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Edo
Scritto da Leo1962
Categoria: Narrativa - Altro
Scritto il 22/07/2018, Pubblicato il 22/07/2018 19.56.05, Ultima modifica il 18/08/2018 02.52.24
Codice testo: 227201819565 | Letto 195 volte

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Edo
In questa storia appariranno evidenti le mie le mie notevoli colpe. Esse furono e sono date da un carattere comunque ereditato da mia madre per certi aspetti (la sensibilità, l'atteggiamento polemico) e da mio padre per le pulsioni violente. A tuttoggi, fino alla mia fine ormai premeditata e programmata in ogni dettaglio (almeno, come direbbe il mio augusto genitore, “hai fatto qualcosa invece di parlare a vanvera”…), mi rendono un individuo definito “incapace di frenare gli impulsi, arrogante e deciso a difendere con ogni mezzo le sue idee”; ma oltre alle particolarità innate, vi sono altresì montagne di mancanze, di torti, di iniziative e di pessimi esempi che la mia famiglia esercitò volutamente per scopi prettamente di “prestigio” e di economia, che pesano più dell'eredità genetica e non trovano quindi alcuna attenuante.
Ero assai piccino, un pupazzetto, quando decisero di sbattermi un una specie di “asilo nido” oltre il confine del nazista – a mio giudizio – Stato neutrale confinante, una cayenna dove migliaia di frontalieri si riversavano, spesso per vedersi ignominiosamente licenziati allorché cronometrati nel lavoro (come nel 19° secolo….!) apparivano “troppo lenti”. Del resto lì noi italiani avevamo ed abbiamo una cattiva fama, di ladri di posti di lavoro e di menagrami, lavativi e sfaticati, oltre che sporchi e disordinati. Sono felice che adesso, isolata in mezzo ai Paesi UE, quella nazione debba reinventarsi il ruolo di fabbrica di cioccolato e meta turistica, e non più quello di “forziere del mondo” e di nazione industrialmente evoluta nonché ordinata come una sala operatoria.
Mia madre pensava solo a lavorare e tenere – a modo suo – in ordine il prezioso appartamento che aveva costituito l’ossessione della coppia di allora sposini dai quali per mia sciagura toccò di nascere. Il fatto di essere deportato (letteralmente) nell’asilo nido/lager d’oltre confine nacque appunto dalla fame di quattrini dei miei. Va detto che, per sue misteriose vie e conoscenze, mio padre che per molte cose era un grand’uomo, aveva trovato alla moglie una sistemazione dorata: impiegata alle Poste e….qui, nel Quartiere!!!!!..... E non, come succede alla maggioranza dei vincitori dei concorsi, vedersi sbattuta in capo al mondo.
Avrebbe così potuto badare meglio ai suoi figli, dato che quattro anni dopo di me arrivò una sorella di cui non parlerò assai, dato che di lei c’è poco da dire. Ma dalla bocca malevola di mia nonna, alla quale mia madre era psicologicamente sottomessa – come lo sarebbe stata anche del marito per oltre mezzo secolo – uscì un netto “NO”. Mi avrebbe curato lei, al limite, ma mai e poi mai mia madre avrebbe dovuto abbandonare il succulento stipendio in valuta estera (mai dichiarato al fisco). Del resto, vista l'ossessione per l'acquisto di una casa propria, quelle entrate facevano anche comodo.
Faccio quindi notare come l’elemento economico famigliare esordì sin da subito nella mia vita condizionandola non poco.
Fatto sta – prima sconfitta delle “coppia più bella del mondo” – che quegli asili nido d'oltre confine erano sorti a dozzine secondo le teorie nazistoidi di (credo) un fuoruscito tedesco. Visite centellinate; i bambini non dovevano essere né presi in braccio né cullati o vezzeggiati troppo: oltre ai “microbi” portati dal contatto fisico, i vezzeggiamenti ne facevano dei mammoni. La Hitler Jugend, fatta e sputata.
Una sera, dopo cena, (i miei vissero a casa di mia nonna fino al 1964) squilla il telefono a casa dei nonni. Per allora, epoca educata ed ipocrita, era “tardi”. Era il Lager: il bambino erano giorni che non dava cenni di vita e fissava con sguardo vacuo il soffitto, senza rispondere ad alcuno stimolo (ho poi provveduto a compensare in abbondanza, ah ah ah!...ma non come si auspicavano gli augusti genitori). Quindi, dissero con fare sbrigativo, in mezzo italiano mezzo tedesco, che venissero a prendermi perché loro non “volevano responsabilità”.
