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GENOVA PER NOI
Scritto da paolo s.
Categoria: Epistolare
Scritto il 20/08/2018, Pubblicato il 20/08/2018 23.54.06, Ultima modifica il 21/08/2018 14.38.47
Codice testo: 208201823546 | Letto 196 volte

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Nota dell'autore paolo s.:
In ogni maledetta domenica delle salme, le regine del tua culpa affollano i parrucchieri. De Andrè

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L'ho visto nascere.
Assistevo, nei miei transiti giornalieri verso il liceo, ad un continuo e inarrestabile sviluppo che avrebbe portato la vetta di quelle gigantesche “A” ad altezze inusitate, ingombrando il panorama con la sua distonica mole creando un ostacolo insormontabile che impediva la visione del mare e opprimeva sotto una cappa di cemento le abitazioni che avevano avuto la sfortuna di essere state edificate lungo il suo passaggio.
In oltre mezzo secolo trascorso dalla sua inaugurazione, mi sono sempre chiesto quale relazione potesse intercorrere fra gli abitanti dei palazzi e quella ciclopica mole che toglieva loro aria, sole e la magnifica visione del cielo. Qualcuno iniziò a chiamarlo ponte Morandi ed io, fra una traduzione dal greco e un labirinto trigonometrico da cui uscire indenne, mi chiedevo cosa diavolo c'entrasse un giovane cantante che occupava le scene nazionali. incitando qualcuno a comprare il latte, con quel chilometrico ponte.
Storia e destino si uniscono sempre nei grandi eventi e nelle grandi tragedie. Cominciamo dalla storia. Le hanno visto tutti le case sotto il ponte e tutti si sono chiesti: ma com'è stato possibile farci passare il ponte a pochi centimetri dalle loro teste? Perché in nome del progresso negli anni sessanta si era disposti ad accettare qualsiasi cosa, anche la demenziale e irragionevole soluzione studiata per quella gigantesca struttura. Al giorno d'oggi un progetto del genere non avrebbe mai visto la luce. Movimenti d'opinione si oppongono con ogni mezzo, la fretta di crescere non è più così urgente, si ha tempo e modo di considerare i rischi che il progresso comporta. Allora non si è costruito più nessun ponte, nessun'altra infrastruttura, scontri paesaggistici sulle brutture urbane, perché i cantieri per costruirli danno fastidio, teorizzando di fatto il regresso, mentre la via da seguire è quella mediana della ragione che concili la negatività privata con l'assoluta incontrovertibilità di un interesse pubblico. Al progresso selvaggio di ieri si deve contrapporre un progresso regolato dal rispetto delle diverse esigenze.
Il destino. Il Procuratore della Repubblica ha affermato che il crollo del ponte non è una fatalità e accertare le responsabilità sarà il compito primario della Procura genovese. Ma come non possiamo usare la parola fatalità pensando a tutti quei morti? Perché loro e non altri? Ci sono cause specifiche che hanno condotto questi poveri sventurati in quel punto, a quell'ora: un ritardo o un anticipo sull'ora prevista, una sosta prolungata o non effettuata, un sorpasso, un rallentamento: quante ragioni per essere puntuali al terribile appuntamento col destino.
“State tutti bene?” è la domanda che continuo a sentirmi porre da parenti e amici che vivono in altri lidi. Io, tra i fortunati che non sono stati colpiti direttamente dalla tragedia, vorrei poter rispondere di sì “stiamo tutti bene” allo scopo di tranquillizzare chi chiama. Ma non riesco a pronunciare questa frase senza sentirmi sleale. Nessuno sta più bene in questa città, siamo tutti feriti, offesi, attoniti. Chi non ha subito perdite soffre la sindrome del sopravvissuto, perché tutti abbiamo percorso quel ponte migliaia di volte, ma non in quei maledetti minuti e ci troviamo fatalmente incolumi. “Sì, stiamo tutti bene”, ma è una pietosa bugia, posso solo rassicurare che non ero su quel ponte alle ore 11.40 del 14 agosto.

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