e lanciarono un grido fortissimo, un “OOOOHHHHHHHHH” come di liberazione che l’eco amplificò alla massima potenza. Il suo suicidio costernò tutto il popolo dei ragazzi. Avevamo 23/24 anni, il gruppo era unito ed effervescente e la vita sorrideva. Rimarrà, come quasi tutti i suicidi, un mi¬stero. Nulla aveva fatto trapelare ciò, né malattie né depressioni né comportamenti strani. Anzi, di lui mi ricordo una forte dose d’ironia, che a quell’età è difficile da trovare. Era l’antidoto, non sufficiente, a qualcosa di più profondo. E una grande allegria, con il senno di poi, un po’ disperata. Era soprattutto una persona gentile.
Un po’ turbato ho continuato il mio giro. La memoria ha cominciato a funzionare a ritroso, al tempo della mia gioventù, quando tutti camminavamo insieme, progettando il sabato sera o le vacanze estive. Ci sono giorni che i ricordi sembrano lontani, come se i vent’anni non fossero stati vissuti qui ma in un altro pianeta, un’enorme massa di terra lontana anni luce, che poco alla volta nel suo incredibile e mera¬viglioso viaggio, era arrivata sin qua, sino a oggi. E in questo lunghissimo eppur veloce viaggio, aveva perso alcuni membri, chi per propria volontà, chi per fato avverso.
E ho ricordato, a memoria, una delle più belle e struggenti canzoni dei Joy Division, uno dei miei gruppi giovanili preferiti. Le parole di Ian Curtis, morto suicida a soli ventitré anni, sembrano un testa¬mento.

Ecco i giovani uomini, un peso sulle loro spalle
Ecco i giovani uomini, dove sono stati?
Abbiamo bussato alle porte delle camere più scure dell’inferno
Spinti al limite ci siamo trascinati a forza
Guardati dalle quinte mentre si rifacevano le scene
Ci vedevamo come non ci eravamo mai visti
Il ritratto dei traumi e delle degenerazioni
Le pene che avevamo sofferto e di cui non ci eravamo mai liberati
Dove sono stati?
Stanchi dentro, adesso i nostri cuori sono persi per sempre
Non posso rimpiazzare la paura o l’emozione dell’impresa
Questi rituali spalancano le porte al nostro vagabondare
Aperta e chiusa poi sbattuta sulla nostra faccia
Dove sono stati?

Ho visto la foto di C. un bel ragazzo un po’ più giovane di me che a ventisette anni si è tolto la vita calandosi un sacchetto di plastica sulla testa. Ventisette anni, il traguardo finale di tante rockstar. Una morte abbastanza violenta e voluta, dove anche i più antichi istinti di conservazione erano spariti. Non lo conoscevo bene, perché frequentavamo altre compagnie, mi ricordo però che era una persona gen¬tile.
Poco vicino abita V., anche lui si è tolto la vita. Circa nello stesso periodo degli altri ragazzi. Un’ecatombe, una catastrofe giovanile. V. lo conoscevo solo di vista, un ragazzo taciturno e serio, e anche lui era una persona gentile.
Nonostante oggi abbia più padronanza di linguaggio e di pensiero, per affrontare i perché di tanti gio¬vani che decidono di farla finita, non riuscirei lo stesso a dare una risposta tanto è grande, incredibile e incomprensibile il gesto compiuto. Di tutti ricordo una gentilezza, una mitezza essenziale, una certa ele¬ganza nel proporsi. Personalità schive, delicate, un po’ fuori dagli schemi calcio e discoteca che incana¬lavano la maggioranza dei ragazzi. Questo, e solo questo, è il quadro che posso permettermi di dipin¬gere, oltre a inginocchiarmi dinanzi a una domanda immensa a cui non saprò mai rispondere.
Mancava ancora un po’ di tempo alla chiusura dei cancelli. Non vedevo problemi, perché una campanella avrebbe av¬visato cinque minuti prima della chiusura dei cancelli. Per maggior sicurezza, c’era anche un grosso tasto rosso che mi avrebbe permesso di riaprirli una volta chiusi. Era già accaduto quando portavo mia madre nelle passeggiate serali.
Proseguii in questo tour della memoria. Una memoria collettiva che mi riportava ai giri che facevo con mio padre per il cimitero di L. Mi raccontava le storie, gli amici, gli intrecci in vita delle persone. Fili invisibili e immaginari legano queste tombe, da un capo all’altro del cimitero, storie immortali e spesso dimenticate.
Passo da dove è sepolta F. morta di malattia a ventisei anni. Una bellissima ragazza che rividi ormai malata e gonfia in una scuola per le votazioni. Come ci rimase male quando non la riconobbi e ci ri-mango male anch’io, ancora oggi, che ne sto scrivendo. Un male incurabile la portò via mentre sbocciava. E poi i due fratelli C. morti giovani a distanza di pochi anni e A., morto di droga e G. morto in un incidente stradale.
Vorrei che ci fosse installata una telecamera nella piazza e nel bar del paese che avesse ripreso tutti i giovani che la frequentavano. Per capire com’era quell’epoca, per capirne e carpirne i discorsi, le gioie, le incazzature, le speranze. Per rivedere chi non c’è più. Per rivederci tutti quanti, giovani e forti, che abbiamo fatto un pezzo di cammino della nostra vita, forse il più importante, dove ogni giorno era di¬verso e il mondo era aperto davanti a noi. Per rivedere, come in un gigantesco microscopio, le nostre dinamiche sociali, prima che fossimo assorbiti da quello che comunemente si chiama vita.
Mi sono detto che per oggi va bene così, sento trillare il campanello e tra cinque minuti il cancello si chiuderà automaticamente.
Con un senso di pace, facendomi il segno della croce e alzando la mano in segno di saluto a tutti gli abitanti, esco sul viale alberato.

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