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rosita
Scritto da athos
Categoria narrativa, genere
Scritto il 17/10/2017, pubblicato il 17/10/2017, ultima modifica il 17/10/2017
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Commenti (1) Riconoscimenti Condividi Altri testi di athos Codice testo: 17102017143755
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Nota dell'autore: La perdita della mamma non lascia la piccola Rosita davanti a un dolore immenso, che supererà con l'aiuto della famiglia

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Rosita
“Tutto torna. La mamma è tornata nella Casa del Signore” disse il sacerdote dopo la benedizione. Il cimitero era affollato, e un via vai di persone passava davanti alla tomba. Rosita era bellissima nel giub¬betto chiaro sopra la gonnellina scozzese. Aveva gli occhi gonfi di una bimba di cinque anni cui era stato strappato il bene supremo. Occhi che di anni sembrava ne avessero cinquecento, che avessero visto tutto il bene e il male del mondo e che sapessero, nella loro innocenza, ogni cosa. Si aggrappò con più forza ai pantaloni di suo padre, piangendo sommessa. Allora il papà la prese in braccio per farla sentire più protetta. Si guardò intorno ad osservare la lenta processione che arrivava dinanzi a lei, a ren¬derle omaggio, quasi fosse una regina. Tanti baci e tante carezze. Il lento commiato proseguiva, lei osservava la fila di persone che dopo averli salutati, silenziosamente usciva dal portone, fino a che rima¬sero lì, soli, con qualche parente stretto a osservare il tumulo di terra e la foto sorridente della mamma in un giorno felice. Il suo viso dolce, incorniciato dai capelli castani leggermente mossi, con quello sguardo che l’avrebbe comunque seguita per tutta la vita. Era stanca Rosita, sballottata in una realtà che ancora non conosceva. Il padre la sciolse da quell’abbraccio, e mano nella mano tornarono verso l’uscita. Erano stati duri gli ultimi tempi, un cammino irto di angosce e speranze naufragate, dottori, infermieri, specialisti, ospedali, parenti, un turbinare di persone e situazioni che la piccola percepiva come buone e positive, nel tentativo di salvare la sua mamma. Da tanto tempo non faceva più i capricci della sua età, giocava con il peluche che avevano preso una domenica di settembre e che era il suo angelo custode nel lettino.
Passò un po’ di tempo e Rosita cominciò ad andare a scuola. Papà era premuroso, la portava sempre in giro, e ogni sera con lei guardava i cartoni animati o qualche film per bambini. Ritagliava ogni momento della sua dura vita per la figlia; il direttore della fabbrica, dove lavorava come tecnico, era stato gentile con lui e aveva trovato il modo per permettergli di fare ore di permesso straordinarie. Ogni tanto veniva a tro¬varli Greta, una signora che diceva di essere collega di papà. Una donna carina e minuta, le portava caramelle e piccoli pettini e la sera le leggeva qualche favola prima di andare a dormire. Era contenta Rosita di quelle carezze serali, del bacio della buonanotte, di come spegneva la luce e socchiu¬deva la porta. Dormiva serena, ogni tanto pensava alla mamma e quando era un po’ triste, papà la abbracciava e poi la sollevava lanciandola verso il cielo. A volte chiamava Greta al telefono, e la piccola si divertiva a ripetere con lei filastrocche e canzoncine.
Ormai la signora era una presenza costante nella casa, la domenica a pranzo cucinava e poi uscivano a passeggiare per le vie della città. Andavano anche al cimitero e ogni volta Rosita chiedeva com’era la Casa del Signore, dove la mamma era ritornata. Tante mattine, quando papà la svegliava, Greta era già lì per aiutarla a lavarsi e vestirsi. Un giorno suo padre se la mise sulle gambe e le chiese:
“Rosita, ti piacerebbe se Greta venisse a vivere qui con noi? La vedremmo tutte le mattine quando ci svegliamo e ti farebbe la pasta al pomodoro che ti piace tanto.” La bambina sembrò stupita a quella domanda, lo guardò con lo sguardo serio che solo i bimbi possono mostrare e gli disse “Si papà, e mi racconterebbe tutte le sere la storia di Mailong!” Il padre ora sapeva che poteva ricostruire una famiglia. Guardarono la foto della mamma, sapendo che sarebbe stata sempre presente in quella casa, che il flusso della vita, per quanto impetuoso, non avrebbe mai cancellato la sua memoria.

E così dopo qualche tempo la famiglia tornò a essere composta di tre persone. La vita era diventata più bella, anche se gli occhioni di Rosita a volte erano arrossati, quando pensava alla mamma che era tor¬nata alla casa del Signore. Quelle parole erano come un mantra, si erano fissate nella memoria in maniera indelebile. Non ne parlava con nessuno di questo fatto, però erano sempre lì, in un limbo, come parcheggiate in un sonno leggero che ogni tanto la svegliava.

