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25 NOVEMBRE contro la violenza sulle donne
Scritto da paolo s.
Categoria: Epistolare
Scritto il 22/11/2018, Pubblicato il 22/11/2018 22.56.15, Ultima modifica il 22/11/2018 22.56.15
Codice testo: 22112018225615 | Letto 115 volte

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Riporto alcune testimonianze di donne vessate e violentate nella caserma/lager di Bolzaneto, estratte dal libro Gridavano e Piangevano di Roberto Settembre, giudice estensore della sentenza d'appello per i fatti accaduti nel 2001, fonte quindi asettica, la cui autorevolezza non lascia spazio a dubbi e a controverse considerazioni di parte. Non furono solo donne a subire una violenza inaudita, gratuita e crudele, e noi ingenuamente convinti che fosse appannaggio esclusivo di nazioni del terzo mondo e di qualche dittatura sudamericana, ma è nella violenza sulle donne che traspare tutto il nero nell'anima di piccoli uomini, incapaci di rapportarsi con l'altro sesso, oppressi da un latente complesso d'inferiorità che riduce le già limitate capacità cognitive dei loro organi pensanti e li consegna in un mondo dove le donne sono tutte puttane, tranne le madri e le sorelle s'intende.
La sentenza dirà:
Le canzoni fasciste e il saluto romano posto in essere da pubblici ufficiali che percuotono illecitamente gli arrestati, connotano l'atto illecito di uno specifico messaggio minatorio. Le vittime diventano che lì, in quel frangente, l'atto illecito non solo si accompagna all'evocazione di un'ideologia di sopraffazione sui più deboli, profondamente e diametralmente opposta ai principi costituzionali dell'Europa democratica, ma trasmette loro la consapevolezza, che in questo luogo, affollato di pubblici ufficiali di diversi corpi di polizia della Repubblica Italiana, esiste un nesso di causa ed effetto tra le sevizie e l'ideologia sonora e gestuale con cui vengono commesse, così plateale da imprimere nella coscienza delle vittime la consapevolezza che la violazione e la lesione dei diritti fondamentali può accadere nella totale impunità degli esecutori, e che nessuna forza dell'ordine della Repubblica Italiana interverrà in loro difesa ( pag.281, sent. dep.)
Melody T, giornalista francese finita nella caserma di Bolzaneto il pomeriggio del 20 luglio 2001 così racconta: < Non c'è mai stata calma dentro il corridoio, un momento di quiete o di tranquillità. Mi ricordo che prima di andare nei bagni i miei compagni di cella mi davano consigli su come comportarmi nella toilette per non ricevere percosse, per esempio perché qualcuno era stato picchiato perché non si era lavato le mani, ogni volta che qualcuno andava alla toilette si poteva sentire urlare e ho sentito urlare per tutto il periodo della mia permanenza. Ho sentito persone chiamare padre e madre e supplicare di smettere di picchiare. All'interno delle celle c'erano delle materie viscose, delle materie un po' liquide, anche un po' spesse, una mischia di vomito,sangue e urina. Mi ricordo queste materie liquide anche nel corridoio perché tantissimi giovani presenti a Bolzaneto erano coperti di sangue, sopratutto il viso ancora gocciolante, il sangue continuava a scorrere e tante persone vomitavano a causa dei gas utilizzati. Mi ricordo di una persona sdraiata per terra nel corridoio davanti alla stanza chiamata Digos immersa nel suo vomito fino al collo e non si poteva riconoscere, era piena di piaghe, ferite alla testa e sembrava aver perso conoscenza>.
Sfinita, scarmigliata, le ciocche scure che si ergono scomposte, gli occhi cerchiati nel viso regolare, le labbra tumide, Marie è una ragazza svizzera di 22 anni, ha il collo esile e le dita delle mani rotte, una costola fratturata e contusioni nella schiena; appena giunta ricorderà: < abbiamo dovuto scendere e metterci contro il muro con le mani sopra la testa vicino all'ingresso, dove c'erano altre 15 persone> e rimane lì per circa mezz'ora circondata dai poliziotti, che < guardavano sempre i miei seni e facevano battute sul fatto se io fossi maschio o femmina>. Vicino a lei un ragazzo ferito che ha problemi ad alzarsi, e ad un tratto ricorderà con imbarazzo, . Il PM insiste e lei dice :.
Liz ha 25 anni, è spagnola, la bocca serrata, un cerotto sulla gola, segni sugli zigomi, un esteso ematoma su quello sinistro, ma è tutta negli occhi, sbarrati e atterriti. Marcella ha 26 anni, un volto molto delicato, un ovale allungato, incorniciato da una compatta chioma scura. L'arco delle sopracciglia è ben disegnato. Ha un naso elegante, un profilo sottile com'è esile il collo, ma ci sono ematomi rosso/bluastri su tutto il viso. Le labbra serrate e gli occhi semichiusi dove s'intravede appena il bianco del bulbo. Sembra in coma. Forse pensa che le stia accadendo qualcosa di troppo orribile per essere affrontato a occhi aperti. Al processo non parlerà tanto di se, quanto delle altre giovani, delle loro paure e del loro dolore e dirà: <.....ci hanno fatto scendere e mettere lungo il muro esterno della caserma con le braccia alzate faccia al muro e gambe divaricate..... io avevo una gonna corta coperta con una felpa e sembrava che sotto non avessi nulla, allora un poliziotto mi ha detto.”Troia, ti infilo il manganello”. Poi parlerà di Monica, che ha 29 anni, porta gli occhiali e capelli che scendono fino a metà guancia in riccioli scomposti. Nella foto accenna a un sorriso di superiorità, gli occhi fissano spavaldi. Eppure poco prima Marcella dirà della sua crisi e del suo agitarsi terrorizzato, chiedendo i motivi della sua presenza in quella caserma e di voler parlare con qualcuno per ottenere una spiegazione e anche lei dirà: <....hanno cominciato a muovere velocemente i manganelli dietro le nostre spalle come per colpirci, ….si sentiva il fruscio, l'aria che si spostava e colpi molto forti contro la camionetta. Poi tutte in fila a gambe aperte contro il muro e se una era lenta ad aprirle urlavano: “se non le aprite da sole, ve le apriamo noi, brutte troie”. All'interno un medico sulla cinquantina, molto robusto, col camice bianco, le urla: . Di fronte alla minaccia, tace rassegnata.
