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Va' dove ti porta il cuore
Scritto da athos
Categoria narrativa, genere
Scritto il 19/10/2017, pubblicato il 19/10/2017, ultima modifica il 19/10/2017
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Nota dell'autore: L'amore, il tradimento, la malattia e un nuovo insospettabile cambiamento

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Va’ dove ti porta il cuore

La macchina era parcheggiata davanti al cimitero. Tanta era la fretta e la furia dominata da un desiderio infoiato e incontrollabile, che l’uccello gli s’impigliò nella lampo dei pantaloni. Sentì un piccolo dolore, attutito dal fremito del contatto con Luana. Ci dava dentro di brutto la ragazza, dopo averlo lavorato per bene, si tolse le mutandine e gli montò sopra cavalcioni. La fellatio era stata un misto di labbra e denti. Lei aveva anche un dente scheggiato e questo gli procurava sempre un misto di dolore e piacere, fino a che le due sensazioni si univano armoniosamente. Lui le disse di andare dietro. Scesero dalla macchina mezzi nudi nel freddo novembrino e risalirono nella parte posteriore. Ripresero la posizione e Luana cominciò a salire e scendere lungo il palo di Rocco. Una lap dance forsennata e lui, nell’ultimo recondito di pensiero, temeva che le sue urla potessero richiamare qualcuno. Poi, dopo la luce inter¬mittente e accecante, il buio. Stremati, avvinti in quella passione che non potevano più trattenere, rima¬sero una decina di minuti straniti, mezzi nudi e lontani dal mondo.

Quando Rocco tornò a casa erano le undici di sera. Aveva detto a Lucia che sarebbe uscito a bere un amaro con i colleghi. Sentiva un forte dolore in basso, sulla punta dell’uccello. Entrò in casa quatto quatto cercando di non far rumore. Si diresse verso la stanza da letto a tentoni, senza accendere la luce del corridoio. Lucia dormiva, con l’abat-jour accesa che dava un colore sinistro alla stanza. Rocco si spogliò, si mise il pigiama e si cacciò sotto le coperte, cercando di fare il minimo rumore possibile. Lucia si mosse leggermente, allungandogli un piede sulla gamba. Era una buona cosa, pensò Rocco, stava dormendo oppure era in un profondo dormiveglia. Si stese e rilassò i muscoli. Quasi ansimava ancora, da quel fantastico incontro con Luana. Spense la luce e cercò di addormentarsi. Il dolore, però, insisteva, picchiava, batteva come un tamburo, in perfetta sintonia con il battito del suo cuore. Decise di alzarsi e andare in bagno a vedere cosa gli fosse successo.

Accese la luce e chiuse delicatamente la porta. Si calò pigiama e mutande e vide che la cappella si era ingrossata. Era rossa, gonfia e un poco lacerata sulla parte sinistra. Gli doleva e si mise sul bidet a far scorrere dell’acqua fredda. Il dolore peggiorava, aveva la tentazione di tenersela tra le mani, a copertura di qualsiasi intrusione. Tum, tum, sentiva tutto lì, tra cappella, cuore e cervello. Le tre C pensò, sorri¬dendo amaramente. Cercò una pomata nello scaffale. Ne trovò di tutti i tipi e per tutti i problemi. Per i brufoli, per le emorroidi, per i dolori articolari. Nessuna di queste lo convinceva. In fondo allo scom¬parto, rovistando frettolosamente, trovò un tubetto mezzo vuoto. Era la crema dei piedi che tanto aveva utilizzato l’estate passata. Ne spremette un po’ una crema bianca e inodore morbida, e se la mise sulla cappella. Provò una sensazione di benessere, spalmandola uniformemente sulla parte lesa. Trasse un sospiro e chiuse il comparto, proprio mentre la porta del bagno si apriva.

