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Racconti gialli
Scritto da Fillo
Categoria: Narrativa - giallo/noir
Scritto il 20/02/2018, Pubblicato il 20/02/2018, Ultima modifica il 24/02/2018
Codice testo: 2022018185014 | Letto 277 volte

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Nota dell'autore Fillo:
Lo schema della lentezza

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Il giallo non è proprio il mio genere, ma per un concorso mi ci son dovuto cimentare.
Non li ho inviati, ed eccoli:
1) Lo schema della lentezza
2) Un punto morto

1.Lo schema della lentezza

L’uomo è un giocatore, che rischia con l’unica cosa che possiede di prezioso, la propria vita. E, vivendo per anni seguendo i dettami che la società gli impone, cerca di farlo nei modi più vari, secondo le linee fantasiose dell’estro dei propri capricci, e d’un intuito fortemente sentito come promotore dei suoi atti successivi. Sia esso buono, o fallace. La sua curiosità vorrebbe vedere tutte quelle sbiadite fotografie, che sono quel poco che quell’uomo vorrebbe avere tutte davanti a sé, per correggere gli errori di un delitto che nel compierlo pareva perfetto, nel mosaico glaciale delle sue fasi criminali.

Primo giorno (Mattina)

Elia Bonetti, chiamato a risolvere il caso, le avrebbe gradite volentieri, quelle immagini psichiche maniacali. Meglio se stampate ordinatamente su carta, per fruirne meglio. In assenza di esse, si contentò di chinarsi sulla vittima. Perché quell’uomo, dopo averlo pianificato, lo aveva fatto anche. Aveva ucciso. Chinarsi non bastò, perché la schiena gli avrebbe doluto, persistendo nel curvarsi, così non badò ad alcuna etichetta, e si stese a terra parallelamente al cadavere. Non dopo aver accertato che l’odore della putrefazione fosse sopportabile, ovvio. E così era, in quanto l’orrore era successo poche ore prima, non oltre. L’aspetto post-mortem era la cosa che sempre lo mortificava. Elia non riusciva a reprimere dentro di sé come una rabbia impotente, per la posizione così innaturale che i corpi erano grottescamente costretti a subire, non potendo deviare muscoli e ossa al termine dell’ultimo loro moto. Ma, soprattutto, per quella maschera di morte al posto del viso, che faceva parere chiunque non più una creatura degna del cielo, ma degli inferi, mentre il reo era l’unico mostro che meritasse d’esservi cacciato. (Solo che la ragione spingeva bene a credere che il male esistesse nell’uomo e non in spazi altissimi o profondissimi che si poteva ben dubitare esistessero, se non nelle nostre vetuste credenze.)

Primo giorno (Pomeriggio)

La donna era giovane. Molto. E a Elia la circostanza doleva maggiormente, non accettando mai che si toccassero chi fosse femmina, o adolescente, caratteristiche cui lui attribuiva a priori un’accezione aprioristica d’innocenza, predestinata e da preservare...Eppure se ciò fosse accaduto a un uomo, a un vecchio, la sua deontologia professionale lo chiamava a reagire con pari cordoglio. E’ che per lui i giovani avevano l’unico compito di vivere belli e felici, non di essere strappati prematuramente al futuro.
Che succede?-
Dei curiosi.-
Li hai mandati via?-
Sì.-
Vedi se sono già lontani. Se no, richiamali subito, e prendine le generalità.-
Vanno interrogati?-
Non ora. Ma potrebbe essere che un colpevole si diverta a essere presente sul luogo del delitto, invece che dileguarsene.-
Un’eventualità remota.-
Sì, ma possibile. Quindi, vai...-
Il tempo speso per questo breve dialogo bastò a far sì che quei visitatori andassero via, ma non a dargli modo di allontanarsi tanto; probabilmente si allarmarono nel vedersi accorrere gli agenti a interpellarli, ma collaborarono subitamente. A Elia parevano, fattisi seri e immobili, come due esili alberi sfrondati in un funebre inverno. Ignorava se fossero solo una coppia di turisti sperduti in cerca di informazioni utili, o di novità attraenti, perché la loro vacanza non fosse un vago cammino. Ma era solo il bianco e il nero di quel tetro scenario a prenderlo, a fermarlo (soprattutto il nero...) Elia aveva davanti la ragazza, seminuda e inevitabilmente inerte. Era il simbolo di una sconfitta. Non la sua, ma di tutti. Tutti perdevano con lei una figlia, una sorella, una compagna. Se fosse già divenuta un angelo, non poteva che essere una magra, romantica consolazione. Bonetti aveva preso il suo terzo caffè, prima di prendere una sedia per starle accanto. Non aveva altro da prelevare, oltre a qualche scatto. A breve l’avrebbero rimossa da terra, per l’autopsia e le esequie. Aveva dato incarico ai suoi colleghi di presenziare al funerale, per una ricognizione durante la quale censissero i presenti, prendendo i dati di tutti, fermandoli alla fine, nonostante il poco garbo di una sorpresa così offensiva e fuori luogo, tutti tranne i genitori e chi fosse scoppiato in pianti dalla sincerità credibile. Per questo Anna Loni era tra gli incaricati. Nessuno meglio di lei avrebbe saputo chi era onesto nel palesare un vivo dolore, e chi fingesse, da bravo attore. Quanto a lui, per sé aveva previsto una fuga lontana, ben sapendo che presto non ne avrebbe potuto sentirne parlare, del caso e della poveretta. Preferiva non guardarla in viso. Seduto, osservava qualcosa nel muro di fronte a sé; su quello schermo bianco, rifletteva i suoi pensieri.

