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Il Guardiano dell'obitorio
Scritto da Enrico Ba.
Categoria narrativa, genere horror/thriller
Scritto il 21/05/2012, pubblicato il 21/05/2012, ultima modifica il 21/05/2012
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La sua ragazza Angelica, tramite un amico, gli aveva trovato un lavoro come guardiano notturno all’obitorio giudiziario, questo gli disse il giorno che lo mise con le spalle al muro: “Non puoi vivere solo di sogni, sperando che il tuo benedetto libro venga pubblicato. Devi trovarti un lavoro, anzi se proprio vogliamo te l’ho già trovato. Presentati da Roberto lunedì, lo conosci Roberto no?”. La frittata era fatta, Arturo era stato incastrato e non poteva assolutamente dire di no a questo lavoro. Era contento come un vaso di porcellana gettato dal quinto piano, andare a lavorare in un obitorio non era certo una cosa incoraggiante, ma purtroppo la vita spesso non va come uno spera e di questo lavoro lui ne aveva bisogno. Bisogno soprattutto finanziario visto che era da un po’di tempo che non pubblicava, aveva pubblicato raccolte di racconti per la casa editrice che gestiva la libreria dove lavorava, ma da quando la libreria aveva chiuso ed era rimasta solo la casa editrice gli era stato vivamente consigliato di cercarsi un altro lavoro, potendo comunque sempre pubblicare i suoi libri con il medesimo editore. Arturo amava la scrittura e a questa si dedicava con passione, se il conto in banca glielo avesse permesso avrebbe fatto lo scrittore a tempo pieno, quanto ad Angelica la sua ragazza era da tempo che ormai lo marcava stretto sul tema lavoro e siccome non ne poteva più di sentirla brontolare, di litigare e discutere, decise che avrebbe accettato il lavoro di guardiano notturno presso l’obitorio giudiziario. Avrebbe iniziato la settimana successiva e sarebbe stato di turno la notte, cosa questa che gli andava bene così il giorno lo avrebbe dedicato alla scrittura. Arturo stava scrivendo un saggio sulle Lamie, mitiche donne vampiro dell’antichità, protagoniste di racconti mitologici del mondo greco. “Il mito di Lamia dal mondo dell’antica Grecia ad oggi” era il titolo del libro a cui Arturo stava lavorando da parecchio tempo, il mito della donna vampiro lo aveva sempre affascinato per quel misto di sensualità ed ambiguità di cui era portatrice, lo affascinava anche il fatto che la Lamia, secondo lui, rappresentava una sorta di ribellione verso una società maschilista, donna forte che non si sottometteva alle regole vigenti. Lunedì Arturo si recò al suo nuovo posto di lavoro. L’obitorio giudiziario era di poco fuori città, giusto alla periferia poco distante da dove sorgeva il vecchio ospedale che era stato trasferito più vicino al centro città. Il vecchio ospedale era una struttura moderna, anonima, come tante che non colpiva più di tanto l’occhio di un visitatore. A colpire Arturo fu l’edificio che stava alla destra del vecchio ospedale. Infatti questo era una chiesa gotica costruita sulle rovine di un antico tempio pagano, sconsacrata ed adibita successivamente a padiglione per ospitare l’obitorio cittadino. Arturo infatti sarebbe andato a lavorare là. Arrivato e parcheggiata la macchina, si avviò verso la portineria dell’ospedale dove lo attendeva Roberto, l’amico della sua ragazza. Roberto condusse Arturo, attraverso una serie di corridoi, al posto dove era stato assegnato, un ufficio in fondo ad un corridoio scarsamente illuminato.