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Incubo
Scritto da Simona Antares
Categoria: Narrativa
Scritto il 20/04/2015, Pubblicato il 20/04/2015, Ultima modifica il 20/04/2015
Codice testo: 204201516334 | Letto 701 volte

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Un urlo lo risveglio'dal suo sonno. Si guardo' attorno, madido di sudore e tremante di freddo e paura.
Ogni volta che faceva quell’incubo, finiva sempre per svegliarsi in un bagno di sudore e impiegava diverso tempo prima di rendersi conto che era stato soltanto un terribile incubo.
Si guardò attorno; gli oggetti cominciarono a prendere pian piano la loro forma, uscendo finalmente dall’oscurità della stanza.
Sentiva che il suo terrore stava lentamente diminuendo. Cominciò pian piano a ricordare.
Anche questa volta tutto era cominciato come al solito: nella tarda sera di una fredda giornata d’inverno stava camminando senza una meta precisa per le vie della città, con passo lento si allontanò dal fragore del traffico alla disperata ricerca di tranquillità, fino a ritrovarsi in un quartiere a lui totalmente sconosciuto.
Cercò di ricostruire mentalmente l’itinerario che l’aveva condotto fin lì, senza però mai riuscirvi.
Si fermò sul marciapiedi, osservando attentamente quel luogo e il senso di mistero che aleggiava su quelle vecchie case avvolte da un’atmosfera surreale, un quartiere come tanti altri, ma di una città fuori dallo spazio e dal tempo.
Ricominciò lentamente a camminare in quell’oscuro dedalo di strade e vicoli, facendo sempre per fare la stessa sconcertante scoperta: non c’era anima viva, il rumore dei suoi passi era l’unico suono che risuonava in quell’assoluto vuoto. Nessun essere umano popolava quelle vie, quei palazzi, quegli appartamenti.
Le ore trascorrevano lente e l’oscurità cominciava a farsi sempre più fitta; a un tratto, notò una luce che veniva d’improvviso accesa in un palazzo dall’altro lato della strada.
Attraversò quel tratto, giungendo davanti a un portone di legno massiccio, ormai consumato dal tempo.
Spinse piano la dorata maniglia e il portone si aprì, cigolando leggermente.
Entrò nell’immenso e oscuro atrio e si avvicinò a una porta da cui filtrava, dalla fessura, una flebile luce. Rimase lì, fermo, in ascolto.
Il cuore batteva nel suo petto all’impazzata. Toccò dolcemente con la mano destra la porta che si aprì lentamente.
La stanza che apparve ai suoi occhi era ormai abbandonata da anni, malinconicamente squallida, illuminata soltanto da un immenso candelabro che troneggiava al centro di un tavolo.
Lunghi fili di ragnatele pendevano dal soffitto e il pavimento era coperto da uno strato di polvere su cui, tuttavia, non era più visibile alcuna orma.
Un gelido brivido di terrore corse lungo la sua schiena e nella mente una domanda insistente: “Chi ha acceso le candele?”
Tanti confusi pensieri affollavano la sua mente e fra tutti sovrastava quello della fuga, ma un folle terrore lo paralizzava.
E fu allora che lì udì; una specie di rantoli soffocati, seguiti da passi che si ripetevano in rapida successione spostandosi da un lato all’altro della stanza.
I passi si dirigevano vero di lui; sembravano passi di una danza assurda, irreale, innaturale, passi fatti da piedi che, di umano, avevano ben poco.
L’uomo cercò di scappare, ma la paura paralizzava ogni suo muscolo; era in balia dell’orrore, quasi ipnotizzato dal rumore incessante e terrificante di quei passi.,
A un tratto i passi si fermarono e il suo urlo di terrore spezzò quell’inesorabile silenzio.

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