Non fui l’unica vittima di quella catena di asili/lager: dopo centinaia di denunce, processi e indagini, con la solita stomachevole discrezione ed ipocrita pulizia di quel Paese di eredi di Hitler, le strutture vennero via via chiuse ed abbattute.
Mia nonna montò su tutte le furie con mio padre: già, perché al momento egli, pur ristretto per ancora pochissimo a coabitare con lei e l’imbecille del marito, aveva negato all'anziana e malata donna il piacere di cullare il nipotino maschio del quale era tanto fiera. Povera nonna, morta quando avevo solo nove anni: di me non c’è affatto nulla di cui essere fieri!!!!. Ma adesso, il danno era fatto: si trovarono una sera ad altercare a cavallo di un letto dove giaceva un potenziale autistico, o comunque, e si vedrà, uno spostato di altra specie. Sebbene apparentemente guarissi da quello stato catatonico, mantenni, e mantengo, la tendenza ad incantarmi seguendo mie oscure fantasie.
Presi poi, col tempo, a fare due cose che avrebbero dovuto far scattare nei miei genitori – intanto, dal 1964, eravamo alloggiati nella nuova casa – dei vigorosi campanelli d’allarme. Qualcuno dirà che dopo tutto vivevo ancora per il 90% a casa della nonna, e non ero “monitorabile”: ma mi monitorarono vicini di casa dei miei, o abitanti del Quartiere a noi prossimi, troppo intimoriti da quel marcantonio arrogante di mio padre per muovere qualsivoglia osservazione…come del resto accadeva alle assemblee condominiali, dove la sua voce caporalesca e la sua aggressività mettevano al silenzio tutti. Tante cose saranno poi emerse, ormai troppo tardi, in anni recenti, quando bocche allora giovani ed ora anziane si sono aperte e non solo le loro.
Una prima stranezza fu l’abitudine di saltellare come un idiota agitando le braccia quando ero felice – ma ciò non migliorò la mia scioltezza fisica quando dieci e più anni dopo dovetti affrontare lo spinoso argomento “ballo e ragazze”; la seconda, steso a letto, ad agitare la testa sul cuscino, in concomitanza con una mia iperattività mentale che fin da giovanissimo, da infante diciamo, fu causa delle fondamenta delle mie future folli fantasia paramilitari e della passione per armi e quanto ad esso legato: ciò fino al fatale, prevedibile atto delittuoso del 28.6.2012.
Purtuttavia, tranne una volta che mia mamma come una pazza isterica venne a bloccarmi in lacrime la testa gridando <<…Basta!!!...>>, i miei non vollero prendere sul serio queste mie manifestazioni da spostato.
Nella loro beata ignoranza le attribuivano a “fenomeni della crescita” di indeterminabile natura, o le minimizzarono – e qui io penso stia la verità – per non dovermi sottoporre a visite che avrebbero aperto la porta a possibili pesanti spese. Anzi, ad un ragazzino con sospette turbe psichiche, venivano riservati dal capofamiglia pestaggi all’americana, cinghiate se non mangiavo, e calci nelle costole quando ero al suolo.
Una vicina, al piano di sotto, ha di recente narrato che piangeva per me al sentire i rumori e le grida di quei pestaggi da squilibrato cui si lasciava andare mio padre, soprattutto dopo mezzo fiasco del pessimo vinaccio che si faceva mandare dal “paesello”.
Psicologi? Psicofarmaci? Ma non se ne doveva parlare nemmeno: da qui ecco la doppia menzognera l’invenzione di una mia supposta “intelligenza incompresa”…..e di un “caratteraccio” da domare a cinghiate.