Gemma T., altra giovane vittima ricorderà: < Dalla finestra e dal corridoio dicevano: “tanto poi vi scopiamo tutte, tanto nella notte toccherà a tutte” ...e io ci credevo che potesse succedere una cosa del genere>.
Fausta T. viene trascinata nell'infermeria, dove: < ...mi hanno fatto spogliare completamente nuda e c'era un viavai continuo di uomini, e mentre ero nuda davanti a loro mi hanno fatto fare delle flessioni>. E ancora: <....mi sembrava un incubo, ….avevo anche paura di andare in bagno, ci sono andata una sola volta, ma mi hanno sputato addosso, insultata e fatto lo sgambetto, poi ho preferito farmela addosso. Dalla finestra, con voce da film dell'orrore, i poliziotti dicevano: “Entriamo dentro e vi stupriamo, vi mettiamo un manganello nel culo, puttana, troia, zoccola, bocchinara>.
Agnese ha 18 anni appena compiuti, capelli castani raccolti in una breve coda, due ciocche scendono maliziose sulle orecchie, un minuscolo piercing alla narice, il naso leggermente aquilino e occhiaie pesanti, lo sguardo tristissimo, senza speranza, ricorda: <....c'erano molti poliziotti fuori ad aspettare,.....ci insultavano e noi contro la rete del piazzale, sotto il sole per quasi un'ora e poi dicevano: “Sono arrivati i bastardi del G8” chiamandoci ebrei e troie>.
Gudrum, la più malridotta. E' una ragazzona tedesca di 21 anni con i capelli cortissimi, la maglia coperta di sangue, una grande ferita sul mento coperta da un cerotto che non ha fermato il sangue, le labbra gonfie, il volto molto sofferente. Le hanno buttato giù 7 denti e l'emorragia non si ferma. Dirà: .
Delphine è un'infermiera, ha 31 anni, lunghi capelli castano chiaro, un viso aperto, luminoso, occhi grandi, sottili sopracciglia, scuri segni di colpi ricevuti sugli zigomi. Come le altre, riceverà dal comitato di accoglienza quanto già ricevuto dalle altre. Viene condotta nell'atrio dove gli agenti percuotevano chi abbassava le braccia e chi non chinava lo sguardo, per evitare futuri riconoscimenti, e poi frugata: <....SOLO DA UOMINI che ci hanno tolto tutto quello che avevamo, ...poi tirata per un lungo corridoio, e non potevo vedere nulla, perché le mie braccia venivano girate sulla schiena e la testa spinta verso il basso, ….vedevo solo gli stivali, m'insultavano e mi sputavano addosso e infine fatta entrare in una cella, sui muri c'era del sangue e un odore insopportabile>.
Queste sono alcune fra le decine di giovani donne che hanno vissuto in quella struttura le più degradanti umiliazioni che la mente umana possa concepire. Quanto sopra descritto è solo l'inizio della loro tragica odissea, quello che successe durante la notte è come un film dell'orrore dove la realtà supera di gran lunga la fantasia di lugubri sceneggiatori, e mancano le parole e il coraggio per descrivere quanto accadde. Solo la lettura del libro da una parziale e sconvolgente conoscenza degli avvenimenti.
Mentre scrivo queste note leggo nella cronaca cittadina che la Corte dei Conti ha condannato un poliziotto, ex assistente capo della questura, già condannato a 12 anni e sei mesi di reclusione perché ritenuto colpevole di aver abusato nel 2005 di quattro donne che si trovavano in stato di fermo nelle celle della questura, per danno erariale e danno d'immagine a un risarcimento di 106.000 euro. I giudici avevano condannato al risarcimento in solido il Ministero dell'Interno. Per i giudici contabili, l'esborso da parte del Ministero ha cagionato un danno erariale che deve essere risarcito. Spesso le sentenze della Corte dei Conti, molto più di quelle della giustizia ordinaria, danno valenza sociale a sentenze di condanna incomprensibili nella loro esiguità, come quasi è sempre successo per i fatti del G8. Lo Stato Italiano ha risarcito le vittime di Bolzaneto con 350.000 euro, la Corte dei Conti non ha potuto rivalersi sugli autori dei crimini perché, incredibile a dirsi, non sono stati identificati grazie al comportamento omertoso dei loro comandanti. Il processo si è concluso con miti condanne, alleggerite ulteriormente dall'indulto, e nessuno ha mai fatto un giorno di carcere. Fra i pochi a pagare in solido il medico e qualche infermiere, anche con provvedimenti amministrativi della ASL di appartenenza.

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