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La bellezza celata
Scritto da Darknotice
Categoria: Narrativa - Altro
Scritto il 21/12/2013, Pubblicato il 21/12/2013, Ultima modifica il 22/12/2013
Codice testo: 2112201323625 | Letto 436 volte

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Sotto lo sguardo vigile del ragazzo, le lancette dell'enorme e antico pendolo situato a ridosso di una delle pareti, parevano scorrere più lentamente del solito, come se il tempo stesso avesse deciso di arrestare, se pur parzialmente, la sua perenne e incontenibile corsa. L'aria era fredda, quasi gelida, mentre la notte nel suo vacuo giungere, stava mutando impietosa la luce in tenebra, dando vita così ad una cupa e malinconica danza di ombre, che volteggiando freneticamente nell'aria, lottava senza sosta per sovrastare la flebile e oscillante fiamma, proveniente da una piccola ed informe candela, che a stento sembrava capace di sostenere quell'unico bagliore in grado di scindere la minuscola stanza dall'oscurità più assoluta.
Adagiato accanto al lume a ridosso di un tavolino di legno a dir poco stantio, vi era un vaso scheggiato ricolmo di fiori, mentre racchiuso malamente nella sua storta cornice, troneggiava imperioso dall'alto, un austero dipinto dai colori scuri, raffigurante un corvo.
Gli occhi verdi del giovane si spostarono verso la piccola finestra collocata alla sua sinistra, in cerca di qualcosa, qualcosa che pensava di aver atteso per un'intera vita, ma tutto ciò che riuscì ad intravedere fu il suo pallido riflesso, impresso sullo scuro vetro lucido, dal quale non trapelava altro, se non il crescente buio, che avidamente aveva provveduto ad inghiottire in sé ogni angolo della città.
Con cautela si raddrizzò sullo schienale della lacera poltrona su cui era seduto e nervosamente si passò una mano tra la folta chioma, cercando inutilmente di risistemarsi al meglio, finché
uno strano rumore di passi, proveniente dall'esterno, lo distolse dalle sue insicurezze e suo malgrado lo costrinse a confrontarsi nuovamente con l'enorme porta di legno, attraverso la quale era giunto fin lì. C'era un certo non so che, in essa, che lo disturbava profondamente, generando in lui come un placido senso di terrore, capace d'insinuarsi con forza nel profondo delle sue viscere. Sovente riusciva persino ad avvertirlo strisciare attraverso il suo sangue, in perenne agguato, come una serpe celata nel giardino della sua anima.
Il suo respiro si fece stranamente pesante ed il suo corpo si abbandonò ad un fremito incontrollato, mentre il folle presentimento di non rammentare più cosa vi fosse al di là di quell'uscio, diveniva realtà. Così il ragazzo, risollevatosi a fatica, si portò dinnanzi alla porta e col cuore in subbuglio l'aprì. Una lacrima gli rigò il viso, alla vista di quel solido e vasto muro che lo imprigionava all'interno. Atterrito si voltò di scatto verso la finestra e fu lì che lo notò. Il suo riflesso era mutato, davanti ai suoi occhi non vi era più quel giovane che era sicuro di essere, ma solo un povero vecchio dall'aria stanca, che il tempo aveva provveduto a consumare a suo piacimento.
La consapevolezza di chi fosse, stava lentamente tornando. Ora ricordava. Ricordava la sua immensa paura del mondo, così diverso da lui da costringerlo a trovarsi un rifugio, così incomprensibile da portarlo ad isolarsi da esso, ma non poteva essere tutto lì, qualcosa gli stava sfuggendo e lui ne era certo. L'uomo sconfortato ritornò a sedersi sulla vecchia poltrona e malinconicamente rincominciò a fissare le lancette del pendolo.
Quando la fiamma del lume crepitò, il giovane la fissò con aria annoiata, troppo pieno di sé per prestarle attenzione o per notare la bellezza di quelle rose riposte nel vaso, che un uomo assai diverso da lui aveva tristemente amato per tutta la vita. Infine il suo cuore sussultò e la candela si spense.

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