Lucia lo trovò davanti a sé, con l’uccello in mano e una faccia sonnolenta. Guardò il marito e, anche, più in basso. La cappella era ancora grossa, e faceva capolino dalle mutande che Rocco maldestramente cercava di infilarsi. Lucia sorrise, di quel sorriso gioioso che negli ultimi tempi si era smorzato agli angoli della sua bocca; e poi divenne seria.
“Qualcosa è andato storto Rocco? Che hai?” gli chiese
Rocco si tirò su le mutande e i pantaloni del pigiama, un po’ confuso. Il dolore, in quel frangente, sem¬brava passato.
“Niente, che c’è? Non si bussa alla porta?”
“Fammi vedere bene, che ti è successo? Ti sei messo la pomata dei piedi sul pisello.”
“Niente, mi bruciava un po’, forse ho un po’ di cistite. Ho messo la pomata per avere un po’ di sol-lievo.”
Rocco, immobilizzato, cominciava a sentire il dolore ritornare, e si trovava in estremo imbarazzo. Sapeva che la moglie avrebbe voluto controllare.
“Fai vedere.” Sembrava un feldmaresciallo delle SS. Attendeva dinanzi a lui, con calma e sicurezza. Rocco dovette cedere e si calò tutto mettendo l’uccello in bella mostra.
La moglie lo prese in mano, lo voltò a desta e sinistra e gli sfiorò la cappella. Rocco ebbe un sussulto, il dolore era acuto.
“Oh Rocco, l’alzabandiera si fa al mattino, non ti ricordi? Me lo dicevi sempre nelle tue avventure in caserma. O volevi cantare Morning Glory degli Oasis? Adesso chiamo Liam Gallagher e mi faccio spie¬gare bene tutta la faccenda.” Lucia in questo era imbattibile, pensò Rocco. Dove c’era una piaga, in senso metaforico, lei ci metteva il piede.
La guardò, chiedendo un minimo di comprensione.
“Alzabandiera? Mi si è impigliato nella lampo, altro che storie.”
Ormai la tattica era quella dello scontro, doveva cercare di tenerle testa con un misto d’ironia e indigna¬zione. Lucia ne prese atto, sapeva che i bambini insistono nella bugia, anche quando l’evidenza dei fatti è lampante. Ritornò a letto.
Anche Rocco la seguì tra le coperte. La cinse alla vita, con il viso sulla sua spalla e si addormentò.

Da qualche mese tra Rocco e Lucia le cose non funzionavano bene. Lui usciva spesso la sera, e capitava pure che durante il giorno avesse il cellulare spento. Lucia ne era insospettita e alcune volte si era messa ad aspettarlo davanti all’azienda in cui lui lavorava. Una volta lo vide uscire con una donna. A braccetto, avendo tra di loro un’amabile conversazione. Lui parlava e muoveva le mani ad ampi gesti, mentre lei guardava dritto sulla strada. Sembrava stringersi vicino a lui, ma di questo Lucia non ne era sicura. Li vide entrare in un bar e bere un aperitivo. Guardandoli attraverso le ampie vetrate, sembrava una normale coppia di colleghi o di amici, niente che potesse far pensare a qualcosa di più intimo.
La sera gli chiese com’era andata la giornata di lavoro e lui gli rispose che era stata normale, e che aveva parlato un po’ con Luana, la sua collega. Lucia pensò che gli avesse affermato una mezza verità, perché Rocco non fece il minimo accenno all’aperitivo.
Lucia si sentì molto triste, questi sospetti stavano cominciando a insinuarsi in maniera quotidiana nel loro rapporto. Intuiva che il suo Rocco, l’uomo che aveva sposato quattro anni prima, stava cambiando e lei cominciava a non aver più voglia di rincorrerlo.

“Pronto, cara come stai?”
“Carla, che piacere sentirti. Abbastanza bene, e tu? Come stai? Matrimonio in vista?”
Era una compagna ai tempi delle medie e del liceo. Un’amicizia che si era protratta negli anni. Carla era separata e viveva una vita da single felice.
“Sto bene. Per il resto tutto nomale. Perché non prendi un giorno di ferie domani e andiamo al lago? Ci dovrebbe essere un sole splendente.”
Lucia ci pensò dieci secondi, e alla fine accettò.
Avvisò in ufficio e non disse nulla a Rocco.
Partirono di buon mattino con direzione alto lago.
La giornata era limpida e, al sole, si poteva rimanere in maglione. Cominciarono a passeggiare e a confi¬darsi. Carla stava attraversando un bel periodo di libertà, anche se le ripeteva che era stanca di stare sola e avrebbe voluto conoscere qualcuno con cui organizzare qualche viaggio. Lucia era sempre stata quella più tranquilla della coppia. Si era sposata e, anche se non lo aveva mai ammesso esplicitamente, avrebbe voluto avere un bambino. Più che altro per completare quella coppia che si voleva bene, ma che certa¬mente soffriva dell’esuberanza del maschio.
Si sedettero in ristorantino sul lago. Presero il piatto per eccellenza, il risotto con pesce persico e una bottiglia di bianco locale. Mangiarono con appetito il piatto sostanzioso e bevettero con buona lena.
Scherzavano e ridevano come due compagne di tante battaglie, che si ritrovavano adulte con tante esperienze alle spalle.
Lucia a fine pasto sembrava giù di corda.
“Carla, mi sa che ho preso la ciucca storta e mi sento un po’ triste.”
“Che hai tesoro mio? Che c’è che non va?
Lucia si asciugò gli occhi, guardando il tavolo e muovendo nervosamente le briciole di pane sulla tova¬glia.

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