L’importante era pagare il dannato appartamento, in un città dove il 90% degli operai (era, allora, una città laboriosa e non un coacervo di locali e di disturbi notturni loro legati, un laido centro turistico insomma) viveva tranquillamente nelle case popolari comunali o in quelle della Società Edificatrice, emerita istituzione attiva dal 1901, pagando il giusto affitto. E dire che il Comando di Polizia da cui dipendeva quel caporale di mio padre più volte gli aveva proposto alloggi in affitto, convenzionati col Ministero: niente da fare, alcun Z******* era mai vissuto in affitto, e così le folli economie consentirono alla coppietta, nel 1967, di finire di pagare “la reggia di Versailles”, un bello, comodo, ma comunissimo appartamento di tre locali e servizi al quarto piano. Mica una villa, quindi, quando col contrabbando nel Quartiere sorgevano case che mia nonna definiva di dubbio finanziamento: pur esercitando lui pure il contrabbando, sotto la copertura della divisa e con la compiacenza di complici superiori, mio padre sollevò un can can inutile…per un banale appartamento, nemmeno un superattico, e pure senza box essendosi la famiglia di mia madre opposta ad ogni aiuto finanziario: che marciscano ora nelle loro fosse, se li sono forse portati, i soldi? E con loro, mio padre, ristretto stavolta in un’urna: ora che ci fai, mucchietto di cenere e ossicini, coi soldi famelicamente accumulati nella vita? Del tuo appartamento pel quale definivi falliti coloro che vivevano “ancora in affitto”?.
I segnali di un mio evidente squilibrio psichico vennero di nuovo alla luce quando alle elementari trafissi da parte a parte la mano di un compagno con una matita, ed ad un altro ruppi il naso con il tassello in legno del cancellino; o quando per la via, dinanzi a testimoni adulti e taluni ancora viventi, con un coltello artigianale colpii tale A*****, di quattro anni più vecchio, che mi stava infastidendo. I miei fecero come nulla fosse accaduto, ovvero si limitarono alla vecchia fallimentare lezione della loro infanzia, botte e rimproveri urlati da spaccare le orecchie….né fecero faccia a quando sempre più spesso giunsi a minacciarli col coltello durante discussioni che spesso erano inutili e su temi inutili.
Tutto ciò si verificò a partire dai 9-10 anni per raggiungere – ne parlerò – un acme con la pubertà. In casa si respirava un’aria tesa: avevo raggiunta un’età – ed una cultura, per la quale si erano tanto prodigati spendendo e spandendo per seppellirmi di enciclopedie – in cui mi sentivo di esprimere il mio piccolo, modesto parere sul mondo.
Ogni mia osservazione (spesso ingenua, o travisata, avevo poi 11-13 anni!!…) scatenava furibonde discussioni che mi squassavano la mente. Parte era colpa mia, che andavo da due adulti di cui stavo, ma non ancora, scoprendo quale unico interesse il puro accumulo di danaro, a fare i naturali discorsi un po’ da sognatore, un po’ da esaltato che fanno tutti gli adolescenti che scoprono il mondo e credeno di cambiarlo . Il guaio era che i miei – forse memori dell’Asilo Lager e della sfortunata esperienza della colonia estiva a 6 anni, come non fosse bastato il primo! – mi prendevano dannatamente sul serio e mi urlavano di “non dire certe cose in giro, che vedi i calci in culo che prendi!” o “tu solo la vedi così, gli altri no”, come se gli altri fossero la Verità. In realtà, essi “sapevano” (io lo avrei saputo decenni dopo), e temevano che ci fossero in me seri danni psichici e che come economica ricetta bastasse menarmi e dirmi di tacere le mie idee. Tutto ciò per non far sapere in giro la verità e far conoscere al Quartiere intero che due genitori incapaci fossero: loro, che si definivano "la più stimata famiglia" della zona....!
Alla fine il risultato, almeno per il periodo delle Medie, fu che io mi convinsi che gli “altri” tanto decantati e che mi avrebbero “preso a calci in culo” erano nemici che facevo bene ad aggredire verbalmente e fisicamente. Divenni un nemico giurato dell’umanità e presi ad odiare chiunque, tranne i miei due amici Tiziano e Renato, che invece coi miei racconti salgariani – mio nonno mi regalò, mese dopo mese, una pregiata collezione delle opere dello scrittore veneto e di Verne, in versione integrale e ben illustrate – ci andavano a nozze.
