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Odi et amo
Scritto da Simona Antares
Categoria: Narrativa
Scritto il 23/04/2015, Pubblicato il 23/04/2015, Ultima modifica il 28/04/2015
Codice testo: 2342015131626 | Letto 1184 volte

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Nota dell'autore Simona Antares:
Odi et amo

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Ormai le era chiaro…sarebbe stata un’estate molto calda.
Quella sera l’aria era davvero rovente e non c’era niente che potesse darle refrigerio; il ventilatore era puntato al massimo verso il letto ma non c’era nulla da fare, l’arsura non se ne andava, continuava a tormentarla come un insetto molesto.
Jun se ne stava così, immobile tra un cuscino e l’altro, sigaretta tra le labbra rosso fuoco, pantaloncini, reggiseno di pizzo nero e un bicchiere di bourbon nella mano destra.
Se ne stava lì, ferma e pensierosa come un ragno nella sua tela, con lo sguardo malinconico e rabbioso, quasi stesse meditando vendetta contro qualcuno.
Sudava copiosamente, il caldo ormai era davvero insopportabile.
La sua mente rimandava delle immagini terribili, una dietro l’altra, delle immagini che non si preoccupava minimamente di scacciare dai suoi occhi, anzi le alimentava ancora e ancora con un tiro di sigaretta e quella solita canzone, “Try walking in my shoes” dei Depeche Mode che ascoltava ogni volta che aveva bisogno di abbandonarsi ai suoi pensieri.
Pensare troppo nuoceva al sistema nervoso, questo lo sapeva più che bene, eppure non riusciva a farne a meno, le piaceva, ci provava gusto…era la sua unica valvola di sfogo, non le era rimasto più niente, i suoi pensieri erano l’unica compagnia che possedeva…
Spesso si era chiesta come avesse fatto a ridursi così, lei giornalista di successo, lei donna così bella, voluttuosa, fascinosa e corteggiata da tutti, lei così estroversa ed espansiva, ma non era mai riuscita a darsi una risposta, l’unica cosa che sapeva era che, uno dopo l’altro, tutti l’avevano abbandonata senza un perché o forse un perché c’era, lei lo sapeva benissimo, ma non voleva ammetterlo, neanche davanti all’evidenza dei fatti.
Povera, sola, folle Jun.
L’aria del ventilatore le spostava delicatamente i capelli nero corvino dalla fronte e il suo sguardo si posò verso la sua vecchia sveglia, l’ultimo ricordo che le era rimasto di suo padre.
Ore 21.58. Troppo presto per cercare di dormire, troppo caldo per uscire.
“L’unica cosa da fare”, pensò Jun, “era rimanere qui a crogiolarmi nei miei pensieri, a godermi quest’aria fresca e umida che mi accarezza delicatamente il viso, a godermi il respiro grigio di questa sigaretta ormai in fin di vita, a godermi le ultime note di questa indimenticabile canzone.”
Posò le morbide labbra sul bicchiere; il liquore le scese morbido e liscio nella gola, fino a infiammarle lo stomaco.
Povera, sola, folle Jun…ancora non sapeva, non poteva sapere che a breve sarebbe stata riportata a forza nella realtà, quella realtà che cercava in ogni modo di allontanare da sé.
Come poteva essere, cominciò a chiedersi, che una donna come lei potesse starsene stesa sul letto senza fare assolutamente nulla oltre che pensare, bere e distruggersi i timpani? Cosa le mancava? L’amore? Oppure una soffice mano calda che le stringesse il cuore? Era quello che cercava? Desiderava la vita e fuggiva la morte oppure il contrario? Questi pensieri, disse a sé stessa, sono fastidiosi come dei sassolini impazziti scagliati sul vetro di una finestra.
Ritornò alla realtà solo quando si rese conto che c’era davvero un rumore molesto, piccolo, ritmico, insopportabile. Posò il bicchiere sul comodino e spense la cicca ormai morta nel posacenere. Si diresse verso la finestra, camminando a piedi nudi e si affacciò oltre il davanzale. Guardò giù per la
strada e vide un uomo che la osservava divertito. I suoi occhi verdi la scrutavano da cima a fondo, cercando di capire se quella visione fosse reale o no.
Jun guardò di nuovo verso la finestra e si chiese dove avesse visto quell’uomo. Le sembrava un viso familiare, ma non riusciva a ricordare dove l’avesse visto.
