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IL VOLO DEL CONIGLIO
Scritto da Domenico De Ferraro
Categoria narrativa, genere
Scritto il 18/10/2017, pubblicato il 18/10/2017, ultima modifica il 18/10/2017
Letto 48 volte

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Nota dell'autore: IL VOLO DEL CONIGLIO

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IL VOLO DEL CONIGLIO

l’immagine di me che vivo, vaga per altre dimensioni ,verso qualcosa che trabocca dal vaso ,assieme alla morte di un tempo trascorso , parole che espresse in fretta prendo il sopravvento e volano oltre l’inimmaginabile realtà che fugge dalle mani di un dio ,chino sul suo tempo, chino sulla sua esistenza.
Resto nella mitologia di un giorno troppo vecchio per correre dietro al vento che soffia da ponente e giunge gemendo attraverso l’inferriate dei stretti balconi arrugginiti ove gerani penduli nel vento salutano le nuvole , l’ isole lontane nell’eco del mare che entra fin dentro casa ti lascia perplesso nel pensiero di altre avventure.
Sepolto sotto un faggio ove il sole entra ed illumina i rami, illumina le foglie che pendule salutano l’autunno, uomini che cambiano nome , cambiano nel corso della natura. Ed i prati sono verdi, silenti come la pelle di una vergine ignuda ,distesa su un manto di idee in un luogo sconosciuto ove cresce l’erba del peccato che s’arrampica lungo i muri screpolati, vecchi e solinghi figli di secoli passati che hanno visto tante vite , nascere e morire.

Ho fatto finta di vivere poi sono diventato un altro come un gabbiano, volo alto nel cielo mi libro nell’azzurro cerco di afferrare l’insignificante nome che segue questa sorte. Volo ed oltre vado domandomi cosa sarò domani , cosa sarà questa vita che mi prende per mano e mi porta lontano, oltre ogni intendimento, oltre ogni fine divento me stesso ,divento ciò che non credo più ed oltre ramingo ,inerme, stupito da tanto male muoio e rinasco in una idea che non ha più sostanza.
Il prato diventa nero, quasi oscuro le ombre lasse, festeggiano bagnate dalla brina, si rincorrono ridenti, amiche , antiche, ingrate ombre di questo tempo che non regala nulla , ed i fumi delle ciminiere, le auto che passano veloci portano tante vite con se , la citta grassa sempre più grassa ,malvagia divora se stessa, si veste di glorie ed incubi che fanno brillare le stelle cineree, chimere meretrice, esistenze disperse in mezzo ad piazza all’incrocio d’ un viale alberato ove s’incontrano i passanti ove alcune coppiette si baciano poi tutto finisce come ieri anche oggi il giorno ha rubato una parte di noi che viviamo una vita in attesa che qualcosa cambi per davvero.

Ho ricorso me stesso la mia morte matrigna, misogino, genuflesso nella specie equestre, trullato, amuccunato dentro ad un ghirigori di forme, faccio lo gnorro e non riesco a cagnare chelle che ho visto o solo una parte di chelle che ho sognato, chelle che ho sperato se ne ito con il vento che mi ha lasciato sulo , miezzo ad una via , assieme alle mie paure assieme a milioni di persone uguali ,identiche a come l’avevo immaginate ed e bello guardare dentro l’anima delle persone , perdersi dentro uno stuolo di pensieri che ritornano , amano, corrono, fanno finta d’essere qualcosa che non ha più tempo, il cuore della gente batte forte, alcuni fanno finta d’essere vivo di volgere ad altri intendimenti che immemori di memorie passate , emergono dalle viscere della terra , si formano , si fanno ad immagine e somiglianza di una specie che non ha peccato non ha mai morso la mela caduta dall’albero della vita.