Secondo giorno

L’unica cosa possibile era vagliare tutte le amicizie della ragazza. Bisognava entrare dentro la sua vita, calcando a ritroso gli eventi, mentre quella vita non c’era più; il che significava che ci fosse un prima su cui era inutile andare, la sua infanzia e adolescenza, e concentrarsi sulle settimane e i giorni che precedettero quel giorno in cui qualcuno decise che di giorni lei non ne avrebbe dovuti avere altri. Per farlo, occorreva andare dai suoi amici, e nella maniera più delicata parlare con loro senza dare a intendere che potessero essere anche loro dei sospettati; per una percentuale seppure ridottissima, le cose stavano così, in fondo: chiunque era un possibile assassino, qualsiasi persona, uomo o donna, giovane o vecchio, che avesse avuto un contatto con lei, anche minimo. Scandagliare i contatti sui social network, che avrebbero potuto aprire una rete anche vasta di relazioni intime, fondate sull’amicizia, o anche su legami sentimentali, o erotici. La vita dei giovani era cambiata nel terzo millennio, bastava davvero poco per ottenere qualsiasi cosa si volesse, bastava solo entrare nel mondo, invece che rintanarsi a leggerne solo delle parti stando comodamente a casa. Ma nel computer quella ragazza non teneva molto. Niente di compromettente, innanzitutto. Una sfilza di videogiochi e film. Video musicali e file audio. Ciò che era normale che chiunque possedesse in un Pc, e cose ancora più tipiche per una macchina che era utilizzata da una persona tanto giovane. Bonetti preferì non entrare nella casa di lei. Voleva in tutti i modi evitare gli sguardi della madre. Non chiese niente di lei, come apparisse, se trasparisse in lei vivo il dolore.
- Alcune madri piangono così tanto per la perdita dei figli, che i loro occhi non hanno più lacrime per piangere. Così danno l’idea di essere persone insensibili, quando in realtà sono già state spezzate, fin dall’annuncio della terribile notizia.-
- Ci mando Lorenzini, commissario? -
- Sì. Si intende di hardware. E soprattutto non pianta mai grane, fa quel che deve ed è anche capace di riportare esaurientemente i risultati, senza divagare, come fa Duranti.-
- Duranti! Bel tipo! Quello prima deve fare un’abbondante colazione, poi ti deve decantare la golosità di tutte le pasticcerie ed osterie dei paesi in cui lo si manda! Per farci gola! Come se noi non fossimo qui a lavorare, ma a far gozzoviglia.-
- Ha i suoi difetti, ma è uno di noi. E poi, forse ha ragione, dovremmo goderci di più la vita. –
- Mando lui?-
-No, no. Teniamolo sempre come riserva. Lorenzini è perfetto.-
Così andò che l’appuntato Aurelio Lorenzini dovette mandare un messaggio alla fidanzata per avvertirla che, per l’ennesima volta, non si sarebbero visti. Chi si legava a un membro delle Forze dell’Ordine lo sapeva, che guadagnarsi il matrimonio era una sfida continua con la pazienza, la frustrazione, e che per prima cosa si doveva cedere all’odioso prevalere della servitù nei confronti della patria, onere che andava oltre tutto, anche sopra l’amore. Che poteva uscirne soffocato, tanto da minare il rapporto. Ma lei non avrebbe mai lasciato Aurelio. Preferiva accettare la sfida, con ciò che conseguiva. Così lo rincuorò, trattenendo fiele nelle vene, dicendogli che andava tutto bene, che badasse solo a far ritorno a casa sano e salvo. Questa era la sua frase tipica, e non faceva bene a esprimersi così: facendolo, gli ricordava i pericoli del mestiere, e sarebbe stato meglio se avesse usato espressioni diverse, anche senza cercare elaborati eufemismi. Ma Aurelio tanto non badava a niente. Paura non ne aveva. Cercava quando poteva farlo di star lontano dai guai peggiori, ma non si tirava indietro da qualsiasi missione.
Pronto, commissario?-
Sì?-
Niente. –

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