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DIARIO DEL PONTE
Scritto da paolo s.
Categoria: Epistolare
Scritto il 17/09/2018, Pubblicato il 17/09/2018 22.01.17, Ultima modifica il 17/09/2018 22.01.17
Codice testo: 179201822116 | Letto 87 volte

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Trascorso oltre un mese dal crollo di Ponte Morandi, scrivo osservando dall'angolo più a sud del mio terrazzo lo stagliarsi all'orizzonte del fondo valle quel buco terribile, lo spazio aperto fra i due monconi rimasti. Non c'è più quel camion, che per giorni ha rappresentato il simbolo di una tragedia annunciata, su un pezzo di autostrada che finisce nel vuoto, come cristallizzato in un viaggio che non terminerà mai.
Il pezzo crollato ha aperto la visuale su uno squarcio di mare, della cui vista ho sempre sofferto la mancanza. Vedo il mare adesso, ma ne farei volentieri a meno. E' stupefacente come ci si abitui a tutto, anche alle cose peggiori, quando esco sul terrazzo non succede più come nei giorni del crollo, quando trascorrevo lunghi minuti a guardare il ponte abbracciato a mia moglie, con la gola chiusa da un macigno e le lacrime a fare capolino.
Gli occhi ormai sono abituati, la mente no. Cambiando angolazione da altri punti della valle, percorrendo strade insolite, ti ritrovi a osservare il ponte da altra prospettiva e lo stupore ritorna davanti all'enormità della tragedia. Se ti avvicini per capire quanto gigantesche siano le macerie e i pezzi di strada crollati, i monconi ti ricordano l'assurdità di certe altezze e torni a chiederti quanto possa essere stato terribile la caduta di quelle quarantatré persone che il ponte ha portato giù con se, quanto grande il loro terrore, il nodo alla gola si ripresenta insieme al pensiero di quanto sia ingiusto il destino che li ha fatti trovare lassù alle 11,36 del 14 agosto.
Provo a spiegare come si vive qui, adesso che c'è sempre più silenzio e i mezzi di soccorso sono andati via. Dopo oltre un mese dal crollo Genova è un'altra, la Valpolcevera è diventata un'entità separata dal resto della città, il torrente, da cui la valle prende il nome, porta con se ricordi di tragedie passate e mai dimenticate, come l'esondazione e conseguente alluvione del 1970 che mi vide spettatore ignaro mentre al rientro dal cinema percorrevo sotto il diluvio la strada che fiancheggia il torrente senza accorgermi, a causa del buio, che il livello dell'acqua aveva raggiunto il bordo del muro di contenimento. Dall'alto della mia finestra con vista su una piccola valle laterale dove scorre un affluente osservai decine di auto trascinate dalla piena accavallarsi una sull'altra nella curva successiva, vanamente inseguite dai proprietari con rischio enorme per la loro incolumità. Da un'industria chimica più a monte, una piramide gigantesca di bidoni, fortunatamente vuoti, erosa alla base dalla furia dell'acqua, riempì il torrente con una multicolore invasione di natanti alla deriva. Dal cimitero ancora più a monte iniziarono a vedersi macabri segnali di una furia senza alcun rispetto né pietà, le prime ad apparire furono croci di legno estirpate dalla loro sede, portando verso il mare il nome degli impotenti proprietari, ma quando apparve una piccola bara bianca seguita da altre più grandi e scure la disperazione divenne incontenibile. Urlai e piansi battendo i pugni sul vetro della finestra per destarmi da quella rabbiosa allucinazione visiva.
La valle è una città nella città con i suoi sessantamila abitanti tagliati fuori dal resto e semi-isolati. Non è solo la mancanza di quel pezzo di autostrada, delle sei strade che collegano gli altri quartieri quattro passano sotto il ponte e adesso sono chiuse. Si può raggiungere il centro città solo in autostrada o attraverso una strada lunga e tortuosa che scavalca la zona collinare per scendere verso la costa. Gli abitanti di questa zona collinare hanno combattuto anni per liberarsi dal traffico pesante e dall'inquinamento causato dai camion. Ci sono riusciti nel 2017, e adesso per una sorta di contrappasso dantesco, devono sopportare un traffico moltiplicato all'ennesima potenza. Il tratto di ferrovia locale che collega tutti i quartieri della Valpolcevera e prosegue per i paesi dell'entroterra fino ad alcune località del basso Piemonte è ostruito dalle macerie del ponte, qui passano anche i convogli merci che trasportano i container verso il centro di smistamento di Rivalta, adesso sono i Tir che provvedono al trasporto causando intasamenti e inquinamento che avvelenano l'umore e la salute
La caduta del ponte ha creato una barriera che divide la città, spaccando il modo di vivere dei genovesi. C'era un prima e c'è un dopo. Nel dopo la vallata si ritrova già in coda alle prime luci dell'alba, si prova a cambiare orari e abitudini, si prova ad anticipare, ma quando in migliaia fanno la stessa cosa gli effetti si annullano e si coinvolge il resto della città a sud del ponte, Sampierdarena, Cornigliano, Sestri Ponente, in un immenso gorgo che mette a dura prova cittadini e attività lavorative.
