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La fratellanza
Scritto da athos
Categoria: Altro
Scritto il 02/11/2017, Pubblicato il 02/11/2017, Ultima modifica il 02/11/2017
Codice testo: 2112017155531 | Letto 236 volte

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Nota dell'autore athos:
Tipiche dinamiche aziendali italiote

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La fratellanza

Nella grande sala circolare c’era tutto lo staff al gran completo per festeggiare Osvaldo Piccion. Pochi giorni prima, a New York, era stato nominato Commendatore del grande Regno d’Italia, davanti a centinaia di italo americani plaudenti.
In quel viaggio oltreoceano, era stato accompagnato da Aldo Trombetta, uno dei suoi più fidati collaboratori, che ora era lì, seduto tutto impettito come un novello Cicerone, ad aspettarlo, per gioire con lui della gloria di quel riconoscimento. Tutto il ristretto management aziendale lo guardava incuriosito, in attesa che prendesse la parola.
“Una grande sala illuminata a giorno, tutta addobbata con bandiere italiane. Io ero entusiasta al mille per mille, mi guardavo intorno emozionato e tremante, mentre il dottore era tranquillo. Ho stretto centinaia di mani, baciato migliaia di donne bellissime, impellicciate e ingioiellate. E’ stato un momento fantastico. A un certo punto mi si è affiancato un signore con i baffetti, mi ha battuto una pacca sulle spalle e mi ha detto con un gran sorriso – bravi ragazzi, ce l’avete fatta. Io l’ho guardato, ero su qualche stella lontana migliaia di anni luce e gli ho chiesto chi fosse. Era Vito Licandri, il presidente del premio.
Oh ragazzi, Vito Licandri, mica l’ultimo arrivato! Ero talmente confuso che gli ho fatto il baciamano. Sì, non ci crederete, mi sono inchinato e gli ho preso la mano, e gli ho baciato l’anello! Vito, che ormai è un mio amico, mi ha guardato esterrefatto e mi ha detto – tranquillo, non sono il Papa, almeno non ancora. E’ un uomo alla mano, uno ricchissimo che gestisce una serie di casinò a Las Vegas.”
I colleghi lo ascoltavano, guardandosi silenziosi.
“E dovreste vedere la moglie” proseguì il Trombetta “bellissima e simpaticissima. Uh, e le figlie, bellissime e simpaticissime. Il ragazzo, Pino, è stato qualche minuto con me a discutere del mercato del mobile. E’ molto interessato ai nostri prodotti e mi ha detto – Aldo, sei un amico, vieni a trovarmi tra qualche mese che ti introduco nel giro che conta. Io, beh lo immaginerete, mi sono già messo in contatto con lui. Ora dobbiamo incastrare i suoi impegni con i miei, e poi ci troviamo per organizzare. Conosce tutto il mondo dell’industria e ha agganci anche fuori agli Stati Uniti. In Asia poi non ne parliamo, In Cina Giappone, Corea e addirittura in Mongolia. Cazzo, non vedo l’ora. Ne ho parlato con Piccion, ma sapete, lui mi guarda sempre un po’ perplesso, poi però mi lascia fare perché sa che spesso l’azzecco.”
Ormai il ghiaccio si era sciolto e le bottiglie di spumante avevano perso la loro freschezza. Galleggiavano anonime nella brodaglia tiepida. Cenci ne prese una e con fare moscio disse “E’ temperatura ambiente.”
Il dottor Piccion aveva telefonato alla segretaria, un impegno a Milano lo aveva tenuto occupato tutto il pomeriggio e a sera aveva una cena di lavoro.
Quando vennero avvertiti della notizia solo Aldo Trombetta ci rimase male. Aspettava quel momento con frenesia e ora che tutto era rimandato o addirittura annullato, quella notizia lo lasciò di sasso. Piccion non era tipo da festeggiamenti, e forse aveva organizzato l’incontro odierno ben sapendo che non avrebbe potuto presenziare.
Ma Aldo Trombetta, aveva sette vite, non per niente era soprannominato il Trombetta, e continuò.
“Comunque ragazzi, quando c’è stata la premiazione sulla sala è sceso un silenzio, sembrava di essere in chiesa. Vito Licandri è salito sul palco e uno alla volta ha chiamato i premiati. Ha nominato a gran voce quindici nomi e ogni volta gli applausi facevano muovere i meravigliosi lampadari che illuminavano il salone. La gente si spellava le mani. Quando è stato chiamato OSVALDO PICCION, io mi sono alzato e ho applaudito, guardandomi in giro. E quelli intorno a me, come allo stadio, si sono alzati in piedi. Bravo bravo bravo, tutta la sala urlava. Sono stato bravo anche io, non credete?”
Giovanni Pelliccia guardò Marco Cenci e sottovoce commentò. “Dici che gli da un aumento di stipendio?”
“Boh, certo che ha fatto un bel balzo, il Trombetta. Quando comincia a parlare non lo ferma più nessuno. Vedremo nei prossimi mesi cosa gli faranno fare. Ultimamente ha combinato ben poco.”
“Eh sì, un buco dietro l’altro, però è vicino alla famiglia e questo spesso diventa un fattore più importante di chi lavora bene.”

