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LE LEZIONI DEL MENESTRELLO
Scritto da Enrico Spera
Categoria: Narrativa - fantasy/fantascienza
Scritto il 01/09/2017, Pubblicato il 01/09/2017, Ultima modifica il 01/09/2017
Codice testo: 192017204857 | Letto 390 volte

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Le lezioni del menestrello

In un altro spazio, in un altro tempo, viveva nel reame Pocopiulà, il giovane principe Gerardo: allegro, arrogante e forte, non era cattivo; la sua tracotanza e il suo rango rendevano solo difficile rapportarsi con lui. La sua vita trascorreva spensierata tra cacce, lunghe cavalcate e sontuosi banchetti e tornei nei quali eccelleva tra i suoi compagni, i quali pur essendo validi e importanti cavalieri, con lui si comportavano da compiacenti paggi.
Una tarda sera, nel castello di Gerardo, si stava svolgendo una colossale cena ricca di ogni ricercata prelibatezza, i calici erano stati levati molteplici volte per i numerosi brindisi. I convitati erano allegri, quasi alticci. Era giunto il momento delle pietanze, solitamente allietato dai canti di un menestrello. L’esibizione non era gradita a Gerardo, dopo alcuni canti goliardici, il cantore aveva intrapreso il racconto musicato di una storia d’amore triste. Per sollazzare i presenti e mostrare il suo disappunto Gerardo si mise a ridere in modo sguaiato.
- Posso chiedere al mio signore il perché di tanta ilarità? – domandò il menestrello.
- La tua storia è così patetica da divenire buffa … comica!-. Rispose il principe Gerardo.
- Mi dispiace che la sofferenza del mio personaggio sia per te ridicola-.
- Sei ardito a replicare cantore … non hai in repertorio qualcos’altro e più degno per quest’uditorio? –
- - Cosa c’e’ di più degno e nobile di una storia amorosa non corrisposta … Il canto tratta della fame d’amore che io ben conosco!-
- Ehi cantore, tu canti di fame d’amore, ma se le tue storie son queste la fame che provi, è quella vera. Toh! Mangia! –
Ciò detto lanciò verso il menestrello un vassoio di verdura colpendolo in pieno viso tra le risate generali dei presenti, i quali per compiacere il loro principe, si misero a sbeffeggiarlo. Molto dignitosamente il cantore si ripulì il viso. Guardò con un’espressione grave i commensali e il principe Gerardo e sentenziò:
- Poiché tu hai sbeffeggiato la fame d’amore deridendola, proverai in te stesso il bisogno d’amore che ti roderà il cuore come una vera inedia, sinché una donna non s’innamorerà di te ricambiando il tuo sentimento. Nella ricerca di questo tesoro, tu però non userai tutti i tuoi simboli di potere: via la bellezza, la forza, il rango e la ricchezza. Ti privo di queste cose che ti rendono desiderabile e ambito da ogni giovane dama!-.
Terminate queste parole l’aspetto del menestrello mutò diventando prima lattiginoso, poi perse in un secondo la consistenza per mostrarsi agli occhi allibiti dei presenti una figura luminosa e trasparente. La sala era in gran subbuglio per il prodigio accaduto.
Il principe Gerardo aveva deriso e sbeffeggiato un potente mago, costui stese un dito che si allungò in un modo inverosimile sino a toccare il petto del principe il quale cadde a terra tramortito.
- Arcieri colpite lo stregone!- urlò il capo delle guardie.
Era troppo tardi, l’emanazione al centro della sala perse ancora consistenza sino a sparire e le frecce scoccate attraversarono inutilmente lo spazio privo di bersaglio. I vicini di tavola del principe si chinarono per prestargli soccorso ma Gerardo sparì come il mago, alla vista dei presenti.
Il principe riprese i sensi trovandosi sdraiato per terra, in campagna, al centro di un crocicchio nel quale tre vie si congiungevano. Era infreddolito, un gran dolore assillava il suo petto, una strana inquietudine, un desiderio intenso di stare vicino a una persona cara alla quale dedicare attenzioni e riceverne le premure; forse era questa la fame d’amore derisa, pochi istanti prima, al menestrello?