“Eccoci qui questa sarà la tua postazione soldato” disse Roberto cercando di fare il simpatico, “ah….bene bel posto, allegro, solare e confortante” rispose Arturo con sarcasmo, “poche storie comincerai alle 21.30 di questa sera e finirai alle 05.30, le tue mansioni saranno quelle di un guardiano a tutti gli effetti, dovrai anche registrare chiunque entri nella sala mortuaria facendoti mostrare un documento e segnando l’ora d’entrata e l’ora d’uscita della persona. Però tranquillo qui durante il turno di notte non c’è tanto movimento, le autopsie si fanno principalmente in orari diurni, per il resto qui c’è una gran pace.” “Spiritoso” pensò Arturo, e dopo essersi fatto spiegare le ultime cose riguardanti le sue mansioni, firmato il contratto di lavoro, cominciò il suo primo giorno o meglio notte di lavoro. Quando fu lasciato solo si mise a sedere nell’ufficio vicino la camera mortuaria, tirò fuori dalla propria borsa un computer portatile e dopo averlo aperto iniziò a concentrarsi sul manoscritto di cui si stava occupando.“Al lavoro” pensò ironicamente. Solo che il suo lavoro letterario si era un po’arenato negli ultimi tempi, Arturo doveva rivedere alcune pagine scritte e verificare parte delle ricerche che aveva finora svolto riguardo il mito della lamia. Passato del tempo decise di smettere per un po’di verificare le sue carte e di prendere un caffè alla macchinetta subito fuori l’ufficio. “23! Caspita come passa il tempo!” pensò, guardando l’orologio sul muro del corridoio, uscì dall’ufficio e si avvicinò alla macchina del caffè. Provava una sensazione strana come se qualcosa o qualcuno lo stesse osservando mentre era girato per prendere il caffè. Arturo si girò con circospezione, non c’era nessuno ma una cosa attirò la sua attenzione: la sala dell’obitorio. La porta d’accesso era in fondo al corridoio, una luce fioca filtrava dalla fessura in basso della porta. Quella luce sembrava chiamarlo e lui cominciò a rispondere a quel richiamo, le sue gambe cominciarono a muoversi quasi autonomamente in direzione della porta, una volta davanti a questa le sue mani tirarono le due maniglie. Appena la porta si spalancò, Arturo entrò nella sala mortuaria fiocamente illuminata dalle luci al neon che si riflettevano sulle celle frigorifere creando una atmosfera quasi onirica. Rimase colpito dalla quantità delle celle frigo, aveva una strana voglia mista a curiosità di aprire quelle celle, che ai suoi occhi non erano niente altro più che dei cassetti, per guardare cosa c’era dentro. Ad un certo punto gli sembrò di sentire una voce, ma non proveniente da fuori, sembrava provenire piuttosto da dentro la sua testa. “Vieni a me, vieni a me” diceva questa misteriosa ed ambigua voce di donna, mentre ad Arturo cominciavano a venire le vertigini non capendo da dove provenisse questa voce. Di colpo una delle celle frigorifere si aprì di scatto, Arturo che guardava da un’altra parte si girò e ciò che vide lo paralizzò per la paura e l’incredulità. Sul lettino della cella frigorifera aperta, semidistesa, c’era una donna pallida coi capelli molto corti, un piercing sul naso ed uno sul sopraciglio destro. Guardava Arturo con i suoi occhi scuri e profondissimi, accennò un movimento come per scendere dalla cella. Arturo ritornato in sé si girò e cominciò a correre verso la porta di uscita dell’obitorio, raggiuntala ed aperta di scatto se la chiuse alle spalle. “Impossibile! Cosa mi è successo forse sono impazzito all’improvviso?”, pensò Arturo ancora incredulo da ciò che aveva visto. Si rianimò e decise di riaprire la porta dell’obitorio, per guardare di nuovo dentro la stanza. Tenne la porta semiaperta, sbirciò dentro di soppiatto, ma della donna niente traccia e, cosa ancor più stupefacente, la porta della cella sulla sinistra in fondo alla stanza era chiusa. Arturo decise di ritornare nel suo ufficio, entratovi si sedette stancamente alla scrivania, si sentiva come un ubriaco dopo una sbornia con lo stomaco stretto, la mente confusa e la testa che gli doleva. Si accasciò sulla scrivania, dopo di che più nulla. “Svegliati se ti vede il responsabile son cazzi qui, rischi di perdere il posto!”