Dopo oltre un mese continuiamo a parlare del ponte, sempre del ponte. Che soluzioni studieranno per venirne a capo, cosa e quando ricostruiranno, quanto ci impiegheranno, quali strade saranno finalmente aperte. L'apertura delle scuole porterà inevitabilmente altro caos causando ulteriori difficoltà a chi si muove per lavoro, come assistere compiutamente coloro che abbisognano di cure mediche. Nella valle è presente un ospedale di medie dimensioni che copre anche paesi dell'entroterra appenninico, i maggiori ospedali che garantiscono totale copertura per qualsiasi tipo d'esame o cura, come anche l'ospedale pediatrico, sono tutti al di là del ponte. Le Case della Salute che forniscono assistenza ambulatoriale utilizzate costantemente da migliaia di persone, le maggiori sono anch'esse oltre il ponte. Una situazione talmente assurda che in tanti preferiscono rivolgersi alle strutture sanitarie del basso Piemonte, Novi Ligure e persino Alessandria, più distanti ma più veloci da raggiungere utilizzando l'autostrada per Milano.
Questo che stiamo attraversando sino a metà ottobre è il periodo delle grandi piogge, storicamente Genova ne ha ricavato spesso alluvioni devastanti come quella del 1970 e altre più recenti, quindi siamo tutti in apprensione e se fosse dichiarata l'allerta rossa si materializzerebbe l'incubo peggiore.
Ci muoviamo meno e acquistiamo solo il poco necessario, la cronaca locale sottolinea il grido di dolore dei commercianti che lamentano incassi inferiori del trenta per cento, oltre alla difficoltà di ricevere le forniture necessarie per tenere in vita la loro attività, “Non c'è più passaggio” dicono “ i clienti locali acquistano solo sotto casa. Abbiamo sei mesi di vita”. I grossi centri commerciali parlano già di riduzione del personale.
Conosco persone che meditano di cambiare lavoro e perfino città, svendendo le case ancora più svalutate di quanto non lo fossero già, le solidarietà che arrivano da tutte le parti e ti invitano a resistere fanno piacere, ma quando conosci il posto dove sei nato e vissuto sai quanto sia difficile e complicato convertire le speranze in realtà diverse. Senti parlare o leggi di future opportunità e riqualificazioni territoriali con le quali i politici vanitosamente fanno passerella per lucrare consensi e seminare inutili speranze. Un patetico “dejà vù” in una valle cementificata dove le dequalificazioni sono sotto gli occhi di tutti e le speranze hanno perso la via di casa. Il desolante palleggio fra le autorità locali e quelle centrali, sulle diverse competenze da assegnare per la ricostruzione del ponte e la gestione delle autostrade è un ridicolo ping-pong, frantuma e irride le speranze di tutti che vogliono vedere il progetto pronto e i cantieri aperti.
Levataccia stamane, essere presente all'ingresso della nipotina nella nuova scuola per frequentare la prima media ripaga ampiamente del sacrificio. Non c'è selfie che tenga, ammirare dal vivo l'entusiasmo di un volto radioso che si presta ad affrontare una tappa fondamentale per la sua crescita e la sua formazione è un'immagine che rimarrà impressa nella memoria per scaldare il cuore e distogliere momentaneamente la lugubre visione dei monconi sullo sfondo.
Piccolo e insignificante diverbio col preside sulla regolare imposizione dell'orario d'ingresso, al contrario dei presidi delle altre scuole circostanti che hanno scelto di dilazionare l'entrata in orari più comodi per consentire agli alunni provenienti da oltre il ponte di evitare pesanti sacrifici. A mente fredda trovo giustificata e opportuna la decisione, ripristinare fin da subito la normalità di un impegno così gravoso è il modo migliore per superare l'emergenza di questi tristi giorni. La scuola dista poche centinaia di metri dal ponte, dalle finestre a sud non ci sono ostacoli che impediscono la completa visione dei monconi e gli alunni saranno fra i primi a vederne la demolizione e l'inizio della costruzione del nuovo ponte. Quale miglior viatico per osservare con l'innocenza dei loro sguardi l'approssimarsi di un futuro migliore del nostro?

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