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A QUALUNQUE COSTO
Scritto da scribellulalaura
Categoria: Narrativa - giallo/noir
Scritto il 22/06/2016, Pubblicato il 22/06/2016, Ultima modifica il 22/06/2016
Codice testo: 2262016152032 | Letto 334 volte

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Erano rimasti in due. Restava da gestire il colloquio finale. Renato si era sentito sicuro per tutto il percorso e gli esiti finora gli avevano dato ragione. Tuttavia non poteva togliersi dalla testa lo sguardo di Tommaso. Beffardo e ironico. Troppo sicuro di sé. Lo aveva congedato così l’ultima volta che si erano incrociati nella hall aziendale. Renato aveva avvertito il crack di una crepa nella trama delle sue certezze. Tommaso sapeva qualcosa che lui ignorava. Peggio per lui che si era tradito, comunque! Renato non doveva darsi per vinto, aveva poco più di una settimana per far qualcosa. Il problema era che cosa? Agitato da questi pensieri era tornato a casa a piedi, come faceva da bambino quando a scuola aveva avuto una giornata storta. E mentre stava per scivolare su un tombino bagnato si era ricordato di lei. La maga nera. Così la chiamavano nel quartiere. Una somala schiva, vestita di tristezza, che abitava in una portineria dismessa. Si bisbigliava che possedesse arti scure, capaci di indirizzare il corso delle cose. Renato andava a trovarla da ragazzino per portarle qualche dolcetto o un fiore dei prati nella bella stagione. Sua madre lo rimproverava:
“Ogni volta che passi da lei ti cuce addosso un telo della sua ombra!”, ma Renato non la pensava così.
La maga aveva un sorriso speciale solo per lui. E se adesso gli era tornata alla mente forse non si trattava di una coincidenza. Chissà se abitava ancora là? Renato prese una piccola deviazione e si trovò presto davanti alla sua porta. La mano tremò leggermente suonando il campanello. La maga aprì e lo salutò per nome come se non fosse passata un’eternità dall’ultima volta. Lo invitò ad accomodarsi con un sorriso semplice e uno sguardo troppo diretto. Renato si sentiva come un elefante seduto su una margherita. E l’avrebbe sfogliata volentieri una margherita per scoprire se era più stupido o più imbarazzato. La maga si dimostrò pratica e disincantata:
“Di qualunque cosa si tratti, si può sempre intervenire”, le parole erano uscite senza nemmeno intaccare il sorriso. Aveva un velo nero sulla testa girato sotto il mento che finiva con un nodo sul petto. Come un tentacolo che impedisse ai pensieri di allontanarsi. Renato vuotò il sacco e la maga annuì.
“Col tuo amico ci andiamo leggeri, medi o pesanti?”, il suo sguardo sembrava farsi più cupo o forse era solo la luce del giorno che inaugurava la parabola della sera.
“Io voglio solo il mio posto di lavoro. Niente di personale contro il ragazzo”.
“Certo. Ma più ci andiamo pesanti, più diventa sicuro il risultato”. Renato ebbe un brivido ma non osò ribellarsi, in fondo si trattava solo di superstizione, un gioco di auto convincimento. Cercò di sorridere:
“Mi affido alla tua esperienza”. La maga chiuse gli occhi e mosse le labbra senza emettere suoni.
Dieci minuti dopo Renato usciva per avviarsi a casa. La sera aveva succhiato via l’ultima luce del pomeriggio, ma ne era avanzata abbastanza per distinguere Tommaso appoggiato al muro esterno della portineria. Fumava con sussiego un sigaro stretto e lungo e il suo volto esibiva lo stesso sorriso sfrontato e beffardo della volta precedente.
Una sensazione viscida e torbida come un rettile velenoso girò intorno alla testa di Renato e puntò dritta al cuore, nera come l’inchiostro.

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