. Il gracchiare di questa voce fece saltare sulla sedia Arturo. “Ciao io sono Renato, probabilmente non ci siamo presentati, faccio il turno mattina - primo pomeriggio”, disse la persona che stava in piedi davanti ad Arturo. “Piacere Arturo turno di notte” rispose senza troppa enfasi. “Appunto di notte non di giorno, son già le 05.45, e tu avresti dovuto smontare un quarto d’ora fa.” “Hai ragione me ne vado subito, stammi bene ciao”, rispose ruvidamente Arturo lasciando il suo interlocutore interdetto, e presa la borsa con il computer portatile se ne andò a casa. Una volta arrivato all’abitazione e chiusasi la porta dietro le spalle, crollò sul divano del salotto incapace di formulare il benché minimo pensiero razionale, stufo di pensare e con il solo desiderio di dimenticare l’accaduto. “Assurdo, assurdo, è tutto assurdo!” rimbombava nella sua testa, dopo essersi svegliato ed essersi accorto che era mezzogiorno e mezzo. Dopo aver fatto colazione, Arturo tentò di riprendere la sua ricerca cercando di dimenticare tutto ciò che gli era successo la notte precedente. Per un po’ci riuscì poi la sua inquietudine riprese a prendere il sopravvento sulla finta indifferenza usata per liquidare l’episodio della sera precedente. Vedendo che non riusciva a combinare un gran chè con la sua ricerca, decise di uscire a prendere una boccata d’aria. Arturo prese a camminare nervosamente, guardandosi attorno, il suo orologio segnava le 16.45 ormai. “Ancora poche ore e tornerò in obitorio…..vado da lei” pensò, ma allo stesso tempo tremò per aver involontariamente pensato di andare da lei. “Lei chi? Basta devo piantarla se no mi ricoverano” continuò a pensare. Alle 20 e 45 uscì di casa, dopo aver salutato la sua ragazza da poco rientrata dal lavoro. Guidava nervosamente, le strade della città abbastanza sgombre dal traffico furono percorse velocemente ed alle 21arrivò puntuale al lavoro. Arturo, dopo aver parcheggiato, scese dalla macchina e si diresse verso l’entrata dell’obitorio. Entrato trovò Roberto trafelato che gli si rivolse con concitazione:”Ascolta scappo. Tanto non ti secca se entri in servizio 10 minuti prima, sai ho la partita stasera e sono solo a casa con i bambini. Grazie di cuore sai a buon rendere”. Arturo non ebbe neanche il tempo di rispondere ma solo quello di pensare:”che gente del cazzo”, che Roberto aveva già varcato la soglia dell’atrio di gran carriera per uscire verso il parcheggio. Rimasto solo nel corridoio buio, avanzò verso l’ufficio, solo il rumore dei suoi passi lo accompagnava. Tutto l’ambiente in sé sembrava più lugubre della sera precedente ed incuteva nell’animo di Arturo foschi presagi. Appena entrato nell’ufficio depose il suo zaino per terra accanto alla scrivania, si accasciò sulla poltrona con lo sguardo perso nel vuoto. C’era un’atmosfera strana, un tranquillità inquietante, preludio a non si sa che cosa di diabolico. “Era una visione troppo realistica per essere un’allucinazione” pensò Arturo, e come una molla si alzò dalla sedia. Esitante si mosse verso la porta dell’obitorio. Le gambe gli tremavano e fastidiosissime gocce di sudore freddo gli scendevano giù dalla schiena. Arrivato davanti alla porta dell’obitorio, con mano malferma la aprì ed entrò nella sala mortuaria. La sala apparve davanti ad Arturo in tutta la sua aura inquietante, la luce verdognola emanata dai neon rendeva tutto l’ambiente ancor di più spettrale. Entrò dentro la stanza lasciando la porta aperta, provando un morboso senso di attrazione verso il secondo sportello in alto sulla sinistra, quello da dove aveva visto uscire la donna la sera prima. Accostò piano la scaletta, salì e con circospezione aprì la porta della cella mortuaria. “Niente…non c’è niente” disse Arturo a sé stesso. Baaammmmmmm!!.......Un colpo simile ad un boato assordante interruppe le riflessioni di Arturo. Saltò giù dalla scaletta con il cuore totalmente in subbuglio, corse verso la porta. “La porta! E’stata la porta!” pensò con un