Il Quartiere è chiuso in una sella più boscosa sulla sinistra per chi marci verso il Confine, e gremita di ville e palazzine databili dal 1910 ad oggi sul versante opposto che però è verdeggiante alla sommità. Essendo questo versante luogo di antiche cave, l’opera dei cavatori ha scolpito le rocce in un paesaggio strano, fra aggetti, rientranze, piccole grotte, balconate in pietra fra le quali la vegetazione cresce in maniera suggestiva, mischiando pietra e verde alle costruzioni in un insieme che in certi posti appare suggestivo. O almeno pare a me, per via di vicende che andrò tosto a narrare. Come anticipo, le fondamenta arditamente inserite nelle scabre rocce erano naturale rifugio per giovanissimi amanti, miei coetanei ormai….dapprima definiti dei “porci” e dei “giovani depravati” secondo il Verbo paterno che definiva i giovani “d’oggi” (d’allora) degli hippy capaci solo di ribellarsi, occupare scuole, esporre insegne con motti per lui osceni come “okkupazione proletaria” o “vietato vietare”, o dare fuoco ai mezzi blindati dei suoi colleghi.
Io, giovane come ero, non sapevo come giudicare certe cose, dopotutto sempre più deriso, con gli anni, dalle ragazze in particolare oltre che dagli “sbandati” come li definiva mio padre, che mai e poi mai ebbe il fegato di affrontare i dimostranti (a Palermo nel 1948, sciopero dei portuali, vistili grossi come gorilla ed armati coi ganci per afferrare le casse, si diede il calcio del moschetto “91” sul naso e si spacciò per ferito!......). Intanto, la geografia del luogo spingeva me ed inizialmente Renato, cui a dieci anni si unì Tiziano, corresponsabile con me ed i miei della mia follia, a vivere nei boschi fantastiche “avventure” in mezzo alla folta vegetazione che tagliavamo coi coltelli da cucina trafugati in casa. Nella nostra mente diventavamo Sandokan, Tremal Naik, Yanez, e ci addentravamo nei relitti della Linea Cadorna, coi suoi tunnel scavati nella pericolante roccia morenica, le trincee rivestite in cemento con le nicchie per le munizioni, i ricoveri sotterranei in cemento. Con le fionde tiravamo ai rami secchi abbattendoli, e cosa che dava da pensare, era la mia abilità nel farlo. Iniziava infatti per me la passione infausta per le armi, non più una mera curiosità ma il desiderio di informarmi seriamente circa esse e chissà, vedendo la carabina ad aria compressa ed i fucili da caccia del padre di Renato, un domani possederne anche io. Per farne cosa?....La mente raziocinante, che evita di mettersi nei guai, direbbe <<-Per una passione bislacca, legata anche alla Storia (nella quale avevo un bel 9), ma non per far male->>, ma sotto sotto…sotto sotto invece l’intento, posso dirlo ora che certe cose sono passate e di armi non ne possiedo più, per usarle un domani contro il mio simile, gli “altri” coi quali i miei mi gonfiavano la testa.
Cosa che puntualmente avvenne, il 28.6.2012. E sfido chiunque, anche un atleta olimpionico, a dire che il possesso delle armi ha motivazioni solo di curiosità storica o meccanica o motivi sportivi….sì, vi diranno così, ma chi compra un’arma fatalmente la userà contro altre persone, che lo meritino o meno. Ve lo garantisco.
Ricordo ancora, assieme alle “avventure” nel bosco con Renato e Tiziano, le battaglie a soldatini con Paolo M, nello spazio coperto di parte del suo cortile ove si affacciano i box e certi recessi sui quali avrei fantasticato, anni dopo, ed invano, di andarci con le ragazze ad imparare il linguaggio dell’amore. Ebbene, quando facevo un tiro (con un legno, o una palla da biliardo) che abbatteva parecchi nemici, mi esibivo nel mio saltellare dimenando le braccia, e questo fu notato da diversi compaesani. Il bello che iniziavano a girare “voci” sulla mia famiglia, anche sentendo mio padre che urlava a tutti polmoni contro il Papa, Andreotti (dal quale però voleva una raccomandazione per salire di grado),e tutti “quei ladri”. Già, proprio lui, e con lui i suoi superiori anche di Milano o Roma, che praticavano con lucro il contrabbando, come del resto tanti qui in Quartiere. Ma lui, Sottufficiale di Pubblica Sicurezza, che malediceva i giovani sbandati che “bruciano il loro futuro” quando devastavano le scuole e gli atenei…..!!!! Iniziai a captare una serie di contraddizioni, che si concretizzavano poi in me come idee confuse: una volta esaltava i giovani che non si facevano più incantare dai preti, che convivevano, che davano ai figli nomi diversi da quelli tradizionali, che indossavano minigonne e minishorts…..per poi l’indomani definirli un mucchio di drogati fannulloni e delinquenti.