Ed il prato e gli alberi in festa con i colori di una stagione che volge al termine si confondono con il cielo ed il vento lusinga gli uomini l’annega dentro il bicchiere di un vecchio ubriaco che si scola tutti i dolori in un sol colpo, in un sol sorso , peccati, errori commessi che scendono dentro il suo corpo, annegano nel liquido gastrico , confusi dentro aggrovigliate budella , allucinati metamorfosi , cianciose , cispose ove due sposi si dividono un desiderio , si dividono quell’amore che li ha resi unici figli di una storia forse a lieto fine ,figli di un giorno breve che cade goccia dopo goccia sul cranio pelato di un vecchio prete di provincia. Il prato continua ad essere oscuro ,silenzioso , come un cespuglio di rose bagnate dallo scendere della pioggia.

In molti a scuola mi chiamavano coniglio, figlio della sorte, figlio di una donna venuta oltralpe, bionda e selvaggia , generosa nelle sue forme nei suoi modi di fare , falsa nel coito , finta nel dire ti amo, scaltra nel bacio che ti stende nel buio di una alcova. Mi chiamano coniglio , credulone figlio di un ubriacone, credevo nel destino nelle carte da gioco , nel bacio di una donna travestita da tarantola che si bagna nel mare ed ignuda , ama viaggiare per terre lontane su di una nave che la porterà oltre quel suo sogno di bambina perduta per mano tra le strade affollate divenuta poi madre di un bimbo di nome coniglio.

I templi diventa sempre più un rifugio di anime ingrate , gente che vive sugli alberi , gente che vola nell’aria oscura , aggrappato ad un gabbiano ad un nero pipistrello dall’ali grande come una vela di un veliero che si muove sulle onde , si muove lenta come le parole della signora seduta fuori il bar vicino al mare, vicino alle onde che corrono a riva , s’infrangono sugli scogli , sulla carcassa di un cane portato dalle correnti , incastrato tra anfratti spigolosi , sinistri , tutto muta come l’alito del vento che attraverso le fessure e gli epigoni della nostra memoria. La signora continua ad avere un atteggiamento irrequieto , forse benpensante ha le bracci scoperta il seno che balla , sotto gli occhi dei passanti ignari di cosa la sera l’aspetta , di cosa succederà dopo quel bacio dato al suo amante di nascosto tra la folla. Corrono le carrozzelle colorate , corrono si alzano in volo portano le coppie d’innamorati, verso il paradiso, verso quello che desiderano ,mentre la signora s’accende una sigaretta e sorseggia il suo martini ghiacciato. Molti amano aspettare prima di dirsi liberi , prima di sentire l’odore del loro compagno , di sentire il cuore della folla che gli sta intorno , immersa nella notte profonda qualcuno ingoia un bel sorso di veleno comprato con l’amore venduto.
Ho paura di farmi vedere in giro sotto queste sembianze, essere un coniglio con lunghe orecchie, denti enormi , un cuore che batte cosi forte ,piccolo caldo , morire poi rinascere , tutte scemenze , penso tra me , mentre incrocio lo sguardo della bella signora ,seduta fuori il locale , mentre incrocio il suo passato ed il suo vissuto io mi trasformo in un mostro , forse in un uomo qualunque. Forse sono morto, forse non sono mai esistito e mi fingo di essere un coniglio solo per inventarmi una bella storia. Forse sono ciò che sono , con tutti i miei difetti ,inetto, incapace di amare e di giungere ad una sana conclusioni in questo sistema atipico che mi trasforma in un coniglio che ama ballare la tarantella e ci metto tutto il mio , voler essere diverso ed ignaro di tanta stupidaggine , piano piano m’invento la migliore parte da recitare in questo stupido dramma.

Il lungomare dalla pelle di serpente incanta ed ammalia ti sussurra dolci note ti fa l’occhiolino , mangiando un tarallo nzogna e pepe , bevendo una birra tutta d’un fiato , tutto passa e con esso le tasse da pagare, con tutto quello che rimasto in fondo al bicchiere , si continua a parlare a volare a fare finta d’essere vivi , vinti dall’angherie di un mondo senza domani ,senza ideali con le scarpe rotte , andremo dove ci porta il buon senso ,dove vorremo essere aldilà dei tanti dubbi ,ombre che assediano il nostro spirito che si fanno beffe delle nostre virtù ,vinti dal modo di dire dal senso d’essere insignificanti , in quel gioco crudele tra l’essere e l’avere.