senso di sollievo, facendo il gesto di aprirla. Purtroppo però la porta non si aprì, nonostante tutti gli sforzi che Arturo stava facendo, la maniglia sembrava bloccata.”Ehi! Vuoi una mano? Non è il modo giusto di aprirla” disse all’improvviso un voce femminile cogliendolo di sorpresa e mettendo a serio pericolo il suo sistema cardio circolatorio. Infatti Arturo come un pazzo si girò di scatto, ma non vide niente nella sala; fu quando alzò lo sguardo verso il soffitto che gli si gelò il sangue nelle vene e la sua ragione cominciò a vacillare. Dal soffitto stava venendo camminando con i piedi e le mani appoggiati alla parete, una donna, la stessa donna che aveva visto la sera prima. Sembrava un grande ragno nero, una mortale tarantola, ma quello che più inorridì Arturo fu la testa completamente rovesciata rispetto alla normale postura, il mento era rivolto verso le spalle, gli occhi rovesciati lanciavano uno sguardo terrificante. Non ci fu nessun tipo di reazione da parte di Arturo. Semplicemente si mise le mani sulla faccia, crollando a terra per la tensione, in posizione fetale emetteva suoni incomprensibili con la bocca, una sorta di litania lamentosa. La sua mente annichilita dal terrore e dallo sgomento si rifiutava di elaborare qualsiasi concetto razionalmente utile per scatenare un qualsiasi gesto che lo facesse uscire da quella situazione. Dopo un po’ levò le mani dagli occhi, si guardò attorno e vide la porta della sala mortuaria aperta. Si alzò in piedi di scatto e si diresse velocemente verso l’uscita, quando da dietro la porta aperta gli si parò davanti la donna, che poco prima stava camminando sulle pareti della sala. “Ma dove vai tutto tremante? Vieni qua” disse la donna. Arturo cominciò ad indietreggiare, ma la donna allungò il braccio destro e lo prese per il colletto. “Guarda qua cucciolo. Vedi la maniglia della porta? La devi alzare un po’ prima di abbassarla.” Arturo era assolutamente muto e non muoveva un muscolo, sentiva la mano gelida della donna che toccava leggermente il suo collo, mentre lo teneva ancora per il bavero. “Chi sei?” le chiese. “Ah! Io sono un spirito perduto nel tempo, la mia origine inizia con il mondo. Sono quello che tu stai studiando, forse sono un tuo sogno o forse un tuo incubo o ancora meglio una tua ossessione” rispose la donna lasciando il bavero della camicia. Arturo la guardò meglio, sembrava venuta fuori da un rave party o da un raduno punk. Portava anfibi neri sopra i blue jeans, maglietta nera e giubbotto di pelle. Non era male, anzi ad Arturo gli piaceva pure, la trovava diversa e misteriosa, ma non poteva dimenticare il modo assurdo con cui l’aveva incontrata. Era spaventato ed eccitato allo stesso tempo, solo lui sapeva la quantità di ore spese in ricerche sulle leggende riguardanti le lamie, adesso ne aveva una di fronte e non era un’allucinazione ma l’assurda realtà. “Non sei un tipo molto loquace cucciolo vero?” disse la donna. “N..n..non mi chiamare cucciolo, non mi piace” rispose Arturo. “Ma tu sei un cucciolo, piccolo ed indifeso al cospetto di una terribile lamia, oggetto delle tue ricerche. Hai sempre desiderato incontrarmi, anche se non lo sapevi”. “Ma….ma come sei finita qua?” domandò Arturo, cercando di uscire da quel torpore mentale causato dallo stupore di quello sconvolgente incontro. “Quale posto migliore, per una come me, di un obitorio per nascondere la propria presenza al mondo? Di giorno pensano che io sia un corpo come tanti, messo dentro una cella in attesa che qualcuno venga per il riconoscimento” rispose la lamia con tono canzonatorio; Arturo avrebbe voluto chiederle altre cose riguardo la sua origine e quant’altro, lo stava appunto per fare, quando ad un tratto i suoi occhi divennero fessure e lei gli mise una mano davanti alla bocca. “Sta arrivando qualcuno. Sta zitto e torna nel tuo ufficio” disse lei