Il Trombetta parlava da almeno venti minuti, seduto, in piedi, poi ancora seduto e poi ancora in piedi. Allargava le braccia, si avvicinava ai vetri guardando le macchine che passavano sulla statale e parlava, parlava parlava. Erano le otto di sera e nessuno si era ancora alzato. Anche la segretaria era passata dieci minuti prima a salutare. Aveva ripetuto loro che il Dottor Piccion non si sarebbe visto quella sera. Al rientro dalla cena sarebbe direttamente andato a casa, facendo capire che la veglia poteva anche avere termine.
Giacomo Lesto, quello che alcuni colleghi chiamavano due novembre, per via di un’allegria congenita, si alzò e disse: “Sentite, che facciamo? Io direi di andare a casa, domani ho un mucchio di lavoro da fare.”
“Ma no” gli fece eco il Trombetta “andiamo a festeggiare noi, magari dal ristorante chiamiamo il dottor Piccion e gli diciamo d passare per il dolce o per il caffè.”
Pelliccia sudò freddo e Lesto si passò la mano gelida sul cranio.
Alla fine tutti, tranne il Trombetta, decisero che non era il caso. Piccion non si sapeva a che ora sarebbe tornato e tutti rientrarono verso le proprie abitazioni.

Il giorno dopo Osvaldo Piccion era presente in ufficio, al timone della sua Divanite SpA. Aveva smaltito il fuso orario e anche la cena della sera prima. Con il figlio Gilberto stava esaminando le vendite della settimana precedente.
“Papà, il fatturato è calato del 2 virgola zero otto per cento. C’è stato un problema di produzione che conto di sistemare entro fine mese. C’è una cosa però che volevo farti notare. Le vendite in Inghilterra e Irlanda si sono bloccate. E’ strano, fino a sei mesi era l’unico mercato che tirava e ora è in piena crisi.”
“Hai parlato con Trombetta?”
“Sì, mi spiegava che Smith, il coordinatore inglese, ha avuto dei problemi negli ultimi mesi. Gli è morto il gatto.”
“Il gatto?”
“Sì, il gatto. Gli era molto affezionato e lui è andato in crisi; si è chiuso in casa per due mesi. Senza mai uscire. E senza lavorare.”
Piccion cominciava a innervosirsi, ne aveva sentite tante nella sua lunga vita di imprenditore, ma questa del gatto gli suonava strana.
“Chiamalo.”

Dopo mezz'ora Aldo Trombetta entrò nell'ufficio del gran capo. Indossava un abito grigio, con un fazzolettino rosa che spuntava dal taschino della giacca. A prima vista sembrava invitato a un matrimonio, se non addirittura lui stesso lo sposo.
“Ciao Aldo, come sei vestito bene.”
“Osvaldo, come stai? Mamma mia che bei ricordi che ho della premiazione. Hai già visto il video? E’ bellissimo! Dio mio, che festa incredibile. E quanta bella gente. Con calma poi ti spiego i contatti che ho preso mentre tu venivi premiato. Non sono stato con le mani in mano, e ho lanciato le mie esche.”
“Sì, Sì. Senti mi diceva Gilberto del problema che ha avuto Smith.”
“Taci, ne sono rimasto sconvolto anche io. Gli è morto il gatto e non è più uscito di casa. Era più di un mese che non lo sentivo, poi, quando gli ho mandato un messaggio, mi ha risposto che era al buio in cucina ad aspettare non si sa cosa.” Gli rispose Trombetta affannato.
Piccion lo guardò con durezza. “E tu non l‘hai chiamato per più di un mese! Cris…è il capo d ventisette rappresentanti, come fai a non sentirlo mai?” ringhiò.
“Eh, mi sembrava che le cose andassero bene, gli ordini arrivavano e quindi lo lasciavo stare.”
“Trombetta, gli ordini nell'ultimo periodo non sono calati, sono crollati!” intervenne Gilberto che non vedeva di buon occhio il manager. Piccion ascoltava e subito dopo ricevette una telefonata. Fece segno con la mano ai due di uscire.
Anche Gilberto e Trombetta si separarono. Quest’ultimo salì al quarto pano a parlare con Lesto. Entrò in ufficio e lo vide tutto serio e triste piegato su un tabulato pieno di numeri.

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