Fortunatamente questa sensazione fastidiosa si dileguò presto dal suo animo. Si rialzò e con stupore si accorse dei poveri panni indossati al posto delle ricche vesti. Costernato, si toccò il viso e lo percepì ispido. Il suo corpo gli fece provare simultaneamente sensazioni di stanchezza e sete. Da quanto tempo era rimasto al suolo svenuto? Non sapeva darsi una risposta. Scorse radente al viottolo a lui più vicino, un torrentello con acqua pulita. Si accovacciò e bevve lunghe sorsate abbondanti. Con la mente ricordò gli avvenimenti accaduti a corte, la punizione del menestrello-mago era dunque cominciata. Per quanto avrebbe vissuto in quello stato? Provò smarrimento e pianse. Forse il mago avrebbe avuto di lui pietà e si sarebbe risvegliato nella sala del banchetto circondato dalla sua devota corte. Chiuse gli occhi e gridò il nome del capitano delle guardie e di alcuni cavalieri; li riaprì speranzoso: non era accaduto nulla, si trovava sempre nel centro del crocicchio. Alzò le mani e chiese perdono al mago, ma nessuno gli rispose e in quella piatta, sterminata pianura si sentì solo.

Si guardò attorno compiendo un rapido giro su se stesso. Si trovava al centro di una landa erbosa, interrotta dai tre sentieri divergenti, tutti acciottolati. Il primo sentiero sembrava terminare in un bosco scorto a grande distanza. Il secondo era poco più di viottolo e portava a un villaggio perduto sulla linea dell’orizzonte, il terzo seguiva il percorso del torrente conduceva verso quello pareva essere un castello, comunque un edificio fortificato.
Considerato il proprio rango, il principe s’incamminò lungo quest’ultimo sentiero; in una residenza nobile ci sarebbe stato probabilmente un suo pari pronto ad accoglierlo, offrirgli ospitalità e fornirgli indicazioni e mezzi per rientrare nel proprio regno. Ah se avesse avuto tra le mani quel perfido mago! Durante tutto il tragitto non pensò altro che a ritrovarlo e a come punirlo. Tutti questi pensieri vendicativi lo sfiancarono e presto si ritrovò tutto tremante. Si fermò spossato al ciglio della strada. Sedendosi prese la testa tra le mani e pensò alla debolezza dovuta a questo sentimento di vendetta. Si sbarazzò di questo inutile pensiero e subito si sentì meglio. Riprese il cammino. La strada si svolgeva lungo una lieve ma continua salita la visione prospettica precedente aveva nascosto alla sua vista. Dopo poche centinaia di metri Gerardo era su un pianoro piuttosto elevato, mentre il torrente sottostante, una settantina di metri si trovava seminascosto da dei cespugli ricchi di fogliame. Improvvisamente un raglio disperato lacerò il silenzio della campagna. Attirato dal suono, il principe guardò giù sporgendosi dal ciglio del dosso e scorse sotto di se un asino impigliato tra i rovi. Senza pensarci un solo istante Gerardo si precipitò lungo lo scosceso dislivello in soccorso all’animale. I cespugli erano pieni di spine, il principe si procurò svariate ferite prima di riuscire a liberare l’animale.
L’asino diede al principe Gerardo delle delicate musate di gratitudine muovendo le orecchie in modo allegro e festoso. Improvvisamente dal nulla si sentì la voce del mago dire:
- Bravo principe! Hai salvato un asino non tuo mettendoti in pericolo e riempiendoti di graffi. Insolito comportamento per un nobile come te, abituato a cavalcare nobili destrieri ma non accudirli nelle loro più elementari necessità. C’è del buono in te Gerardo, una bontà nascosta e in virtù di questa voglio agevolare la tua ricerca verso un amore che sciolga il mio duro incantesimo. Tieni l’asino e i denari che ci sono nella bisaccia, potranno esserti utili -.
