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LA REALTÁ APPARENTE
Scritto da pennanera
Categoria: Narrativa - Altro
Scritto il 18/03/2018, Pubblicato il 18/03/2018 19.01.22, Ultima modifica il 18/03/2018 19.01.22
Codice testo: 183201819121 | Letto 125 volte

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LA REALTÁ APPARENTE



Non era ancora successo.
Finora quel tipo di paura non si era manifestato.
Ci pensava spesso, ogni giorno, quasi ogni ora e non riusciva a controllare questa sua debolezza che lo rendeva estremamente sensibile, debole, incapace di reagire, voltare pagina e iniziare un altro capitolo.
Eppure non c’era nulla di strano nel suo guardare.
Sul terrazzo il sole curiosava tra i colori dei panni stesi. Lei lasciava che le forme armoniche del suo corpo modellassero le trasparenze di un pareo annodato in vita. E mentre pizzicava con le mollette i fiori di una tovaglia, i capelli si lasciavano scompigliare da un soffio di vento e sembravano lembi di seta ondeggianti nel giallo di un raggio sbarazzino. Appena lo scorse oltre la trasparenza del vetro, lo guardò, gli sorrise e la luminosità di quel viso sembrò rivaleggiare con la luce appiccicosa del giorno.
Lui, al di qua della finestra, aveva abbassato lo sguardo, aveva appoggiato il libro sul tavolo e spento il gas sotto la moka che ancora brontolava. L'aroma del caffè si era impadronito dell'aria della stanza.
Una tazzina fumante era rimasta sul piano della cucina.
Si era sporto sul terrazzo.
«Giulia, il caffè è pronto.»
Sorseggiando il liquido bollente aveva percorso l'intero corridoio. I quadri appesi alle pareti mandavano riflessi di luce che sembrava volessero dipingere altri paesaggi, altre nature, altre persone e rimandare le nuove sfumature al di là della dimensione dipinta.
Aveva scostato il battente tinto di rosa. L'aveva guardata appoggiato allo stipite della porta e l'immagine era la stessa di sempre, quella che più lo addolciva e confondeva.
La bambina era distesa sul letto, il viso affondato nelle pieghe del cuscino, i capelli a formare una ragnatela tra l'oro e le spighe di un campo di grano. Il corpo avvolto in un pigiama di stelle. Aveva un piede abbandonato al di là del letto. Dava l'impressione di cercare un contatto oltre il sogno.
Il viso, bello e pulito, riportava il pensiero al di là del tempo, prima ancora che nascesse. Sapeva di Giulia, delle cose sussurrate mille volte, la testa appoggiata sul grembo di lei ancora gravida che con le dita gli accarezzava i capelli e lo stordiva.
Dalla finestra il volo di due gabbiani macchiò per un istante il cielo. Più giù i colori del mare parevano un grosso rotolo di carta argentata tanto erano bianche e lucenti le increspature della superficie.
Non la svegliò. Si allontanò portando con sé il suo profumo di borotalco, il respiro quieto e innocente. Tornò in cucina, posò la tazzina nel lavandino, rimise il libro sullo scaffale della libreria, sorrise a lei, le mandò un bacio al di là del vetro della finestra e uscì.


Fuori non c'erano colori diversi. Non c'era nulla che potesse confermare il timore di una sensazione che sentiva ma che non riusciva a identificare. Tanto meno a spiegare. Più che una sensazione però, era un'impressione, qualcosa che aveva a che fare con l'emozione e la paura di intuire la presenza di un déjà vu che lo avrebbe sconvolto.
Un po' come aspettarsi di scorgere il balenare di una visione di cui non riesci neppure a farti una ragione.
Eppure tutto era come se lo ricordava: Giulia, la figlia, la casa, il mare, le barche. Persino il vecchio porto con i muri che sapevano di sale, le gomene allungate, i parabordi appesi. Anche le tende colorate dei negozi lungo la strada, fino alla scalinata che saliva e si attorcigliava come un'edera su, fino ai terrapieni del forte. Così come il vecchio Burlando, alle prese con una rete che sembrava essere stata il pasto di un pescecane.
«Buongiorno professore. A spasso già a quest'ora?»
«Sì, retaiolo, avrei voglia di pesce ma vedo che qui la disponibilità alla pesca è poca.»
«Le reti sono bucate, i pesci scappano. Inutile andare in mare.»
«Già e i buchi della tua sono particolarmente grandi!»
«E' attento lei, si è accorto che sono da cucire.»
Un cenno della mano, un sorriso che fa sentire bene e quella sua barba bianca che si sovrappone ai cento volti che s'incontrano tra i moli e i carruggi che si guardano e si toccano come amanti.
Nulla che già non faceva parte del suo vedere, del suo sentire, di quel mondo che aveva lungamente amato, magari anche un po' denigrato.
E quel senso di angoscia, di incipiente malessere del corpo e dell'anima che si sentiva ripercuotere dentro e che non si placava mai.
Quasi un'ossessione, un tormento. Una follia senza tempo.
Lui cercava un motivo, un pezzo di vita non vissuta ma già passata. Come l'immagine a colori di un vecchio film che non ricordi di aver visto. Aspettava il realizzarsi di una collisione, l'incontro di una realtà virtuale impossibile da definire e da circoscrivere.
Cercava le sfumature di uno sguardo perso nel crepuscolo di un'istantanea dai sapori strani, sconosciuti, nuovi. Cercava la diversità, la chimera dagli occhi di ghiaccio che non traduce l'immagine ma solo il suo persistente profumo.
Inseguiva quell'emozione che si ha quando sai di osservare il sorriso di un bambino, la piega sulle labbra di lei, i capelli di tua figlia, le sue mani e ti chiedi se quello che vedi è proprio lì, davanti a te, oppure è solo un ricordo, un ricordo che forse non è neppure tuo, che non ti appartiene, perché pensi sia quello di quel ragazzo che ti ha donato gli occhi.

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