Io, inclito pubblico, cosa cazzo mai dovevo pensare? Isolato dai coetanei per i miei atteggiamenti, pel mio vestire, per il puzzo che emanavo – spiegherò poi il perché – e per le aggressioni verbali e fisiche a danni di femmine e maschi indistintamente, avevo solo il mio duo di amici e poi la famiglia come interlocutori.
Capii presto che dalla famiglia forse forse non ci avrei cavato un ragno dal buco, e questo successe man mano, piano piano ma inesorabilmente. Iniziai a capirlo più fondatamente quando mia mamma fu affrontata da una professoressa che, decantate le mie doti didattiche, passò a dirle che il mio comportamento era a dir poco “preoccupante” e che avrei dovuto andare “da un buon analista”. E forse la brava insegnante non si limitò a parlare di me, forse fece anche accenno allo “ambiente famigliare”. Mia madre fece l’offesa, vantandomi come “più maturo quindi incompreso” e “di intelligenza superiore” e che lei era “un’hippy, non un insegnante” (per i suoi metodi avanzati). Il bello che queste maldicenze sulla prof……gliele avevo messe in testa io, spaventato da tutto ciò che fosse modernità e cambiamento di costume.
Ma ditemi voi….come può una donna, impiegata di rango oltre confine, giudicare una sua coetanea, ed insegnante apprezzata dai più, sulla scorta delle dichiarazioni di un figlio undicenne o dodicenne che lei segretamente sapeva – ma non ammetteva, non lo ammette nemmeno oggi ad ottant’anni e dopo i fatti di cui mi sono reso colpevole – mancante di parecchi venerdì? Un adulto, quanto mai dà retta al parere del figlio ancora imberbe, e probabilmente malato di mente, su di un professore?.....i miei, con l’ossessione per la casa ed il lavoro (soprattutto su questo mia madre, che tornava a casa sempre isterica), avevano, e lo confessò lei un dì di non molti anni fa, messa alle strette, “chiuso la porta in faccia al mondo”.
Avevano quindi perso il contatto con la realtà al punto di considerare i miei pareri (altre volte invece svillaneggiati urlando) come validi!!!!...da portare ad un consiglio di interclasse!!!..... Il tutto, scaturito dalla malsana, qui va giudicata tale, ossessione per “l’appartamento”, ed il considerarsi degli “eletti”, e superiori agli altri, per averlo comprato. Si definivano la “coppia più bella del mondo”, poi avevano soprattutto lei abitudini igieniche da aborigeni, che io ovviamente copiai. Qui va narrata una cosa assurda: il boiler era sempre spento. Secondo mio padre, e guai a contraddirlo (aveva sempre ragione, su tutto, se no….urla e botte, quasi quasi anche alla moglie), andava acceso per scaldare cento litri d’acqua, bastevoli forse per un solo bagno, indi spento. Sappiamo invece che va tenuto sempre acceso e che si autogestisce in base all’acqua prelevata, livellando di quel che basta la temperatura. Con questo, consumando poco, mentre a noi arrivavano bollette dell’Enel da far paura. I miei, già sapendo che per natura un undicenne o dodicenne è nemico dell’acqua e sapone per definizione, pretendevano purtuttavia che in inverno io mi lavassi con un liquido che solo in Città può esistere, più freddo dell’azoto liquido. Ovvio il mio diniego, ed ovvio che andassi in giro assai più olezzante dei qualsiasi mio coetaneo.
Non che mancassero le esortazioni a lavarmi ed a cambiare abiti che stavano in piedi da sé dalla sporcizia, tacendo per pietà sullo stato di calze e mutande. Solo che anche queste giuste osservazioni si perdevano in un mare di inutili discussioni che altro non facevano che frastornarmi sempre di più, e quindi cadevano nel vuoto….e non dimentichiamo, l’acqua più gelida della Galassia, sufficiente da sé come deterrente.
