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Le pulizie di Sora Checca, quando Berta filava
Scritto da Fillo
Categoria narrativa, genere altro
Scritto il 02/11/2017, pubblicato il 02/11/2017, ultima modifica il 02/11/2017
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Quando Sora Checca faceva le pulizie, le bambine giocavano per la strada, rubando la palla ai maschi e a volte essi le lasciavano fare, e allora quelle sfere ballonzolanti erano per loro un trofeo di libertà, e le magre gambe potevano pure far male, alla fine del gioco, ma era una conquista rispetto alla noia di quei giorni. I padri e i fratelli più grandi erano sempre a lavorare. Le madri a fare le cose di casa, o nell’aia, e in entrambi i casi non volevano figli attorno. Quando Sora Checca faceva le pulizie, la Berta filava. Berta era giovane e selvaggia, con i capelli bruni fulgenti al sole, ma nessuno se la filava (Lei filava, ma nessuno filava lei...). Allora era arrabbiata perché voleva fare l’amore, Berta. Ma quando Sora Checca passava, e diceva tante sconcezze per far ridere tutti (ma più spesso bofonchiava, ansimando per il grande grasso che l’appesantiva), Berta non la stava a sentire, ma stava con le orecchie aperte e anche tutti i pori della pelle aperti a sentire il mondo, aspettando che una voce maschile la chiamasse, per destarla da quel destino di inerzia. Le sarebbe andato bene anche uno squattrinato venditore di acciarini, purché onesto. Ma quando Sora Checca passava, Berta pensava alla bruttezza di quella donna e a quando anche lei sarebbe stata vecchia e brutta. Allora la odiava. Poi si pentiva. Di odiarla, ma anche di pensare a cose inutili, invece di guardarsi attorno e godersi le giornate piene di sole. Quando le bombe arrivarono, Sora Checca, che non era una donna, ma un uomo vestito da donna, che si era castrato per somigliare a una donna, perché sentiva di essere più femmina che maschio, morì. Allora morirono anche i bambini che giocavano con le palle per strada. Quando le bombe uccisero i concittadini di Berta, solo chi aveva un riparo sotterraneo ce la fece a scampare. Solo chi ebbe fortuna. E non furono molti. Di Berta, c’è chi dice che ce la fece, e che continuò a bramare gli uomini arrancando la sua vita fatta di una sopravvivenza giorno per giorno. C’è chi disse di averla scorta coi capelli scompigliati su, sulla montagna, in mezzo a un branco di lupi ( e si diceva che non la assalissero, perché tenuti a bada dal grosso bastone che teneva in mano, col quale pareva governare anche il vento). In realtà, è più probabile che le bombe l’avessero portata via dalla vita, deflagrando. Qualcuno su nel cielo dovrà aver certo voluto che la sua testa di innocente non si fracassasse come un ananas molliccio schiantato a terra, ma che frammenti di soffitti e parti metalliche della bomba le lacerassero la testa sopra alle tempie, uccidendola lentamente con ferite gravi, ma non più dolorose del dolore già sopportato in quei giorni, il dolore di vivere nell’attesa della morte. Chi le voleva bene, spera così. Ma tanti tra chi le voleva bene non ci sono più, come lei, e così è difficile pure che abbiano potuto pensare e sperare per lei una fine così.



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