Decise di scoprirlo. Si mise addosso la sua maglietta azzurra, i suoi jeans attillati e scese in strada. L’uomo misterioso era lì che la guardava impassibile e con un aria, così sembrò a Jun, di sfida.
Gli chiese chi fosse e dove si fossero incontrati, ma l’uomo non le rispose, la fissò a lungo e intensamente con quei suoi occhi color smeraldo in un modo che provocò uno strano turbamento nel suo cuore.
L’uomo le si avvicinò; emanava un profumo molto forte ed esotico, il suo preferito. Provò un lungo brivido di piacere e ancora non riusciva a capire cosa fosse. Ricambiò l’intenso sguardo dell’uomo e vide che lui stava sorridendo maliziosamente.
C’era qualcosa nel suo profumo che risvegliava in lei sensazioni a lungo assopite, lontane, ma allo stesso tempo c’era qualcosa nel suo sorriso che le dava fastidio. Non sapeva spiegarsi il perché, forse aveva bevuto un po’ troppo al club e di certo quel bicchiere di bourbon sorseggiato fino a qualche ora fa non l’aveva di certo aiutata.
Lui sembrava sbeffeggiarla; quegli occhi verdi come il mare sembravano a un tratto diventati freddi e pungenti. Inclinando leggermente il capo, la guardò fissamente negli occhi e le sussurrò dolcemente a un orecchio: “Sei proprio una stupida e ingenua bambina, lo sai?” e il suo sorriso sornione si tramutò in una lunga e sonora risata malefica, a tratti inquietante.
Iniziò a spingerla una, due, tre volte; Jun avrebbe voluto rifilargli un sonoro pugno in piena faccia, ma in quel momento tutto le girava intorno, niente era al suo posto.
Si pentì di essere scesa, avrebbe voluto gridare ma non ci riusciva, sembrava proprio che il suo cervello fosse andato in tilt e non volesse connettersi con la bocca. Alla quarta spinta cadde riversa a terra, col corpo in una pozzanghera puzzolente.
Una fitta di dolore le fece chiudere gli occhi per un istante, mentre con la mano destra si strofinava la parte dolorante. Quando li riaprì, lo guardò con un’aria stupita e terrorizzata allo stesso tempo…ora lo riconosceva, ora si ricordava di lui...
Rimase lì, immobile, a fissarlo con terrore…sentiva che qualcosa di terribile le sarebbe capitato di lì a poco.
Perché era lì? Come aveva fatto a trovarla? Che cosa voleva ancora da lei? Erano domande a cui non sapeva dare una risposta, l’unica cosa che sapeva era che doveva alzarsi e scappare.
Si rialzò lentamente, a fatica, dolorante al fianco destro, ma appena fece un passo lui l’afferrò per un braccio e le disse “Dove credi di scappare? “La tenne stretta a sé, la sollevò a forza e si avviarono verso il portone.
Jun cercava di trattenere i conati di vomito che stavano salendo alla sua bocca…la sua testa girava come un vortice e non accennava a smettere.
Salirono sull’ascensore e l’uomo spinse il bottone del suo piano, il quarto(“dunque sa già dove abito…deve aver speso un patrimonio in investigatori privati per scoprirlo” pensò Jun). Arrivati al suo pianerottolo, le sfilò le chiavi dalla tasca e aprì la porta d’ingresso.
In quel momento Jun vide tutto nero e svenne.
Il giorno dopo si svegliò con il sole che le illuminava il volto…riconobbe la sua camera da letto e si accorse che vicino al comodino c’era un biglietto.
Lo lesse.
“Fottiti, puttana!”. Così recitava il biglietto.
Stupida, era stata una stupida a non capire subito a chi appartenesse quel viso così familiare. Seduta sul letto, con il sole del mattino che le illuminava il volto, Jun scoppiò in lacrime. Non riusciva più a fermarsi, l suo petto era sconvolto da continui singhiozzi.
A un certo punto i suoi pensieri la risvegliarono da quel momento di debolezza e, con uno scatto improvviso, balzò fuori dal letto, prese i suoi pantaloni sporchi di fango e frugò forsennatamente nelle sue tasche.
Nulla. Scagliò con violenza i pantaloni contro il muro.
Le aveva portato via tutto, documenti, soldi, una fotografia di suo padre che per lei contava quasi più della sua stessa vita…le aveva portato via tutto quel maledetto figlio di puttana.
Era questo il suo modo di vendicarsi? Ma gliel’avrebbe fatta pagare, oh si, gliel’avrebbe fatta pagare…
L’unica cosa che poteva fare ora era andare a cercarlo e doveva farlo subito, prima che lui scomparisse di nuovo nel nulla.

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