Ho trovato giovamento conoscere me stesso , conoscere il senso che anima il mio pensiero ed assume a volte quelle strane sembianze , ridicole come stare sopra una bicicletta e pedalare contro una marea di persone o andare indietro come un gambero , conoscere poi fermarsi a guardare cosa è successo a quello strano tipo senza capelli , accidente mi dico ma quello ero io, cosi entro dentro un bar zeppo di gente osservo la signora con le gambe incrociate, bella dalle gambe vellutate , dal corpo tondo come il mondo che fa ruotare il sesso , muovere le parole che pronuncia e sbocciano con i suoi sorrisi. E mi dico son folle a non capire che la vita a volte può essere generosa . Tanto vana a volte questa vita cosi entro a bere una birra in compagnia delle mie disgrazie , sorrido come un coniglio , sventolo le mie orecchie , muovo la coda , saltello, divoro un panino, due ed il barman per poco non mi spara addosso ed io faccio l’indiano gli mostro la mia carta d’identità gli narro la mia storia assurda. Lui dopo averla ascoltata , mi tira una pacca sulle spalle e si mette a piangere sul mio latte versato ed io vorrei piangere anch’io , perché sono brutto , tanto cretino da non capire che anche per me c’è un cuore che batte che mi cerca , che c’è un isola felice anche per me ,una tana calda ove poter fare tanti figli , una tana , un amore lesto per me che mi chiamano coniglio e che coniglio non sono.
Fuori c’è tanta nebbia, un freddo che ti entra dentro le ossa , ti fa battere i denti ,file di turisti ben vestiti scendono dall’autobus ,scendono mano nella mano, chiamandosi per nome ed il cielo sembra un fazzoletto sporco di sangue sporco di mucco che cola dal naso del bimbo che vuole dormire tra le braccia della sua mamma, una fila interminabili di uomini e donne d’altri luoghi , d’altre terre d’altri tempi che si stringono intorno a questo cuore a questo uomo criticato, malmenato. Si stringono intorno al vecchio intorno alla sua morte a quella di un commesso viaggiatore, intorno ad un povero coniglio, chiamato uomo.

Esco dal bar nervoso più del solito , sembro un coniglio incavolato ho lasciato la mia vita nelle mani di un barman nelle mani di quella donna seduta fuori quel locale su lungomare ed io non conosco il suo nome e non conosco cosa m’aspetta .Se sarò svelto con la mia pistola sè mostrerò d’essere buono oltre ogni morale, anche il mio aspetto finirà per cambiare, per essere simile a tanti altri a tante forme , figure, personaggi di questa assurda storia in cui cresce la mia rabbia, la mia volontà d’essere migliore d’essere un altro e non un povero coniglio preso a calci dalla gente che passa e se la spassa a spesa dei più deboli .
Da dentro i fossi , dalle fogne escono fuori tante storie e l’aria si fa più respirabile il vento ti accarezza il viso ti scompiglia i capelli , le navi grandi come edifici pubblici , monti, nuvole vane, un cielo che a sera ti promette un amore mai posseduto. Le guardie s’aggirano pronte ad arrestare i malfattori , mentre un vecchio contrabbandiere vende la sua esistenza, mezzo ai tanti pacchetti di sigarette. Il lungomare ingoia ogni cosa , ingoia la signora seduta fuori il locale , lei cosi bella da far arrossire perfino un omosessuale , cosi dolce come la ciaccolata calda , cosi irraggiungibile ,che genera geni, cavalli alati, gnomi vestiti a festa, cavallerizzi bizzarri che domano ippopotami imbizzarriti , tutto va come deve andare, come il mare che conosce le vite degli uomini , come me stesso , solo con tutto l’orrore acquisito mai venduto ad altrui , mai reciso, mai più con quella faccia di coniglio , entrerò dentro un bar piccolo e zeppo di gente che nasconde una porta che conduce a quel immaginario lungomare della mia giovinezza.

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