Così detto la voce si spense in un debole sussurro che presto cessò. Gerardo prese per la cavezza l’asino, risalì il pendio riguadagnando il sentiero principale. Dopo qualche chilometro giunse al paese fortificato con mura imponenti e da una robusta torre posta al centro dell’abitato. Con fare imperioso attraversò il portone aperto ma una delle due guardie poste a vigilare l’andirivieni dei viandanti gli si parò davanti, bloccandolo. Il principe con tono imperioso gli comando di spostarsi. L’armigero spalancò gli occhi sbigottito da quell’ardire, poi le sue labbra si schiusero in un sorriso beffardo che non prometteva nulla di buono. Gerardo ebbe appena il tempo di avvedersene che un sonoro ceffone lo colpì in pieno viso. D’istinto mise mano al fianco alla ricerca della sua spada per lavare quell’affronto ma la sua arma era sparita insieme alle sue precedenti vesti principesche. La seconda guardia che sino a quel momento si era mostrata indifferente al nuovo arrivato, proruppe in un’allegra risata e disse al commilitone:
- Guarda quanta fierezza in questo comico straccione … dai lascialo entrare, mi sa che stasera alla locanda avremo di che divertirci-.
Con il capo chino per l’umiliazione subita, Gerardo transitò con un’espressione mesta, com’era facile prendersela con i più deboli! Questo pensiero gli portò alla mente i tanti episodi in cui lui non si era comportato diversamente dalla guardia. Come capiva ora ciò che potevano celare un’espressione remissiva e un atteggiamento apparentemente rassegnato! Appena entrato, fu sorpreso dalla vivacità del mercato che si stava svolgendo sotto i suoi occhi. Venditori e acquirenti, artigiani che eseguivano le più ingeniose richieste dei clienti pronti a ben pagare un lavoro ben fatto davanti ai propri occhi stupefatti. Il principe prese dalla bisaccia la piccola borsa con i denari trovati sull’asino e li soppesò. Con un’espressione contrariata osservò il contenuto, non erano molti soldi, nella passata vita li avrebbe spesi per un banchetto nemmeno particolarmente sontuoso, ora in questa realtà di cui era prigioniero, avrebbe dovuto farli bastare a lungo e tentando di incrementarli, doveva lavorare e cosa sapeva fare se non duellare e andare a caccia? Aveva, però un asino e con quello avrebbe potuto fare dei piccoli trasporti, nulla di difficile, un impiego senz’altro modesto ma che gli avrebbe permesso di sopravvivere. Si affrettò a trovare una locanda pulita con alloggio, dopo un pasto abbondante che pagò più del dovuto, chiese una stanza e lo stallaggio del suo asino al taverniere. Trovando in lui un buon uomo, gli rivelò la sua intenzione di cercare lavoro come piccolo trasportatore. A sentire questa richiesta, fu lo stesso taverniere a proporgli una serie di trasporti quotidiani per la consegna di vino e pasti ai soldati della Torre e al Mulino che lavorava ininterrottamente tutto il giorno e all’Erborista che si trovava piuttosto distante, per quest’ultimo, data la lunghezza del viaggio, avrebbe pagato una tariffa doppia. Tutti e tre i siti dipendevano per sfamarsi, dalla valida cucina della locanda. Gerardo saputo il prezzo della tariffa, il costo del vitto e alloggio per se e il mulo, trovò la proposta del locandiere equa e accettò senza indugio.
Fu così che il Principe Gerardo diventò un umile conducente d’asino. La prima settimana fu dura al corpo di guardia della Torre, il primo soldato che aveva incontrato all’ingresso della porta delle mura, lo molestava con sciocchi scherzi solo per ridicolizzarlo davanti a qualche compagno d’arme.
I giorni passarono e Gerardo si ambientò presto alla nuova vita, conservando dei ricordi della sua precedente esistenza, solo un momento nostalgico prima di addormentarsi nella povera ma decorosa stanza della locanda e in quei momenti implorava il mago di spezzare l’incantesimo punitivo.
“ Ho capito Grande Mago. Ho imparato a essere umile, a lavorare, sono in grado di sopportare chi mi molesta. Come abbassarsi ancora? Che cosa vuoi da me?”
Il Mago gli rispose facendogli udire la sua voce.