perentoriamente, sparendo dentro la sala mortuaria e chiudendosi porta alle spalle. Arturo all’inizio non sentì niente, ma poi si rese conto che l’ascensore stava scendendo, “probabilmente stanno portando giù un cadavere, devo ritornare nel mio ufficio se passano per la registrazione del corpo” pensò e così fece. Dopo un po’ la porta dell’ascensore si aprì e uscirono due portantini con una barella; si diressero verso l’ufficio dove stava in quel momento Arturo. “Sei tu il guardiano di turno questa notte?” chiese uno dei due portantini con aria svogliata. “Si. Come posso esservi utile?” rispose Arturo nervosamente. “Intanto rilassati, perché tanto non avrai gran lavoro dato che non ci è stato dato il nome del defunto, quindi dovrai semplicemente scrivere sconosciuto sulla casella del nome e accoltellamento su quella della causa della morte……il solito regolamento di conti tra tossici probabilmente” disse il secondo portantino. “Certo certo va bene” disse Arturo, spulciando il registro dell’obitorio. “Potete andare se volete” disse poi ai due uomini, che svogliatamente si avviarono verso la camera mortuaria a portare il cadavere. Si chiusero la porta alle spalle; dopo un po’ un urlo lancinante accompagnato da rumori e confusione, come se dentro quella maledetta camera della morte ci fosse in atto una zuffa pazzesca, fece saltare in piedi Arturo che corse subito verso quella porta. Egli appoggiò l’orecchio al metallo freddo, quello che sentì durò pochi minuti forse, ma fu terribile e sconvolgente come sentire degli animali mandati al macello. Urli strozzati, rumore di oggetti sbattuti e poi il silenzio tutto in un attimo. Arturo si allontanò dalla porta camminando all’indietro. Quando la porta si aprì, sulla soglia apparve la lamia imbrattata di sangue e con una gamba mozzata nella mano destra. Puntando la gamba verso di lui disse:” Non dovevi farli entrare nella camera mortuaria, hai commesso un errore cucciolo, hai rovinato tutto siamo nei guai tutti e due”. “Cosa????Io…io non ho niente a che fare con te…..lasciami stare e vattene via mostro!”rispose Arturo. Ma la lamia con un balzo improvviso gli si piantò davanti. “Fa come ti pare, ma sarà dura convincere il tuo principale che non sei stato tu a commettere tutto questo. Digli che è stato un vampiro o che ne so e forse anziché l’ergastolo ti daranno il manicomio criminale. Datti una pulita! Hai la camicia tutta sporca di sangue”. Disse emettendo in ultima una risata disgustosa. Arturo trasalì, si guardò la camicia che effettivamente era sporca di sangue, questo perché mentre parlava la lamia gli aveva strofinato addosso la gamba mozzata, che adesso era stata gettata in un angolo del corridoio. Il panico lo investì, se lo beccavano in quello stato sulla scena di un massacro era ovvio che lo avrebbero rinchiuso dietro una gabbia per tutta la vita, che fare quindi?. “La macchina, prendi la macchina ed andiamocene” gli sussurrò nell’orecchio la lamia. All’improvviso Arturo si mosse verso l’uscita, come se una forza esterna a lui lo guidasse, ed in breve arrivò al parcheggio. La lamia lo seguiva e quando aprì la porta dell’auto si sedette vicino al posto del guidatore. “Adesso uscito dall’ospedale gira a sinistra, va fuori dalla città. Poi prosegui per 6 o 7 chilometri sulla provinciale; troverai una stradina sulla destra che dovrai prendere. Fa come ti dico e vedrai la luce, creami problemi e di te non troveranno neanche i pezzi” disse la vampira. “La luce che luce?” pensò Arturo, mentre stava guidando. In poco tempo furono sulla provinciale; dopo 10 minuti scarsi di strada la lamia indicò la piccola strada sulla destra di cui aveva parlato, una stradina non facile da vedere contornata da alberi. La macchina prese questa piccola strada, il terreno era accidentato e gli alberi si infittivano a mano a mano che si proseguiva. Era una specie di viale, o