Un giorno papà armeggiava con una strana custodia, ne estrasse uno strumento e glielo mostrò.
“Ti piace? Era il violino che suonava la mamma.”
“Bello papà” rispose toccandolo “ lo suonerò anch’io quando sarò grande.”
“Allora se lo vuoi suonare bisogna subito cominciare a prendere delle lezioni! Così tra qualche anno farai concerti nei più famosi teatri del mondo.”
“Bellooo, quando cominciamo?”
“C’è tempo cara, intanto studierai e spero tanto che ti piaccia.” Gli rispose suo padre accarezzandogli la testolina.
Cominciò quindi a frequentare un piccolo corso per allievi violinisti. All’epoca Rosita aveva otto anni ed era il momento giusto per intraprendere lo studio di uno strumento. A quell’età la capacità di com-prensione unita all’istinto è al massimo della sua potenzialità. Con qualche prova si poteva intuire se la bimba avesse un orecchio musicale.
I primi riscontri furono positivi; Rosita aveva una certa predisposizione per la musica, era intonata e memorizzava facilmente i primi insegnamenti.
Il violino fu risposto nella sua custodia, in attesa di tempi maturi.

Passarono un paio d’anni. La famiglia era unita e affiatata, Greta e Rosita si volevano molto bene e facevano sempre delle lunghe camminate, passando per il cimitero dove Rosita si chiedeva sempre com’era la casa del Signore, dove tutto torna e dove era tornata anche la mamma. Ormai erano passati cinque anni e non l’aveva mai dimenticata. A settembre avrebbe cominciato la prima media, e tra le tante materie ci sarebbe stata anche l’educazione musicale, dove avrebbe imparato a suonare il violino.

Il cambio d’istituto non le creò problemi. Era diventata una bella ragazzina mora, alta e spigliata. Stu-diava con profitto, aveva tante amiche e tutte le difficoltà dell’infanzia erano lontane e superate.
La materia che preferiva era la musica, poiché le faceva ricordare la mamma. Ogni volta che prendeva lo strumento, la sentiva vicina e le note, che con il tempo erano più precise e prolungate, sembravano avessero la sua voce. Era stata fortunata, perché come insegnante le era stata assegnata la professoressa Letizia O. che l’aveva presa subito in simpatia. Faceva passi da gigante e quando tornava a casa, era sempre contenta.
“Greta oggi ho imparato a usare il secondo dito, sono molto più avanti dei miei compagni e poi... ”
Entrò un giorno trafelata in casa.
“Oh piccola, spiegami bene perché di musica ne capisco poco” le rispose Greta.
“... e poi Letizia mi ha detto che ho l’orecchio assoluto, e cioè che distinguo subito le note” esultò la ragazzina.
“Bravissima, è davvero in gamba Letizia, ti segue in tutto e per tutto.” di rimando.
“Sì, mi ha detto che un giorno suonerò alla Scala di Milano” rispose Rosita.
Un accordo tacito tra le due aveva sancito che non l’avrebbe mai chiamata mamma. Non c’era un motivo particolare, venne tutto con naturalezza; Greta aveva la fiducia di Rosita anche quando la riprendeva.

Un giorno suo padre andò a parlare con Letizia, voleva accertarsi sui progressi della figlia, e se vera-mente avesse potuto avere un futuro in campo musicale. La risposta che gli diede la prof lo confortò, perché gli disse che era molto portata per lo strumento, aveva una grande musicalità e una predisposi-zione naturale ai movimenti delle dita sulle corde. Bisognava attendere la terza media per decidere se farle frequentare il liceo musicale o, meglio ancora, il conservatorio. L’uomo si commosse, perché rive¬deva nella figlia la passione che aveva avuto la moglie. Pregò la prof di seguirla sempre, per lui era una questione molto importante.

I giorni passavano e Rosita progrediva costantemente. Era di un’intelligenza fine, brava in tutte le mate¬rie. Ogni sessione di scrutinio i professori le assegnavano ottimi voti con l’acuto del dieci in musica. In terza media fece un concorso sul lago Maggiore e lo vinse con la votazione di 99/100. Ormai era tempo di decidere a quale scuola iscriverla. Una scelta sempre difficile.

Letizia consigliava sempre di mandarla al conservatorio, perché la ragazzina ormai aveva raggiunto una padronanza di strumento notevole, una conoscenza degli spartiti non comune e, soprattutto, aveva una grande passione. Inoltre c’era sempre quel violino che riposava, che aspettava il momento di essere suonato; era un traguardo ancora lontano ma indicava la strada da percorrere. I due genitori erano favo¬revoli a questa strada e la ragazzina ne era felicissima.
E questa fu la decisione finale.

Arrivò il mese di giugno e a scuola era tutto un fermento per il saggio finale. Si tenne un venerdì sera presso un teatro vicino. Fu una gran festa, professori, genitori, studenti e semplici conoscenti si ritrova¬rono per due ore di musica, dove gli alunni delle terze davano l’addio alla scuola media e si lanciavano verso il futuro. I ragazzini erano diventati ragazzi, e avrebbero abbandonato quella fase ancora adole¬scenziale per proseguire in studi mirati. Ne era passato di tempo, e Rosita era molto emozionata.
Il saggio fu bellissimo, suonarono musiche di Verdi e Rossini e l’applauso fu un boato da stadio. Tutti felici, anche se gli addii sono sempre traditori. Un’epoca si chiudeva, il mondo fuori non era più difficile ma sicuramente più complesso.
Era arrivato il momento dei saluti.
“Letizia, la ringrazio di cuore per tutta la pazienza che ha avuto, per tutto l’affetto e l’amore che mi ha trasmesso e per tutte le nozioni che mi ha inculcato, per tutti i compiti, gli esercizi che mi ha fatto fare. Grazie, non la dimenticherò mai.” disse Rosita abbracciando la prof.

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