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Fiorellini di campo
Scritto da Simona Antares
Categoria: Narrativa - Altro
Scritto il 22/05/2018, Pubblicato il 22/05/2018 14.16.13, Ultima modifica il 22/05/2018 14.16.13
Codice testo: 2252018141612 | Letto 103 volte

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I rumori della città che si stava pian piano risvegliando la fecero destare all’improvviso. Prese il cellulare che la sera prima aveva adagiato sul comodino accanto al letto e guardò l’ora: le sei e trenta.
La testa le faceva ancora male, un dolore pulsante e continuo all’altezza della tempia destra. La televisione era rimasta accesa con il volume al minimo e ora stava trasmettendo le immagini di una famiglia felice seduta su di un prato intenta a fare un pic-nic.
Si girò dall’altra parte cercando di riprendere il sogno da dove lo aveva interrotto ma non ci riuscì, ottenne solamente di modellarlo secondo la sua fantasia. Negli ultimi tempi i sogni erano gli unici che riuscivano ancora a procurarle delle emozioni e forse era per questo che aveva sempre voglia di dormire. Sentì il bisogno di andare in bagno ma appena provò ad alzarsi un capogiro la fece subito desistere.

Camminava a piedi nudi ignorando il dolore che le procuravano i ciottoli di quella stradina buia. Lui la stava tenendo per mano. Dove l’avrebbe portata?
Giunsero su un prato con al centro un maestoso albero troncato a mo’ di sedia. Intorno alle sue radici tanti fiorellini di campo di svariati colori. La fece sedere sul tronco e le disse di aspettarla lì, sarebbe tornata subito da lei.
Cominciò a fantasticare su come l’avrebbe sorpresa questa volta. Cosa avrebbe fatto? Sarebbe di nuovo arrivata alle sue spalle all’improvviso facendola urlare di paura e ricevendo da lui due ceffoni per aver fatto troppo rumore?
Sperò che questa volta fosse magnanimo, che si presentasse con un sorriso e con uno di quei fiorellini di campo che a lei piacevano così tanto.
Trascorsero minuti, ore ma lui non tornava. Il cielo iniziò a farsi scuro. Una pioggia sottile iniziò a bagnarle lentamente i capelli, le mani, le gambe. All’improvviso un suono assordante, dapprima lontano e attutito e poi sempre più forte e insistente.
Si destò di scatto con la sveglia che le urlava nell’orecchio. Spegnendola notò che il letto era bagnato, si rese conto che quella pioggia che l’aveva bagnata durante il sonno era pipì. “Ci mancava solo questa” disse tra se.
Era appena uscita dalla doccia quando chiamò la sua collega Giada dicendole che non sarebbe andata a lavorare quel giorno e di pensarci lei con i giapponesi.
La salutò. “Si, non ti preoccupare, sto bene, solo un fastidioso mal di testa. Si, ti chiamo per il fine settimana. Salutami Marco”
Andò in cucina, prese una tazza e la sciacquò nell’acquaio. Mentre faceva colazione pensò a come sarebbe potuto scendere in ferramenta a chiedere una corda senza dare nell’occhio. Avrebbero probabilmente capito tutti e l’avrebbero guardata in quel modo che a lei metteva così a disagio.
Aveva già scritto la lettera e messa lì in bella vista sul tavolo all’ingresso in modo che se mai qualcuno fosse venuto a cercarla, l’avrebbe subito trovata primo di trovare lei appesa al lampadario del salotto.
Sorrise di se stessa e di come, anche nei momenti più tragici, si preoccupasse di non recare disturbo agli altri. Il sorriso si trasformò in pianto.

Di ritorno dalla ferramenta andò dritta verso il salotto, prese una sedia e cercò di arrivare al lampadario piazzato proprio al centro del soffitto ma non ci arrivò.
“Merda!” Ora sarebbe dovuta andare dal vicino a chiedergli in prestito una scala, cercando di essere il più gentile possibile a declinare l’invito a fermarsi per un caffè.
Scese dalla sedia e pensò a un altro metodo. E se si fosse tagliata le vene? Ma in che modo? Sarebbe bastato il rasoio che usava per depilarsi? E se invece si fosse gettata sotto un treno? No, avrebbe troppo sofferto e ne aveva paura.
Andò dal vicino e dopo una mezz’ora di chiacchiere inutili e un caffè che accentuò il suo mal di testa tornò a casa con una scala. Un po’ arrabbiata del fatto che molto probabilmente sarebbe stato il vicino di casa a trovarla cominciò a legare la corda al lampadario.
Se avesse continuato a vivere l’avrebbe di sicuro cambiato quel lampadario, non si intonava affatto con l’arredamento moderno del salotto. Pensò per l’ultima volta quanto gli inquilini precedenti non capissero nulla d’arredamento.
Il portiere stava cercando di aprire la porta di quell’appartamento da cui usciva un insopportabile tanfo e da cui nessuno era stato più visto uscire da settimane. Vicino a lui c’era un uomo sulla cinquantina che in vestaglia lo stava aspettando.
Finalmente la porta si aprì e l’odore li investì. Il primo a entrare fu il portiere che andò dritto verso la fonte di quell’olezzo.

Dopo pochi minuti l’uomo in vestaglia uscì.
“Oh, mi scusi tanto!” disse all’uomo sulla quarantina che stava entrando proprio in quell’istante nell’appartamento “per poco non la colpivo in pieno con la mia scala!”
“Non si preoccupi” rispose l’uomo scansandosi per farlo uscire.
“Era una sua amica?” chiese l’uomo in vestaglia “Che peccato, era una ragazza così dolce!”
L’uomo, sconvolto, si precipitò dentro. Sulla soglia, sparsi in terra, un mucchio di fiorellini di campo.

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