almeno così pensava Arturo, piuttosto lungo e scuro con alberi che sembravano cipressi. Ad un certo punto da in fondo il viale alberato, nell’oscurità della notte e sotto i raggi della luna, cominciò ad apparire una villa con un grande cancello scuro. La sagoma della villa diventava sempre più nitida a mano a mano che la macchina si avvicinava alla fine del viale; era una villa settecentesca in gran parte ricoperta di edera forse per incuria, una costruzione in tre piani con un porticato fatto di colonne al piano terra dove c’era l’entrata, un grande cancello nero limitava l’accesso alla villa. La macchina arrivò proprio davanti al cancello, il quale si aprì quasi in maniera automatica. Arturo si accorse con terrore che la macchina ormai non la guidava più lui, era come se fosse trascinata da una forza esterna che ne aveva preso il controllo, infatti il volante non rispondeva più. La macchina entrò lentamente, attraverso il cancello, in un giardino al cui centro c’era una fontana dalle forme diaboliche. Un’idra alata cavalcata da una donna nuda sputava fuori dalle fauci uno strano liquido rosso vermiglio, la base della fontana era costituita da una enorme faccia recante un’espressione terrificante, un viso che urlava, gli occhi sbarrati pieni di rancoroso terrore e la bocca spalancata dentro cui c’era una sorta di targa con su scritto la seguente frase in caratteri gotici: Ego Regno In Infernum. Dopo aver costeggiato la fontana, la macchina si fermò davanti al portico di colonne in stile neoclassico. “Siamo arrivati scendi e seguimi” disse la lamia ad Arturo che rimase immobile e fermo dentro l’auto. “Scendi ho detto!” così dicendo la lamia sollevò un braccio e all’improvviso la porta della macchina si aprì; Arturo scese contro la sua volontà, le gambe si muovevano per conto loro lui non ne aveva il controllo. Salì gli scalini del portico dove la lamia lo stava aspettando, insieme cominciarono ad entrare dentro quello che doveva essere il salone principale della villa attraverso una porta a vetri dalla quale traspariva una luce fioca di candela e si sentiva una musica cupa. “Forse è il Faust Symphonie di Liszt” pensò Arturo, mentre entrando vide una ampia sala con un grande tappeto al centro, un divano sulla destra sopra il quale stavano due donne mezze svestite, sulla sinistra c’era un pianoforte di fronte al quale era seduto un uomo annoiato che batteva continuamente il tasto del do. Il soffitto era tutto di legno intarsiato con un lampadario di ferro a candele, sopra il lampadario un uomo ed una donna ondeggiavano mimando e gesticolando come due cantanti di un’opera lirica. Arturo trovava tutto questo ambiente strano ed eccentrico, ma anche ripugnante trasudante lascivia. Appena la sua presenza fu notata da quello strano gruppo, fu circondato da quegli individui, l’uomo sul lampadario con una piroetta balzò giù sul pavimento e con voce baritonale urlò: “E’arrivato!!!!”. “Che significa tutto questo lasciatemi andare! Lasciatemi andare!” implorò Arturo. “Che carino trema come una foglia il poveretto. E’mio, è mio! Mi piace troppo!” disse l’uomo che era seduto al pianoforte. “Fermo Bolkan non provare a toccarlo!E’ mio l’ho scelto io e ho deciso che vedrà la luce, è un mio prescelto” disse la lamia mettendo una mano sulla spalla di Arturo, che tremava avendo constatato che le persone intorno a lui avevano la stessa natura della lamia, cioè vampiri, creature diaboliche vomitate da chissà quale inferno. Ci fu un momento di silenzio profondo ed inquietante, poi la lamia con voce molto calma e pacata disse:”Questa notte riceverai un dono, una luce ti verrà mostrata e conoscerai un nuovo modo di vivere.” “Quale sarebbe questa luce? Non capisco cosa stai dicendo, spiegati meglio” disse Arturo. Per tutta risposta ricevette un calcio sullo stomaco che lo fece andare per terra, dopodiché tutti i presenti