Contraddittorie anche le affermazioni di mio padre sulle ragazze, dato che ormai ero grandicello. Su quelle che lui stesso definiva puttane e drogate? E che io definivo parimenti, urlando loro improperi dal balcone. In pratica, quelle che vedevo sedute sui muretti coi ragazzi, e coi quali poi seppi si imboscavano nei tortuosi corridoi delle cantine, sotto le fondamenta dei palazzi, a celebrare quei riti dell’amore di cui pian piano (io mi evolvevo a velocità ridotta rispetto ai miei coetanei: ero palesemente immaturo) mi pareva di prendere contezza. Immaturo sì, ma a comando snocciolavo nomi di faraoni egiziani dinastia dopo dinastia, date, avvenimenti storici, gittate di armi ormai sorpassate, ed altre idiozie del genere. Gli adulti presenti plaudivano all’esibizione della scimmietta ammaestrata, ma dentro dentro certo si chiedevano…<<..Ma questo l’avrà presa almeno per mano una ragazzina? Ma quand’è che si lava?..>>.
Tragico era l’eloquio, degno di un avvocato della fine del Settecento, certo non di un giovane, tale ero divenuto poiché fatale il tempo avanza per tutti. Ancora a quattordici anni un amico salvò da un mio sproloquio incomprensibile una ragazza, tale Luisella, palesemente imbarazzata da questo fiume di termini indecifrabili. Per forza, il mio vocabolario proveniva da Salgari (morto 1910), da Verne (morto anche prima) e dalle enciclopedie; il ragazzo perciò mi trascinò educatamente via e fece capire all'ascoltatrice che, insomma, non ero del tutto a posto con le rotelle.
Il problema è che iniziavo – tralasciando episodi delle elementari – a prendermi le prime cotte. Immaturo che fossi, gli istinti ma, soprattutto un bisogno di amore (me lo avrebbe rivelato in pieno una tardiva analisi intrapresa nel 1988…quando lavorando avevo finalmente i soldi con cui gestirmi), amore negatomi fino ad allora (ed in seguito vieppiù) dalla famiglia, si facevano prepotentemente largo. Queste naturali pulsioni giovanili trovavano però ostacoli insormontabili alla propria soddisfazione. Li abbiamo testé descritti, e ci va aggiunto che anche come fisico ero abbastanza ridicolo: una gran zazzera da negro di Harlem, due orecchie a sventola da competizione, un gozzo da pollo, ed un abbigliamento che mia madre raccattava distrattamente dai cestoni delle “offerte” al Mercato, dal disegno palesemente fuori moda, e perfino scompagnato poiché <<..Tanto crescete in fretta, perché comprarvi roba bella?..>> affermava spudoratamente. Ma il massimo fu quando io le portai l’esempio di Luca M., che vestiva Wrangler da capo a piedi – e non veniva da famiglia abbiente – e lei mi disse che la "povera madre" era costretta a comprargli “quei brutti jeans”, perché lui presto rovinava i vestiti essendo corpulento. Ah!...quei jeans, di marca, erano un ripiego “tanto poi li rovinava”, invece, i miei stracci, erano da sfilata?
Eppure, chi mi propalava simili fandonie mi definiva “intelligente”, quando della mia intelligenza si prendeva gioco ogni giorno, fino a negare la veridicità di ciò che vedevo in giro, motorini, cappotti Loden, calzoni in velluto a coste larghe, stivaloni Camperos et similia.<< ..Li vedi solo tu.. >>…<<…sono quattro ricconi…>>.
Accidenti, allora eravamo una città di miliardari e noi Z******* l’unica famiglia povera!.....Poveri noi, con quel che percepivano i miei genitori, che manco dichiaravano sul 740 i redditi da frontaliera di mia madre, risultante anzi “casalinga”? […c’è stata recentemente una polemica sul fatto, parlando di “scudo fiscale”, ma non so come è andata a finire…].
C’era poi, non secondario, anzi!, il problema dell’alitosi. Definirla così è ancora poco: caduti i denti da latte 3 o 4 anni prima, già da subito la mia scarsa igiene aveva fatto marcire quelli definitivi. Avevo nei molari delle vere caverne, dove il cibo si accumulava e marciva causando una puzza oltre ogni tolleranza umana. Il guaio è che per i denti i miei genitori, sempre per risparmiare, andavano da un meccanico dentista del Quartiere, tale Bellotti (ne faccio il nome perché ormai morto o quasi), che ovviamente non essendo “medico dentista”, non poteva somministrare anestesie. Dopo due sessioni di torture da Inquisizione Spagnola, rifiutai ogni “cura” e preferii far marcire allegramente la mia dentatura, tanto che mi manca un premolare (credo si chiami così). Solo dopo passati i vent’anni e conseguito un lavoro, spesi un bel po’ a rifarmi una dentatura decente.
