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La guerra di Piero
Scritto da Simona Antares
Categoria: Altro
Scritto il 22/04/2015, Pubblicato il 22/04/2015, Ultima modifica il 22/05/2018 16.44.01
Codice testo: 2242015122757 | Letto 969 volte

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Nota dell'autore Simona Antares:
La guerra di Piero

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“Dormi sepolto in un campo di grano, non è la rosa, non è il tulipano che ti fan veglia dall’ombra dei fossi ma sono mille papaveri rossi” (“La guerra di Piero” di Fabrizio De Andrè)

Piero rimase per alcuni istanti a fissare quel cranio informe che dormiva placidamente nel letto accanto al suo. Chiuse gli occhi come per concentrarsi, poi iniziò a contare:
“Uno…due…tre…quattro…cinque…sei…”
Li riaprì. No, era ancora là. E tutto incredibilmente intero. Come faceva a non esplodere? Tutto ciò non era possibile, andava contro ogni legge logica e fisica.
La luce filtrava appena attraverso le fessure della serranda abbassata, evidenziando ancor più la fronte che era così gonfia che le vene sporgevano fuori dalla pelle, creando un’orrenda ramificazione violacea.
Piero lo odiava con tutto sé stesso. Lui gli stava rovinando la vita. Quindici anni di prese in giro, di risatine maligne dietro le spalle. Nella sua mente ancora era presente il ricordo di quanto successe l’ultimo giorno di scuola con i suoi compagni.
“Ehi, ma come fa il tuo gobbetto di Notre-Dame a infilarsi le magliette? Le dovrà tagliare tutte quante sul colletto!” E tutti gli altri a ridere insieme a lui.
Prima o poi la finiranno di crocifiggerlo quei bastardi, questa era ormai la sua unica speranza. Per cosa poi lo torturavano? Qual era la sua unica colpa? Quella di avere un fratello deforme.
Suo padre capiva come si sentiva o perlomeno gli sembrava che così fosse. Lo leggeva in alcuni suoi sguardi carichi d’imbarazzo, in alcuni suoi gesti pieni di solidarietà e di rassegnazione.
Quando uscivano insieme a sua madre e a suo fratello sentiva tutti gli occhi della gente addosso. In quel momento Piero guardava dritto negli occhi suo padre; lui gli stropicciava delicatamente i capelli e gli sorrideva timidamente. Poi guardava suo fratello, gli metteva un braccio attorno le spalle, lo guardava in viso e il suo sorriso svaniva subito, come a cercare di accettare una condizione che mai sarebbe mutata, un dolore costante che gli avrebbe lacerato il cuore per sempre.
Gli vuole bene. O almeno è ciò che Piero ha sempre cercato di credere. Come potrebbe d’altronde essere diversamente? Lui è e sarà sempre suo figlio. A volte però l’espressione del suo volto sembra maledire tutto e tutti, la vita, Dio, sé stesso, sua moglie, una donna che ama alla follia ma che lo ha aiutato a concepire un simile scherzo del destino.
La mamma invece sembrava non rendersi conto di nulla, per lui era un ragazzo come tutti gli altri, era il suo bambino, bello e perfetto come i figli delle sue amiche.
A volte si domandava come facesse a sopportare tutto questo, come facesse a far finta di niente, non accennava mai alla sua malformazione, forse per paura che il perfetto equilibrio del suo mondo immaginario crollasse come un castello di carte.
E se avesse ragione lei? E se il problema fosse negli occhi degli altri? Se fossero loro i mostri? Lui, nella sua immaturità, non riusciva ancora a comprenderlo.
Anche quella mattina, come tutte le altre, Piero sperò che morisse. Non sopportava più di vivere quella situazione, non era giusto.
Sara, la morettina di cui si era innamorato, non voleva saperne di uscire con lui, diceva che aveva timore di venire a casa sua, che suo fratello gli faceva troppa paura.
Non ce la faceva più, voleva uscire a testa alta e non si voleva più vergognare, mai più.
Sdraiato su di un fianco sotto le coperte continuava a fissare suo fratello con uno sguardo carico d’odio. A volte pensava di ucciderlo lui stesso. Poteva spingerlo sotto una macchina, oppure fargli cadere per sbaglio l’asciugacapelli nella vasca mentre si faceva il bagno. Ogni tanto sognava che esseri mostruosi come Jason, Freddy Kruger o It lo portassero via, altre volte invece sognava di scappare lontano, in un luogo dove non lo conosceva nessuno, dove nessuno avrebbe potuto collegarlo a lui.
Lo stava ancora fissando. Si alzò lentamente dal letto e si avvicinò al suo dove ancora dormiva beatamente. Lui aprì gli occhi. Il suo sguardo incontrò quello di Piero. Ebbe un sussulto, come se la vista del volto di Piero così vicino lo avesse spaventato. Lo guardò a lungo. Poi i suoi occhi si riempirono di lacrime. Abbracciò forte Piero e tra i singhiozzi disse:
“Mi dispiace tanto…io…io…non volevo…non volevo nascere…”
Pian piano la stretta si allentò, fino a che non si accasciò addosso al corpo del fratello. Il pugnale che Piero aveva tra le mani gli si era conficcato fino in fondo al ventre. Rimase immobile, con una macchia di sangue sul pigiama che diveniva sempre più ampia.
Urlò.
I suoi genitori accorsero. Suo padre lo prese di peso e lo allontanò. Poi venne l’ambulanza. La madre lo strattonò a lungo, piangendo e gridando.
“Perché? Perché?? “
Tutto quello che Piero riuscì a dire fu:
“Non sono stato io, è lui che si è gettato sulla lama.”

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