nel salone gli saltarono addosso graffiandolo, morsicandolo, prendendolo a calci e buttandolo come un sacco da una parte all’altra della stanza. Arturo ormai era tutto un grumo di sangue e ferite, sperava solo che quella lenta agonia finisse e che decidessero di ucciderlo. Il suo corpo martoriato giaceva sul pavimento del salone, la lamia gli si avvicinò sollevandogli la testa con un braccio e disse:”Adesso capirai che cosa è la luce. Conoscenza, superare i limiti della natura umana, varcare i confini della dimensione terrena. Non morti è un epiteto riduttivo che la gente ignorante ci attribuisce, noi viviamo in modo diverso, sposando la vita in tutte le sue forme, affrontandola infinitamente in maniera più profonda di quanto tu possa immaginare. Le malattie non saranno più un problema, potrai amare per un tempo infinito, dotarti di un corpo più sano e forte con i sensi più sviluppati. Ogni cento anni ci è riservato di far entrare persone nuove nella nostra cerchia, di far conoscere la luce ai profani. Io ho scelto te e adesso questo nuovo mondo ti si schiuderà davanti.” Così dicendo afferrò con la bocca il collo di Arturo morsicandolo con forza. Dopo qualche secondo lo lasciò in uno stato di svenimento, lo sollevò e lo buttò dentro una specie di buco nero posizionato sotto il tappeto. Arturo era in una sorta di dormiveglia quando il suo corpo cadde sopra un grande mucchio di ossa alla fine di un cunicolo molto profondo e nero come la morte; la sua mente ormai viveva in una sorta di dimensione dominata da ombre ed incubi, il suo corpo era scosso da mille convulsioni, sentiva crescere qualcosa dentro di sé come una vampa di fuoco che lo stava divorando lentamente. Passò in questo stato molto tempo, concetto questo che ormai la sua mente percepiva estraneo, cominciava a sentirsi molto forte ed a percepire qualsiasi cosa intorno a sé. Ogni minimo rumore veniva percepito dalle sue orecchie in maniera nitida, il suo naso era in grado di sentire anche gli odori più lontani ed il suo corpo lo percepiva come più vigoroso. Sentiva di provare una insaziabile fame, che lo portava a dissanguare i molti ratti che vivevano in quell’oscuro antro, ma quelli non erano sufficienti non riuscivano a saziarlo come lui voleva. Cominciò a comprendere che doveva uscire di là, pensò che non ce l’avrebbe mai fatta a scalare quel cunicolo maledetto, cambiando idea però quando cominciò ad arrampicarsi. Fu una scalata velocissima, incredibile infatti era la sua forza e l’abilità di arrampicarsi. Arrivato in cima al cunicolo, aprì la botola sotto il tappetto e sbucò nel salone. La casa era tutta al buio, le finestre erano chiuse, soltanto qualche candela qua e là era accesa. Guardandosi le mani scoprì che erano diventate bianchissime, le unghie nere erano molto lunghe e la sua immagine non si rifletteva nell’unico specchio che c’era nel salone. “ Son passati tre giorni e tre notti da quando ti è stato dato il privilegio della luce, adesso è ora che tu vada fuori per il mondo a nutrirti. Sii cacciatore. Di anime, di conoscenza e di sapienza senza fine” disse una voce di donna che Arturo sentiva nella sua testa. In quell’istante si spalancarono le finestre della villa, la luce della luna irradiava il salone. Arturo nella sua nuova forma di vampiro uscì con una balzo e sia avviò verso strade arcane. Poco tempo dopo, nell’appartamento dove abitava con la sua ragazza, fu trovato un corpo di donna con la bocca letteralmente squarciata, come se qualcuno avesse tentato di darle un ultimo disperato bacio uccidendola. In tutta la città ci fu molto trambusto, causato da una serie di efferati delitti, ma questa è una vicenda che non attiene più alla storia di Arturo il guardiano d’obitorio aspirante scrittore, ma ad altre vicende perse nel limbo a metà tra la vita e la morte.

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