“ Ricordi potente Principe? Mi deridesti per la fame d’amore che cantavo! Per quest’affronto non hai ancora pagato il tuo ironico disprezzo. Hai evitato la fame fisica con il tuo impegno nel lavoro, questo è il primo passo verso il ritorno a ciò che eri; ora devi trovare cosa possa riempire il vuoto che da ora sentirai nel tuo cuore”.
Nell’oscurità la sagoma lattiginosa del Mago apparve armato di un arco con una freccia incoccata, prima che Gerardo potesse riprendersi dalla sorpresa, il suo petto fu colpito da una freccia trasparente che lo lasciò senza fiato.
“Ecco Principe Gerardo, questa freccia ti causa quel vuoto e quell’incompletezza che potrà essere colmata solo dall’amore di corrisposto, ma prima conoscerai la desolazione dell’amore rifiutato”.
Gerardo chiuse gli occhi, nuovamente tramortito dal suo antagonista e si abbandono nel letto in un sonno agitato. Si svegliò con una struggente malinconia, questa era come una dolcissima struggente musica nella sua mente e gli ricordava la sua finitudine, la sua inadeguata completezza e nel medesimo tempo sentì in sé un’energia portentosa ma non violenta, era estremamente fine, delicata, protettiva e tenera. Questo era ciò che sentiva di dover donare a una donna, una donna sola, la sua compagna; ma questa non aveva né volto, né nome. Doveva trovarla, nello svolgimento della sua quotidianità, cercarla … raggiungerla … parlarle e donarle tutto questo nuovo sentimento percepito nel suo intimo. Con quest’obiettivo iniziò il suo nuovo giorno di lavoro.
Le tre consegne a lui affidategli dal buon locandiere avevano come meta la Torre di guardia, il Mulino, e la lontana casa dell’erborista nel bosco. In ogni sua meta c’era presente una donna e Gerardo si ripropose di guardare ognuna di loro con maggior attenzione mostrando un’evidente simpatia.
Il percorso più lungo e gravoso era il primo che il principe desiderava sbrigare. Giunto all’uscio dell’erborista, questi com’era solito fare, allungò le mani per liberare quelle di Gerardo gravate dal non indifferente peso ma visto la disponibilità del fattorino a portare il fagotto sino alla cucina, lo lasciò entrare. Si trovò davanti a figlia dell’erborista, una giovinetta con due occhi vispi e un viso lievemente aguzzo, capelli castani fluenti e pulitissimi scendevano insolitamente sulle spalle, l’aria pensosa creava un dubbio: non si era pettinata e non gli aveva raccolti come generalmente facevano tutte le dame al tempo di Gerardo, per svagatezza? Forse era troppo occupata tra pozioni e decotti per interessarsi di una frivola civetteria il pettinarsi o invece quella scelta deliberata voleva sotto intendere un carattere autonomo, poco propenso a compiacere il proprio l’occhio indagatore di n possibile spasimante? Elena, questo era il nome della ragazza, gradì la gentilezza di Gerardo che si era spinto sino in cucina per lasciarvi il pranzo della giornata. Gli offrì un bicchiere di succo d’acero e iniziò a parlare con un’allegra loquacità imprevedibile per una giovane vista quasi quotidianamente di spalle e con la quale il principe aveva incrociato solo poche volte un’indifferente sguardo. Standole vicino Gerardo avvertì il profumo della sua pelle intrisa di erbe aromatiche e per un attimo provò l’intenso desiderio di baciarla, piego il capo e protese la forte mascella nell’attesa di ricevere ciò che in quel modo chiedeva, un tempo, alle dame del proprio castello ma Elena, pur capendo le sue intenzioni, non lo accontentò, si limitò a riservargli un bel sorriso che mise in mostra i suoi forti e bianchissimi denti, mentre il principe incassò questa piccola ma amara sconfitta e stava per indietreggiare quando fu colto da una veloce e lieve carezza indirizzata alla sua guancia da Elena.
