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LA VITA A NUOTO
Scritto da paolo s.
Categoria: Altro
Scritto il 19/01/2018, Pubblicato il 19/01/2018, Ultima modifica il 19/01/2018
Codice testo: 1912018115711 | Letto 174 volte

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Il crawl rasentava la perfezione.
Il corpo, sostenuto da bracciate sinuose e potenti, spinto dal movimento ritmico dei piedi, scivolava velocemente sulla superficie dell'acqua senza sollevare schizzi e senza dispersivi movimenti del tronco. In posizione perfettamente orizzontale, la testa semi sommersa si voltava impercettibilmente sul lato destro per consentire alla bocca di sollevarsi al di sopra del pelo dell'acqua e inalare il carburante necessario al meraviglioso funzionamento del corpo, assunto dopo anni e anni di esercizio in quel mare e nella piscina pubblica della città. Le condizioni erano quelle che preferiva, la superficie liscia senza increspature, la spiaggia deserta.
Andava in spiaggia alle otto del mattino prima che il calore del sole innalzandosi aumentasse la temperatura dell'aria, causando una leggera brezza che increspava la superficie del mare rendendo meno piacevole nuotare al largo. Si immergeva davanti all'ingresso della spiaggia per dirigersi verso il largo, a sud, per un centinaio di metri, poi virare dolcemente a ponente puntando sugli scogli davanti al promontorio della laguna. Non era, come si potrebbe supporre, un allungamento del percorso, partendo dalla spiaggia la via più breve non era mai quella retta, e poi gli dava più soddisfazione nuotare dove l'acqua era profonda, ammirare dall'alto l'ombra stagliata nel fondo sabbioso nuotare in sincrono col proprio corpo. Dopo una breve sosta sugli scogli nuotava in direzione opposta verso la punta del promontorio della torre, a levante, coprendo tutta la lunghezza della baia, dopo un'altra breve sosta rientrava da dove era partito.
Al contrario della piscina, dove contava le vasche e prendeva il tempo, in mare non portava orologio e non conosceva la distanza esatta fra i promontori, supponendo che l'intero percorso fosse lungo circa due chilometri. Ma queste erano considerazioni senza importanza, lì in quel mare, dove dall'infanzia fino all'adolescenza era il luogo delle vacanze estive, ritrovava se stesso e la serenità di un tempo, smarriti nei percorsi disagevoli di una vita altrove. Era come muoversi nel liquido amniotico di un gigantesco ventre materno, caldo e protettivo.
Non era solo il corpo a nuotare in automatico senza osservare i punti di riferimento che davano la giusta direzione, questa la trovava nei massi, resti di una civiltà punica, che affioravano dal fondo marino, anche la mente si immergeva in un limbo sconfinato, i pensieri vagavano senza condizionamenti, liberi di risvegliare i ricordi che la memoria aveva occultato negli angoli più reconditi per lenire il dolore che provocavano. Gli tornava in mente l'ultima volta che aveva nuotato in quel mare, l'otto dicembre scorso. Aveva vegliato sugli ultimi istanti di vita della madre, assisteva impietrito il corpo senza vita, incapace di dare sfogo all'immenso dolore per niente mitigato dalla consapevolezza che cessava un'atroce sofferenza della quale avrebbe voluto farsi carico per ridare sollievo e ricevere ancora un sorriso e una carezza.
Tornando in piena notte verso casa fermò l'auto davanti alla spiaggia, posò un giornale sulla sabbia umida e fredda sedendosi al riparo di una duna, immergendosi nel buio più profondo di una notte stellata senza distinguere contorni e rilievi. Il mare era tutt'uno con il cielo, ne avvertiva la presenza del lieve infrangersi delle onde sul bagnasciuga. Gli sembrò di essere sospeso nel centro dell'universo e toccare le stelle di quella volta nerissima. Le prime luci dell'alba infransero l'oscurità e il torpore nel quale era precipitato, si denudò incurante della temperatura e si tuffò. Confortato dal tepore ancora presente in quelle acque, nuotò furiosamente verso il largo, in quella frenesia di gesti il dolore si sciolse in un pianto squassante e disperato, simile a quando capì l'irreversibilità del malessere di sua moglie.

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