Finiamo con la scarpe. Fino ad un giorno fatidico di cui parlerò (parlerò un po’ di tutto, qui e là), il fatto che mi venissero comprate scarpe andanti e che diventato grandicello mio padre mi passasse quelle dismesse fornite ogni tre mesi dall’Amministrazione non mi faceva né caldo né freddo. Per rotolarmi appresso agli amici giù dai sentieri, non c’era bisogno di capi alla moda, né ci facevamo per ora caso. Eravamo ancora e per pochissimo dei semplici bambini.
Ciò fino al fatidico giorno cui sopra accennai. Premettiamo che da un po’ di mesi almeno notavo sospette assenze dei miei amici; non solo, Renato e Tiziano avevano iniziato a disertare le nostre avventure boschive/salgariane e notavo che nel loro aspetto, nel vestire e nell’eloquio qualcosa cambiava. Idiota ed immaturo, tenuto sotto una montagna di menzogne dai miei, ero tardo a capire questi cambiamenti. Ad un certo punto, progressivamente, iniziarono a parlare sempre più spesso di ragazze, fino a raccontarmi – ne fui sconcertato, ma felice per loro, non sono un invidioso – che in effetti sì, ci erano stati con due ragazze, una del paese montano di origine di Tiziano lui, e con una vacanziera che calava dal lago in Quertiere, Renato.
Diedi a questi episodi un’importanza marginale, seppure invidiando bonariamente, felicitandomi per loro, i miei amici. Del resto, come detto, le cotte le stavo prendendo – invano – io pure, quindi era tutto ok.
“..Ma tutto è a posto però/….tranne lei” cantano i Nomadi. Sì, perché quel fatidico giorno li vidi arrivare, anzi mi ci scontrai, alla curva della via, completamente trasfigurati. Già ho detto che notavo labili cambiamenti nel vestire, ma quel giorno erano decisamente eleganti, cioè secondo la moda del 1976: pantaloni velluto coste larghe (era autunno), bei maglioni, bel giaccone stile marina Tiziano, capelli in incredibile ordine e palesemente….lavati!!!!....tutti e due, ed ai piedi calzature di moda, non ricordo quali. Un olezzo, quello del Brut 33 che anche stasera che scrivo mi sono spruzzato per aiutare i ricordi, li circondava, così come un olezzo di latrina mal tenuta circondava me. Ero appena stato rimproverato da una ragazza, che poi sparì dalla via con la famiglia, perché con la fionda tiravo sassi nelle pozzanghere per fare il “cannone navale”. Ovviamente né Renato né l’altro amico avevano fionde alla cintola né sassi nelle saccocce. Invece, parlavano in un gergo per me nuovo circa ragazze e … feste…(manco sapevo che fosse, una festa…pensavo a quelle di compleanno in casa, con la torta e le candeline…povero scemo…!).
Insomma, si svelò l’arcano, anche perché stavolta, nonostante i tentativi per evitarmi (e magari sentirsi obbligati a portarmi con loro, rovinandosi la reputazione) si erano letteralmente imbattuti in me, e la cosa diveniva palese: loro invece pensavano nonostante l’incipiente imbrunire, io fossi su in collina a fare l’emarginato nelle trincee. Mi narrarono quindi tutto, cioè che loro da mesi insomma non erano più tanto attratti da armi fortificazioni et similia (tranne Tiziano, che condivise con me fino al 2004 questa passione) ma avevano scoperto le ragazze, e che nelle case, di solito villette dai disponibili sottotetti o seminterrati, su per le vie del Quartiere dove non ero mai stato, si tenevano dei party, con musica, ballo, sia disco che “lento” (il ballo del mattone, si diceva nei ’60) e c'era chi riusciva abbordava una ragazza e la portava su un divano (…o brandina, o poltrona, o sedia….) e si stava lì a limonare e a palpeggiarsi.

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