- Torna a trovarmi bel fattorino! –
Le sussurrò la ragazza voltandosi e tornando alle proprie faccende. Questo piccolo episodio continuò a rimbalzare nella mente di Gerardo per tutto il viaggio di ritorno facendolo respirare con una certa fatica come se stesse duellando, sinché giunto al trivio che lo aveva accolto la prima volta con il suo nuovo asino, imboccò il sentiero che conduceva al Mulino. Lo attendeva la seconda consegna. Quando ecco ormai era prossimo alla meta, venirgli incontro un inserviente del mugnaio piuttosto agitato e gesticolante. Quando i due s’incontrarono dopo aver percorso un centinaio di metri. Quale sorpresa per il principe! Non si trattava di un uomo ma della sorella del mugnaio, la quale stava sbraitando pesanti insulti per qualche deficienza nel pranzo recapitatole il giorno prima, pretendeva un risarcimento o due consegne gratis. Con un gesto elegante Gerardo, senza pensarci, si sfilò l’anello che aveva il dito e lo porse alla Mugnaia, era un anello di famiglia, anche se non il più importante e comunque di valore, si sorprese a pensare, strano che non si fosse accorto al momento di risvegliarsi in quel mondo così diverso e distante di averlo ancora e non averci fatto caso sino a quel momento in cui gli era tornato utile per togliersi da un impiccio non voluto ne causato.
La Mugnaia visto la grande regalia ricevuta, cambiò immediatamente atteggiamento; iniziò a parlare amabilmente e con fare civettuolo, sbattendo le ciglia ancora bianche di finissima farina. Prese sottobraccio il principe fattorino e lo accompagnò così sino all’edificio, Agata, così si chiamava la sorella del Mugnaio, era piuttosto alta, lievemente robusta, con i capelli corti, pettinati con una frangetta che le incorniciava il viso, dandole un’espressione sbarazzina, era ancora giovane, piuttosto smaliziata da come parlava, molto interessata a Gerardo, ma ancor di più alle sostanze che il generoso conducente di mulo doveva avere, visto lo sproporzionato compenso dato per una bazzecola come un pasto andato a male. Il principe per la prima volta dopo tanto tempo, si sentiva oggetto di omaggi e attenzioni come in quella che sembrava la sua precedente e sempre più lontana vita. Si sorprese a considerare l’atteggiamento di Agata scontato e dovuto. Com’era facile confondere, da quel ricco vanesio egoista che era da principe, l’adulazione con sincera amicizia o ammirazione. Ma ciò che provava gli piaceva e non fece nulla per blandire o smorzare il rozzo ma efficace corteggiamento, della sua cliente, precedentemente così ostile e alterata. Terminata la consegna, si congedò non prima di aver concesso la promessa ad Agata, di un accompagnamento alla festa del villaggio che si sarebbe svolta di lì a poco.
Nel percorso finale verso la Torre, Gerardo rimuginò sulle due donne confrontandole cercando di capire chi tra di loro gli piacesse maggiormente, per qualche minuto fantasticò di amoreggiare con entrambe, senza che nessuna sapesse dell’altra, ma una breve fitta al cuore lo fece vergognare di questo vile e ignobile pensiero, vanesio sì ma giocare pesantemente con i sentimenti di due donne era un’idea bislacca e cattiva.
Quando arrivò alla Torre e sentì il canto armonioso di Delia accompagnato mirabilmente dall’arpa che stava suonando; il principe non ebbe dubbi, quella gentil dama era la donna pari a lui che avrebbe potuto riempire il suo bisogno d’amore. Delia si stava esibendo nel salone delle udienze, posto esattamente sopra il corpo di guardia, dove lui avrebbe dovuto consegnare il pranzo ai soldati. Il signorotto locale, una sbiadita figura caricaturale che rappresentava la nobiltà cavalleresca e il potere feudale, applaudiva sgraziatamente ai passaggi più riusciti e deliziosi della cortese donzella. Gerardo dal cortile, mentre affidava la consegna al graduato comandante, poteva vedere dall’ampia finestra aperta, il delicato profilo della giovane fanciulla che emanava garbo e grazia. Un vestito di broccato color pervinca probabilmente fasciava delicatamente quell’armonioso corpo celato parzialmente dalla pesante arpa. I plastici movimenti eleganti accompagnavano le affusolate dita che con maestria pizzicavano le corde strappando loro dei suoni meravigliosi. Oh quanto desiderava il principe Gerardo essere al posto dell’arpa!

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